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La tv fa il consenso politico, detta l’agenda e parla a tutti. I social seguono

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(Adnkronos) – Dall’avvio dell’emergenza Coronavirus si è molto dibattuto dell’utilizzo (a volte anche improprio o eccessivo) dei social da parte dei politici per la gestione della comunicazione. L’uso intenso e sicuramente proficuo delle nuove tecnologie si può misurare facilmente prendendo come punto di riferimento i leader che hanno avuto una esposizione mediatica maggiore in questo periodo. E’ il caso, per fare l’esempio più lampante, di Giuseppe Conte. Dall’inizio della pandemia il presidente del Consiglio ha triplicato i propri fan su Facebook (3 milioni) e Instagram (1,5 milioni) e raddoppiato quelli su Twitter. E’ sicuramente vero che sui social l’interazione è diretta e la capacità di profilazione delle piattaforme consente di adattare e personalizzare i messaggi, ma ne sono evidenti anche i limiti.

I social sono un universo frammentato, ogni piattaforma si caratterizza per specificità di linguaggio, profilo socio-demografico dell’utilizzatore, prevalenza dei temi trattati. E, soprattutto, come ormai provato da molteplici evidenze, su temi sensibili generano un effetto polarizzazione creando delle comunità autoreferenziali (le cosiddette echo chamber). E’ proprio la profilazione, infatti, a fare in modo che i messaggi arrivino e vengano scambiati tra gruppi di persone affini dal punto di vista psicografico e, quindi, solo ad una determinata tipologia di utilizzatori. Se da un lato si rinforzano orientamenti (e spesso pregiudizi) politici alla fine si rischia di parlare sempre agli stessi arrivando presto a saturazione rispetto alla possibilità di raggiungere e convincere platee più ampie di persone.

Al confronto è evidente che la televisione continua ad avere un ruolo trainante nella formazione del consenso politico e nella ‘costruzione’ dell’opinione pubblica. In sintesi per quanto riguarda la politica: la tv raggiunge grandi audience, detta l’agenda e i temi del dibattito pubblico e, quindi, alimenta anche il dibattito sui social.

Una conferma di questa teoria arriva dall’analisi dei discorsi di Conte durante l’emergenza e dal confronto tra i dati televisivi Auditel e di quelli social elaborati da Sensemakers Shareablee.

I dati evidenziano che il numero delle persone che hanno guardato i 10 discorsi del Premier in televisione dal 9 marzo al 16 maggio è di oltre 3 volte superiore rispetto alle visualizzazioni degli stessi discorsi su Facebook. E badate bene che si sta confrontando il numero di persone fisiche di fronte alla TV con semplici visualizzazioni nel caso di Facebook (che possono essere state effettuate più volte dalle stesse persone).

Il discorso con la maggiore reach televisiva è stato quello del 26 aprile con 29 milioni di spettatori in TV che ha fatto registrare 4,4 milioni di visualizzazioni su Facebook.

Nella maggior parte dei casi sono proprio i social a sfruttare il traino della tv per amplificare il dibattito. La fotografia più lampante è quella scattata sull’11 marzo, giorno in cui il premier è apparso in tv per annunciare un’ulteriore stretta con l’estensione del lockdown alle attività commerciali. Quel giorno il suo discorso è stato seguito da 23 milioni di persone. E a cascata, su Facebook si è registrata un’impennata dei fan sul suo profilo, aumentati di oltre 250mila in 24 ore.

Ma non è tutto. Basta infatti spostare la lente d’ingrandimento sui dati del 26 aprile per avere un’ulteriore conferma del ruolo ancora predominante della televisione. Il premier annuncia l’inizio della Fase 2, un momento particolarmente atteso che incolla davanti agli schermi 29 milioni di italiani. Sui social, però dopo un mese e mezzo di emergenza sanitaria il premier ha già attratto tutto il bacino dei suoi potenziali estimatori e il giorno dopo su Facebook saranno solo 50mila i nuovi fan del presidente del Consiglio.

Altrettanto illuminante l’analisi relativa a Salvini, che prima e più degli altri ha investito sulla sua presenza social grazie alla famosa “Bestia”. Nello stesso periodo i suoi fan sulle tre piattaforme (Facebook, Instagram e Twitter) sono aumentati solo del 7% (ora a 7,7 milioni di cui 4,2 milioni su Facebook, 2,2 su Instagram e 1,3 su Twitter) mentre il livello medio delle interazioni settimanali è rimasto stabile sui valori pre-Covid. Risultati probabilmente attribuibili alla debole esposizione televisiva.

Nel rapporto tra tv e social emerge poi un altro spunto interessante non solo per il mondo politico ma anche per quello dell’informazione. Se infatti è vero che dal punto di vista della comunicazione il web assume sempre più importanza (e questo spinge sempre di più i colossi dei media a trasmettere i propri contenuti in formato digitale), è altrettanto vero che il digital impone metodologie di misurazione, confronto e calcolo che ad oggi non riguardano l’audience tv. Il digital, in altre parole, ‘affetta’ l’audience tra le diverse piattaforme (da Facebook a Twitter, da Tik-Tok a Instagram), mentre la televisione unifica. Nel caso di messaggi semplici e polarizzanti come quelli dei leader politici, la tv si esalta e il web si frammenta. Questo, soprattutto in tempi di pandemia, ha inevitabili ripercussioni sull’orientamento dell’opinione pubblica: maggiore è lo spazio che si ottiene in tv, più alto è il consenso politico. I social sono utili, ma per tradurre i numeri in consenso serve ancora la tv.

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