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Gioielli: esperti, ‘caso Caprotti-Cartier degno di Diabolik, non esiste casistica analoga’

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Milano, 10 feb. (Adnkronos) – “Quando ho letto quell’articolo, l’ho dovuto rileggere più volte perché non credevo ai miei occhi. Ho cercato di capire quali potessero essere stati tutti i passaggi e difficilmente riesco a credere che qualcuno possa avere sostituito una pietra di quel livello, ma al tempo stesso non riesco ad immaginare che cosa possa essere successo realmente”. E’ ancora incredulo il direttore di Federpreziosi, Steven Tranquilli, pensando al caso dell’anello di platino di Cartier, con diamante da 13,4 carati del valore di tre milioni e mezzo di euro, che Violetta Caprotti aveva ricevuto tanti anni fa in dono dal padre, lo scomparso patron di Esselunga Bernardo. Lei assicura di averlo sempre custodito con grande cura, ma un giorno di fine gennaio del 2022, dopo averlo fatto prelevare da Cartier per farne sostituire la montatura, ha scoperto che al posto del diamante c’era un comune zircone, di nessun valore.

“La storia dell’anello della signora Caprotti è legato a una pietra molto importante, un diamante da oltre 13 carati, i cui contorni sono ancora non chiaramente definiti -spiega Tranquilli all’Adnkronos-. La mia idea è che ci siano stati troppi passaggi di mano e quindi sarà davvero difficile riuscire a capire come sono andate le cose. Anche considerando il furto in casa, non si può sostituire una pietra al volo a meno che il ladro non conosca già molto bene quella pietra. Perché nessuna, e lo sottolineo, nessuna pietra è mai uguale ad un’altra. Sostituirla non solo non è semplice, ma è un’azione degna di Diabolik. Dietro questa vicenda non basta dire che c’è la mano di un professionista, ma chi l’ha sostituita, se c’è qualcuno che l’ha sostituita, deve averla potuta vedere prima, misurarla e riprodurre le stesse faccette, con lo stesso taglio, che, nel caso di una pietra così importante, non è certamente facile da ottenere. Ecco perché queste sono cose che capitano talmente tanto raramente che non esiste una casistica di eventi analoghi”.

Dello stesso parere è Paolo Cesari, presidente di Assogemme: “Entrare nel merito di questo caso non è possibile -afferma- perché mancano tanti elementi di indagine; in linea generale posso dire che i gioielli venduti al dettaglio sono dotati di una certificazione per la quale le caratteristiche sono note ed evidenziate. Esistono a supporto certificati internazionali che accompagnano la pietra preziosa e ne svelano tutti i dettagli in termini di colore, peso, taglio, come dei veri e propri patentini che accompagnano il percorso della pietra, soprattutto quando è di alto livello”. I gioiellieri sono attenti a tutte le caratteristiche del prodotto: “Le loro attività sono storiche, tramandate da generazioni e fiducia e reputazione sono parte integrante del gioiello stesso”. D’altra parte, “anche i consumatori oggi sono molto informati e, dunque, specie per pietre di un certo valore, trovo sia difficile incappare in brutte sorprese. Tnast’è che anche all’interno della nostra associazione, fortunatamente, non ci sono casistiche di questa portata”.

A parte tutto, conclude Tranquilli, “ricordo che i gioiellieri hanno un codice deontologico non scritto che si chiama professionalità; una deontologia che, al pari di altri mestieri, impone di non ingannare il cliente perché è lui il vero patrimonio della nostra attività. Le gioiellerie -sottolinea- non sono dei ‘temporary store’, ma nella maggior parte dei casi affondano le proprie radici in secoli addietro e dunque hanno tutto l’interesse a salvaguardare clienti e reputazione. Noi non siamo dei semplici commercianti, siamo dei fiduciari per i nostri clienti: se dovesse girare la voce che un negozio sostituisce le pietre, chi ci andrebbe più?”.