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Finanza e giustizia, perché le scalate alle banche finiscono spesso in Procura?

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(Adnkronos) – L'inchiesta sull'operazione di Mps su Mediobanca rimette al centro dell'attenzione il rapporto tra la finanza e la cronaca giudiziaria. La domanda che si fanno in molti, soprattutto i non addetti ai lavori, è soprattutto una: perché quasi tutte le scalate a una banca finiscono in tribunale? Il dato che ricorre, cambiando i protagonisti e anche confrontando stagioni diverse, è che soprattutto quando si configura una battaglia finanziaria, con soggetti e interessi contrapposti, diventa ineluttabile il passaggio attraverso i procedimenti giudiziari.  L'obiezione di fondo, che è anche la premessa da cui partire, è che il diritto societario è una materia piuttosto articolata e che l'influenza del contenzioso è fisiologicamente consistente perché è rilevante il peso che le norme hanno, in particolare quelle del Testo unico della finanza, in tutti i passaggi chiave di un'offerta.  C'è da considerare anche che la politica fa la sua parte. A ottobre, è stato approvato dal Cdm in via preliminare il decreto legislativo che riforma il Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (TUF) e introduce importanti modifiche alla disciplina delle società di capitali. In particolare, interviene proprio nella disciplina delle offerte pubbliche di acquisto (OPA) e delle società emittenti. Il decreto introduce una soglia unica del 30 % dei diritti di voto o delle partecipazioni per l’obbligo di promuovere un’OPA totalitaria, eliminando le distinzioni che in passato complicavano il quadro normativo. Viene anche ridotto da dodici a sei mesi il periodo di riferimento per il calcolo del prezzo minimo dell’offerta. Sono regole che cambiano e che ridefiniscono in parte il perimetro di azione di azionisti e cda.  Conseguenza altrettanto evidente della complessità normativa è anche però il dato di fatto, empirico, che rischia di assottigliarsi la quota di decisioni che spettano al mercato, alle scelte degli azionisti e più in generale di tutti gli stakeholder, rispetto al peso che hanno le implicazioni giudiziarie. Nuova obiezione, che aiuta anche a proseguire nel ragionamento: le norme, con la loro complessità, servono proprio a garantire che non siano calpestati interessi legittimi e che le offerte si svolgano in maniera ordinata e corretta. In questo senso, va considerata l'azione delle autorità di vigilanza, la Bankitalia (e la Bce) e la Consob nei rispettivi ambiti di azione, che devono garantire stabilità e trasparenza, ovvero il buon funzionamento del mercato. Si torna rapidamente alla domanda iniziale: perché, alla fine, si finisce quasi sempre in Procura, dove si aprono le indagini per contestare reati che vanno dall'aggiotaggio alla manipolazione del mercato e all'ostacolo alle Autorità di vigilanza? E perché questo è successo in quasi tutte le principali operazioni di consolidamento bancario italiane, dalle storiche vicende Antonveneta e Bnl all'operazione che oggi ha visto Mps prendere il controllo di Mediobanca? Una risposta possibile, inevitabilmente parziale, è che quando gli interessi in gioco diventano alti la tentazione di andare a sfidare i limiti imposti dalla legge viene non solo abbracciata dagli azionisti che impiegano le proprie risorse ma anche, evidentemente, avallata dalle schiere di avvocati di primo piano che pagano lautamente per assisterli. Come se il passaggio giudiziario sia un rischio calcolato, una variabile da mettere in conto. Oggi, come avvenuto già in passato, saranno i processi, se si arriverà a farli, a emettere le loro sentenze. Intanto, ancora una volta, la finanza, il sistema bancario e sue operazioni dovranno attendere che la giustizia faccia il suo corso. (Di Fabio Insenga)  
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