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Fenomeno Gojira, il volto ambientalista del metal

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(Adnkronos) – Il trucco delle balene che volano sopra le teste del pubblico prima di attaccare ‘Flying Whales’ è notevole. Così come la voce sospesa, tagliente, quasi innaturale del mezzo-soprano Marina Viotti, che sulle note di ‘Mea Culpa (Ah! Ça ira)’ appare a sorpresa in scena, rendendo impossibile ammettere che la performance dei Giochi Olimpici di Parigi sia stata irripetibile allora come oggi. Con quel ricordo ancora vivo, i Gojira si presentano all’Accor Arena di Parigi, terza tappa del loro tour di 12 date in Francia, con l’intenzione di dimostrare che il metal non è solo immagini macabre o riferimenti satanici, come continua a pensare chi non conosce il genere, ma può essere un linguaggio capace di parlare di responsabilità ambientale, pianeta e consapevolezza ecologica. Il 2025 per i fratelli Joe e Mario Duplantier, che guidano il gruppo con Christian Andreu alla chitarra e Jean-Michel Labadie al basso, segna una svolta. La performance alla Conciergerie del luglio 2024 è valsa ai Gojira il Grammy per Best Metal Performance, il primo della loro carriera. Un riconoscimento verso un gruppo che, in quasi 30 anni, ha trasformato la poetica eco-ambientalista nella propria cifra stilistica.  La serata all’Accor Arena si svolge però in condizioni peculiari. Joe Duplantier arriva sul palco con un infortunio al pollice: poca chitarra ma tanta voce. A imbracciarla al posto suo è Greg Kubacki dei Car Bomb, uno dei chitarristi più strutturati della scena sperimentale americana. Il risultato è un cambio di assetto evidente. Joe, liberato dalla chitarra, canta con maggiore controllo, mentre Kubacki non altera di un millimetro il Dna della band. Sul set si impone la batteria di Mario Duplantier, la spina dorsale del gruppo, che alimenta la tensione dei brani e imprime al live fisicità e forza. Mario gioca anche con il pubblico, improvvisa siparietti e prende in giro i ladri del Louvre, inscenando una fuga con la Gioconda sotto braccio e una corona in testa. Un modo efficace per spezzare la densità del set, senza svilirne la complessità. Il concerto si apre con ‘Only Pain’: un colpo secco sul quale si misura immediatamente la direzione che prenderà la serata. La fisicità sul palco ha come specchio quella del pubblico, che non si risparmia un minuto. Impossibile sopravvivere al centro dell’arena se non si ha un’ottima costruzione. ‘Stranded’ e ‘Silvera’, i brani manifesto tratti da ‘Magma’ del 2016 mettono alla prova il pubblico e ‘Born in Winter’ smorza per qualche minuto la tensione. ‘Amazonia’ resta uno dei passaggi più emblematici dell’impegno ambientale dei Gojira e denuncia la devastazione della foresta pluviale e la violenza subita dalle comunità indigene.  ‘L’enfant sauvage’ guadagna aggressività negli stacchi quasi math-core mentre ‘Flying Whales’ diventa il cuore scenico, tra luci d’ambiente e balene sospese. E ancora, ‘The Chant’, con Marina Viotti che torna sul palco, unisce band e platea in un unico coro. E poi il finale con un medley da ‘From Mars To Sirus’ l’album che ha consacrato i quattro musicisti del Sud-Ovest francese come una delle voci più autorevoli del metal contemporaneo, e ‘Global Warming’, dove il tema ambientale si fa esplicito.  Le balene volanti, la voce lirica, la scenografia semplice ma di forte impatto: sul palco tutto funziona alla perfezione. Al termine, la band si ferma a lungo con il pubblico: lancia magliette, distribuisce plettri, bacchette e asciugamani, e persino fa crowd surfing su una tavola da surf. Un modo giocoso per chiudere una serata musicalmente complessa. La data all’Accor Arena conferma che i Gojira stanno vivendo un momento d’oro della loro carriera, e suggerisce con chiarezza dove stanno andando. Per chi vorrà ascoltarli in Italia, l’occasione è già segnata: il 3 giugno 2026, a Bologna, insieme ai Metallica. (di Federica Mochi) 
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