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Elezioni regionali, Follini: “Attenti a cantare vittoria prima del tempo, partita aperta”

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(Adnkronos) – “All’indomani delle elezioni regionali Schlein fa finta di aver vinto (forse addirittura 'stravinto') e Meloni fa finta di non aver perso. Due finzioni, appunto. Poiché la risalita del Pd e dei suoi alleati resta ancora difficile e altrettanto difficile resta la tenuta a lungo andare del governo e della sua maggioranza. Dunque ha ragione chi osserva che la partita è aperta, contendibile come oggi si usa dire. E che di qui al voto mancano troppe incognite perché si possa disporre fin d’ora di qualche lume sulle equazioni della prossima legislatura.  Quello che fa riflettere, semmai, è proprio questa reciproca attitudine a cantare vittoria prima del tempo. Come se l’unica possibilità di svolgere un discorso politico di qualche peso consistesse nel promettere a se stessi e ai propri cari un sicuro successo. E e ai propri nemici una immancabile disfatta. Circostanza che in politica ricorre, qualche volta. Ma non sempre e quasi mai in modo tanto lineare. Laddove invece capita più di frequente che all’indomani si debbano cercare compromessi, mediazioni, equilibri. Cioè tutte quelle cose che in campagna elettorale suonano assai disdicevoli, almeno a detta dei contendenti. Ora è chiaro che la propaganda ha le sue ragioni. E che perfino la faziosità può non avere tutti i torti.  Nella vita politica si ingaggia una battaglia per vincerla, e nessuno stato maggiore ha mai piacere di considerare l’eventualità che capiti invece di perdere. I partiti e le coalizioni si formano appunto per governare. Dunque suona un po’ ipocrita immaginare che il loro combattimento si svolga secondo le antiche regole del barone de Coubertin. E però, una volta che tutto sia imperniato sulla prossima sfida, quella più imminente, e che l’indomani ci sia tutta la gloria per i vincitori e tutta la disperazione per gli sconfitti, ne discende poi che questo racconto finisce col deformare la nostra trama politica e istituzionale. Che trova un senso nei risultati del voto popolare, ovviamente. Ma dovrebbe cercare un senso ancora più profondo nelle prospettive che si aprono di lì in poi.  Il fatto è che la politica dei nostri giorni sembra invece considerare del tutto vana la fatica di costruire un progetto senza che esso contenga in sé anche una implicita certezza di andare in porto. Così però si raccoglie senza aver prima seminato. E si consuma quel che ancora non si è prodotto. La nobile funzione dell’opposizione e il gusto della dialettica finiscono a quel punto per svilirsi. Dato che conta solo mostrare di avere il vento in poppa, poiché si pensa che solo a questa condizione gli elettori potranno affluire copiosi sotto le proprie bandiere. E’ la sindrome del carro del vincitore. Che promette la rovina a chi perde ma poi non concede respiro a chi vince.  La realtà è che una classe dirigente che promette solo vittorie immediate e pressoché inesorabili e non contempla mai l’idea che quelle vittorie si costruiscono piuttosto con metodo e pazienza, un passo alla volta, riconoscendo le asperità del percorso, girando alla larga dal trionfalismo e dalla politica degli annunci ed evitando con cura la denigrazione degli avversari prima o poi va incontro a tutte le difficoltà prodotte dal proprio respiro troppo corto. E’ chiaro che la propaganda deve galvanizzare e che nessun candidato, nessuna coalizione che si presentasse con aria mesta, mettendo nel conto di non farcela, si ritroverebbe a mal partito un attimo dopo.  Non si tratta allora di evocare quelle buone maniere che non vanno più troppo di moda. Semmai, si tratterebbe di tener in maggior considerazione il tempo lungo, meno concitato. Quello che è richiesto per progettare, convincere, costruire. Anche, e direi soprattutto, le condizioni per affermare le proprie idee e munirle di un consenso più solido, meno erratico e ballerino di quello che solitamente di questi tempi si va cercando. Se no, va a finire che ogni competizione diventa quasi solo una scommessa sul risultato, trasformando infine ogni sconfitta in una catastrofe e ogni vittoria in un balletto intorno allo scalpo del nemico abbattuto. Che poi, come s’è visto a Napoli nei giorni scorsi, certi balletti così poco decorosi tanta fortuna non la arrecano". (di Marco Follini) 
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