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Comunità cubana negli Usa spera in cambio regime: “Siamo con Trump, ci fidiamo di lui”

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(Adnkronos) – Mentre cerca di non distrarsi e continua ad arrotolare sigari a una velocità impressionante, risponde alle domande senza alzare lo sguardo dalle foglie di tabacco. Non vuole dire il suo nome ma racconta di essere preoccupato per la parte della sua famiglia che ancora vive a Cuba: “Avrai visto i video online, da quando non arriva più il petrolio dal Venezuela la situazione è difficile. Certo sono contento se la mia isola diventa una democrazia. Ma ho anche paura per i rischi di instabilità”, dice all'Adnkronos. Ad Arthur Avenue, nella Little Italy del Bronx, una decina di cubani americani lavorano a La Casa Grande Cigars, un produttore di sigari con sede all’interno del mercato del quartiere. Non vogliono parlare ma fanno capire che sperano in un cambio di regime a Cuba. “Siamo con Trump, ci fidiamo di lui”, dice un altro dipendente. Un’analisi del Wall Street Journal, che cita fonti interne alla Casa Bianca, sostiene che l’amministrazione Trump stia cercando un contatto interno al regime dell’Avana per arrivare a un accordo e destituire il regime entro la fine dell’anno. Il segretario di Stato, Marco Rubio, poco dopo l’operazione che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro in Venezuela aveva fatto intendere che la prossima sarebbe potuta essere Cuba: “Se fossi il governo cubano non starei troppo tranquillo. Sono in un grande pasticcio”, aveva detto Rubio in una conferenza stampa.  Il segretario di Stato è nato e cresciuto nella comunità cubana di Miami, in Florida, una delle più fedeli al partito repubblicano e a Donald Trump. Nel 2016 nel corso delle primarie Rubio aveva parlato a quella comunità, in un comizio improvvisato in un campo da basket, usando come palco il retro di un pick-up. “Torneremo a Cuba, sarà ancora la nostra terra”, aveva detto tra gli applausi. Le primarie di quell’anno vennero vinte da Trump e Rubio continuò a ricoprire il ruolo di senatore, senza avere alcun incarico nella prima amministrazione Trump. Ma ora che guida il dipartimento di Stato, il suo programma di regime change a Cuba sta diventando una priorità della politica estera americana, guidato dalla dottrina neocon dalla quale non si è mai allontanato, nonostante ora sia entrato nel movimento Maga. “Dopo anni di tentativi di riforma, al governo di Cuba non resta molto tempo”, ha detto al Miami Herald, Hugo Cancio, proprietario di una catena di supermercati online che esporta cibo sull’isola. In realtà in queste ore nella comunità cubano-americana circolano voci di un possibile accordo molto positivo per i rifugiati che sono dovuti fuggire dall’isola nel 1959 dopo la vittoria di Fidel Castro. Sembra che Trump voglia negoziare con il governo un risarcimento economico per i cubani che hanno dovuto lasciare l’isola perdendo le loro proprietà. Oltre a questo la comunità sostiene che ci potrebbe essere un’apertura agli investimenti e allo sviluppo, dando opportunità a migliaia di cubani-americani. Anche il Cuba Study Group, influente organizzazione cubano-americana che negli anni si è concentrata sul sostegno al settore privato dell’isola, ha invitato il governo cubano ad avviare un dialogo con gli Stati Uniti. In una nota, l’organizzazione ha avvertito che Cuba non può più contare su aiuti esterni: "Nessun attore internazionale verrà a risolvere la crisi", si legge, mentre "ricette già sperimentate non basteranno a evitare il collasso". Da qui l’appello alle autorità dell’Avana a intraprendere scelte inedite, a partire dall’apertura di un confronto politico ampio, capace di includere anche la diaspora. Secondo il gruppo, serve una riforma profonda che rafforzi legalità, pluralismo e un’economia orientata al mercato senza smantellare le tutele sociali, accompagnata da segnali concreti, come il rilascio senza condizioni dei prigionieri politici, che renda credibile la volontà di chiudere con il passato.  Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione Trump starebbe conducendo incontri privati con esuli cubani e membri di organizzazioni sia a Miami che a Washington per capire se c’è qualcuno all’interno del governo dell’Avana capace di “leggere i segnali del cambiamento” e aprire i negoziati.  “Non siamo convinti che possa esserci interesse da parte del regime, ma continuiamo a sperare. Sono anni che non torno a casa per paura di avere problemi al rientro”, dice un esule cubano che incontriamo fuori da un locale a Jackson Heights, nel Queens. Su Reddit e in alcuni gruppi privati su Telegram e Whatsapp, la comunità cubana chiede anche di fare molta attenzione. “Non è un giornalista, è una trappola dell’Ice" (la polizia federale che Trump sta usando per arrestare le persone senza un visto valido, ndr), scrive un utente nel subreddit r/Cuba, rispondendo a un messaggio di un presunto giornalista che chiedeva informazioni sulla comunità americana.  
In realtà i cubani-americani sono quasi tutti entrati attraverso programmi di asilo politico e oggi circa 1,3 milioni di persone di origini cubane vivono negli Stati Uniti. Negli ultimi anni i numeri dei tentativi di ingressi illegali sono aumentati: la crisi economica iniziata nel 2021 ha aumentato sia le richieste di asilo che i tentativi di ingresso senza documenti via mare o dal confine con il Messico. Secondo le stime più recenti dello U.S. Customs and Border Protection, una delle agenzie federali che si occupano di sicurezza ai confini, nel 2021 quasi 39.000 cubani hanno cercato di entrare illegalmente. Nel 2022 i numeri sono saliti del 500% a 220.000. Di questi circa 115.000 sono stati arrestati tra ottobre 2021 e aprile 2022. (di Angelo Paura) 
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