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Caso camici: giudice, ‘Fontana imbarazzato ma da imputati nessun inganno’

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Milano, 26 mag. (Adnkronos) – Il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana era in “forte imbarazzo” dopo che la stampa ha iniziato a occuparsi della fornitura di camici del cognato Andrea Fontana, ma la tesi accusatoria “non convince” e gli imputati non hanno commesso nessun reato. La ‘trasformazione’ del contratto da fornitura a donazione “si è realizzata con una novazione contrattuale che è stata operata in chiaro, portata a conoscenza delle parti, non simulata ma espressamente dichiarata” e quindi non ci fu “inganno”, ma un risparmio per Regione Lombardia. E’ quanto si legge nelle motivazioni del gup di Milano Chiara Valori con cui ha prosciolto, il 13 maggio scorso, “perché il fatto non sussiste”, il governatore lombardo, il cognato Andrea Dini, proprietario della società Dama, Pier Attilio Superti vicesegretario generale della Regione, Filippo Bongiovanni e Carmen Schweigl, rispettivamente ex dg e dirigente di Aria, la centrale acquisti della Regione.

In particolare nelle 32 pagine di motivazioni si sottolinea come “risulta in primo luogo del tutto sfornita di riscontro la tesi secondo cui la fornitura sia stata ab origine ‘vestita’ da donazione allo scopo di celare il conflitto di interesse” fra la proprietà di Dama Fontana. “Al contrario, risulta che il contratto di fornitura era stato stipulato in modo formale, prevedeva un corrispettivo economico, è stato registrato al Protocollo di Aria e sono state emesse le prime fatture”, scrive il giudice. Solo dal 19-20 maggio 2020 lo scenario “è mutato, allo scopo di risolvere con modalità che evidentemente sono apparsi agli attori ‘convenienti’, la situazione di grave imbarazzo che era scaturita dalle prime avvisaglie dell’inchiesta giornalistica in corso, che rischiava di deflagrare improvvisamente”, ma “non risponde al vero, tuttavia, che si sia cercato a posteriori di considerare la fornitura come a titolo gratuito fin dall’origine”.

Al centro dell’indagine l’affidamento da parte di Aria spa, di una fornitura, poi trasformata in donazione, da circa mezzo milione di euro di 75mila camici e altri dpi a Dama. Fornitura accordata durante il primo periodo della pandemia, quando era più difficile reperire dispositivi di protezione. Alla fine furono consegnati solo 50mila camici, ma “la volontà di non consegnare l’ultima tranche di camici previsti dall’originario contratto di fornitura” era stata “chiaramente esplicitata nella proposta inviata da Dini” già il 20 maggio. “Nessun inganno della controparte, dunque: la volontà di Dini, più o meno legittima che fosse, era chiaramente espressa ed è stata correttamente intesa da tutti gli interlocutori”. Per il gup “Neppure può ritenersi che il nuovo accordo costituisse un mero contratto simulato”.

In sintesi la tesi accusatoria che gli imputati – lo scorso aprile – abbiano cooperato, “ciascuno nella propria qualità, per nascondere fraudolentemente il parziale inadempimento del contratto di fornitura stipulato fra Dama e Aria, al mero scopo di tutelare l’immagine politica del presidente Fontana, tentando di simulare l’esistenza ab origine di un contratto di donazione e (o forse in alternativa) attraverso la sua conversione in una parziale donazione in data 20 maggio 2020, con contestuale rinuncia alla parte ancora da consegnare all’evidente scopo di cercare di minimizzare il danno, facendo così mancare beni essenziali a far fronte all’emergenza sanitaria” a dire del gup Valori “non convince”.

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