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Borsellino: Ingroia, ‘dopo strage Procuratore Tinebra mi volle sentire senza verbalizzare’

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Palermo, 25 mag. (Adnkronos) – “Subito dopo la strage di via D’Amelio fui chiamato dall’ex Procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra che mi volle sentire senza però verbalizzare le mie dichiarazioni. Ricordo che mi disse: ‘Avremo tempo per raccogliere a verbale le tue dichiarazioni, intanto ci puoi dire quello che sai a braccio?’ Io avevo appena 30 anni, e si diceva che Tinebra era in buoni rapporti con Borsellino, erano anche nella stessa corrente di Magistratura Indipendente, per cui raccontai subito cosa mi era stato raccontato dai pm Teresa Principato e da Ignazio De Francisci. Furono loro a raccontarmi quello che sabato 18 luglio Borsellino aveva raccontato loro in ufficio sull’incontro con il pentito Gaspare Mutolo in cui gli aveva parlato di Signorino (l’ex pm morto suicida nel settembre del ’92 ndr) e Bruno Contrada”. A dirlo, durante l’audizione della Commissione regionale antimafia all’Ars, è l’ex Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, molto vicino a Paolo Borsellino. “Dissi a Tinebra questa cosa su Contrada, ma lui non ha mai verbalizzato – racconta ancora Ingroia – io verbalizzai solo due ani dopo, quando mi sentirono Fausto Cardella e Ilda Boccassini”.

“Io non sapevo che dopo la mia dichiarazione Tinebra aveva affidato a Contrada un compito investigativo diretto sulla strage Borsellino – prosegue Ingroia – Dopo l’inchiesta su Contrada abbiamo scoperto che quel gruppo investigativo era quello che aveva fatto l’informativa chiave”. E poi sottolinea: “Mutolo dopo la strage non si fidò più di nessuno e non ebbe voglia di mettere a verbale quello che aveva detto Borsellino durante il suo interrogatorio”. Il 16 gennaio 2014, deponendo davanti alla Corte d’assise di Palermo nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia, Mutolo disse: “Borsellino sapeva che c’era qualcuno che voleva fare accordi con la mafia”. Descrisse un Borsellino amareggiato e preoccupato durante l’interrogatorio del primo luglio 1992. “Di lui e di Falcone mi fidavo – disse ai giudici della corte d’assise di Palermo – per questo decisi di parlare con loro anche di personaggi delle istituzioni che avevano rapporti con Cosa nostra come Bruno Contrada e i giudici Domenico Signorino e Corrado Carnevale”.

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