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Alluminio ed economia circolare, dal quotidiano allo straordinario

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(Adnkronos) – Erano i primi anni Trenta del ‘900 quando il signor Alfonso Bialetti, titolare di un’officina e laboratorio per la produzione di semilavorati in alluminio di Crusinallo (Verbania), ebbe un’intuizione osservando il funzionamento di una lavatrice dell’epoca, chiamata lisciveuse disegnò uno strumento per preparare il caffè, destinato a rivoluzionare le nostre abitudini, cui venne dato in seguito il nome ‘Moka Express’, dal nome della città yemenita Mokhā, da cui storicamente partivano le navi cariche di caffè verso l’Europa. La Moka in breve tempo è entrata nelle case ed è diventata uno dei simboli del design italiano nel mondo, conquistando anche un posto permanente al dipartimento di Architettura e Design del MoMa di New York. La Moka è solo uno degli esempi delle multiformi applicazioni dell’alluminio, materiale utile, versatile e di larga diffusione: 150 anni fa era considerato un metallo prezioso quanto e più di oro o argento dal momento che, nonostante la sua enorme diffusione (costituisce l’8,3% in peso tra gli elementi della crosta terrestre), era di difficile estrazione. Poi, i procedimenti di elettrolisi configurati nell’Ottocento ne hanno resa economica l’estrazione dai minerali (di bauxite, soprattutto) ed ora l’alluminio è il secondo metallo per consumo e utilizzo al mondo dopo l’acciaio.

Sostenibilità uguale riutilizzo

Ma la sostenibilità ambientale impone di ridurre le estrazioni al minimo per salvaguardare il Pianeta Terra e imboccare, invece, la strada del riutilizzo. Ce lo dicono in maniera chiara i dati: secondo il Circularity Gap Report, solo nel 2020 sono entrati quasi 100 miliardi di tonnellate di materie prime nel sistema mondiale, più del triplo della quantità estratta nel 1970, quando le tonnellate furono 27 miliardi. E secondo le stime del Global Material Resources Outlook dell’Oecd, il consumo mondiale di materie prime è destinato a passare dai 79 miliardi di tonnellate del 2011 ai 167 miliardi di tonnellate del 2060. E occorre considerare gli ‘effetti collaterali’: più della metà delle emissioni di gas a effetto serra sono collegate alle attività di gestione ed estrazione di materia prima e, se non si inverte la rotta, entro il 2060 queste comporteranno un aumento di circa 50 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Sull’alluminio, poi, il nostro Paese rischia una dipendenza dai principali produttori di questo metallo che nel 2019 sono stati Cina, India, Russia, Canada, Emirati Arabi Uniti, Australia, Norvegia, Bahrein, Stati Uniti e Islanda. Dipendenza accompagnata da una crescita dei prezzi, come prevede la banca d’investimento Goldman Sachs..

Riciclo sì, ma circolare

Ma una soluzione c’è ed è il riutilizzo della materia già in uso come input per la produzione di nuovi manufatti, nell’ottica di quella che chiamiamo economia circolare, che permette di ‘chiudere il cerchio’, riportando la materia considerata di scarto all’interno del ciclo produttivo. E non solo: l’economia circolare non corrisponde alla green economy, né è solo un’economia dei rifiuti, ma è un modello che ripensa l’uso delle risorse in ogni punto della catena, sulla base delle 3 R “riduci, riusa, ricicla”, a cui si aggiungono anche i concetti di “raccolta e recupero” delle materie prime seconde. Occorre inoltre eliminare lo spreco d’uso dei prodotti, quindi la materia già esistente e inutilizzata. Infine, bisogna allungare il più possibile il ciclo di vita della materia. In questo senso, l’alluminio oggi gioca un ruolo di primo piano tra le materie perfettamente inscrivibili nel modello dell’economia circolare, dal momento che può essere riciclato e reimmesso nel ciclo produttivo innumerevoli volte senza perdere le sue proprietà strutturali di leggerezza, conduttività, duttilità e plasmabilità, resistenza alla corrosione, riflettanza e amagnetismo. Inoltre, il riciclo dell’alluminio richiede solo il 5% dell’energia necessaria per essere prodotto rispetto al materiale vergine. Anche come materia prima seconda, è tra i materiali del futuro: dal settore dei trasporti, che sta

richiedendo sempre più alluminio per sostituire molte componenti ed avere così veicoli più leggeri e al contempo sicuri, alle costruzioni, per facciate, infissi, dispositivi di ombreggiamento e sistemi di aerazione che aumentino le performance energetiche degli edifici.

Riciclo imballaggi alluminio, Italia già al 70%

Sugli imballaggi in alluminio, la direttiva 94/62/CE fissa l’obiettivo al riciclo del 50% entro il 2025 e del 60% entro il 2030 ma in Italia, già oggi, si attesta al 70%. Secondo le stime del Circular Aluminium Action Plan, il contributo climatico del riciclo dell’alluminio potrebbe corrispondere a una riduzione del 46% di CO2 all’anno nel 2050, principalmente sostituendo le importazioni di alluminio come materia prima vergine ad alta intensità di carbonio con l’alluminio riciclato post-consumo domestico – quindi principalmente relativo agli imballaggi. I dati1, in questo senso, sia in Europa sia soprattutto in Italia sono confortanti. Attualmente, l’alluminio è uno dei materiali con i più alti tassi di riciclo e ben il 75% di tutto l’alluminio prodotto da sempre nel mondo è ancora in uso. In Europa la componente di alluminio riciclato rispetto a tutto quello in uso rappresenta il 36%. In Italia il 100% della produzione nazionale di alluminio è basata e proviene dal riciclo di rottami di vario genere, tra cui gli imballaggi, come lattine, vaschette, scatolette, bombolette provenienti dalla raccolta differenziata.

“AL 100% Responsabile”

Appare fondamentale, quindi, che si investa sempre di più nella creazione e mantenimento di una filiera produttiva e nella catena di valore dell’alluminio che sia a bassissimo impatto di carbonio, circolare ed energeticamente efficiente. Ma non solo: ad oggi, l’alluminio importato in Europa (quindi ad alta intensità di carbonio e di inquinamento) ha un costo sia per l’ambiente sia per un mercato dell’alluminio equo. Il CIAL, il Consorzio Nazionale Imballaggi Alluminio, intende la propria missione verso un’economia circolare: un progetto di “Responsabilità Circolare” che accomuna tutti gli attori coinvolti nel processo, basato sulla cooperazione e finalizzato all’interesse collettivo, “AL 100% Responsabile”. Un sistema che parta dai designer e dai ricercatori che progettano soluzioni sostenibili nel settore degli imballaggi, alle aziende produttrici che si impegnano a minimizzare il loro impatto ambientale, alle aziende utilizzatrici che privilegiano l’alluminio per confezionare i loro prodotti e infine ai consumatori finali che collaborano per una corretta separazione dei rifiuti assieme a società e istituzioni che gestiscono il sistema di raccolta differenziata e di riciclo. Serve però l’impegno politico, la comprensione da parte delle aziende e di tutti gli attori dell’ineluttabilità della scelta di un business rigenerativo, che porta vantaggi economici e aumenta la competitività sul mercato. E serve comunicazione e coinvolgimento di tutti i cittadini per compiere scelte sostenibili nella propria quotidianità e nei propri acquisti. Non servono, invece, le campagne di greenwashing. La perdita del supporto di anche un solo attore del sistema in cambio di un vantaggio temporaneo ed effimero minerebbe la collaborazione necessaria per andare verso un futuro più roseo. Anzi, più verde.

Fonte dati: Ilaria Nicoletta Brambilla, geografa di formazione, è consulente di comunicazione ambientale, ricercatrice e curatrice di progetti internazionali sulla sostenibilità e la valorizzazione culturale e sociale. È co-autrice del volume “Cos’è l’economia circolare” (Edizioni Ambiente, seconda edizione 2021).

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