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Energia, British gas si arrende: niente rigassificatore a Brindisi. Vince l’Italia del NO

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British Gas getta la spugna, dopo 11 anni di lotta, e ritorna in patria. Niente rigassificatore per Brindisi: si rinuncia ad energia e a 1000 posti di lavoro. L’Italia che dice NO conta sempre di piu’

Può un Paese in piena crisi (anche di gas), come l’Italia, rinunciare a più di mille posti di lavoro? Senza dubbio, se si tratta di un’opera contestata come il rigassificatore di Brindisi. Undici anni (tanto è passato da quando il progetto è stato autorizzato) di opposizioni, contestazioni ed estenuanti attese per British gas, la società britannica (leader mondiale nel settore del gnl) che ha speso sino ad oggi 250 milioni di euro per avviare l’opera e che da qualche giorno ha deciso di gettare la spugna.

Il fallimento di un progetto da 8 miliardi di metri cubi e da 800 milioni di investimento in una città del Sud fa riflettere e rischia di lasciare il segno: «Il Paese dovrebbe interrogarsi perché si ha la netta percezione che investire in Italia sia rischioso. I veti locali e l’immobilismo decisionale ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo», commenta amaramente all’indomani della chiusura delle attività brindisine Luca Manzella, amministratore delegato di British gas Italia.

Le contestazioni ambientali, contro le opere di pubblica utilità, e gli insediamenti industriali in costruzione, o ancora in progetto, sono per il Belpaese una piaga mai sanata, anzi più che mai aperta, come dimostrano i nuovi dati dell’Osservatorio Nimby Forum:la VII edizione, fresca di presentazione, rileva un ulteriore aumento (+3,4% sul 2010) dei progetti contestati, che raggiungono quota 331. L’Osservatorio evidenzia un ulteriore incremento delle proteste contro il comparto più contestato che è quello elettrico, che si attesta al 62,5% (contro il 58% del 2010); seguono, tra i più colpiti dalla sindrome Nimby, il comparto dei rifiuti (31,4%) e quello delle infrastrutture (4,8%).

In quest’ultimo rientrano, come è noto, le proteste eclatanti dei No Tav della Val di Susa e contro la Pedemontana Veneta. Anche le rinnovabili, alternativa “pulita” all’innominabile nucleare ma bollate come “ecomostri” sin dalla loro prima apparizione, continuano ad essere oggetto di una massiccia opposizione: sul totale degli impianti censiti nel 2011, 156 afferiscono a questo comparto (47,1%).

In sostanza anche questa edizione dell’Osservatorio Nimby conferma l’immagine di un Paese bloccato tra l’urgenza di dotarsi di infrastrutture e grandi opere, che riescano ad innescare un circolo virtuoso di innovazione e crescita che aiuti anche a combattere la crisi, e la desolante prospettiva di doversi confrontare con iter autorizzativi farraginosi, con la carenza di strumenti di partecipazione popolare giudicati idonei dalle comunità locali e con l’azione spesso strumentale e piegata alle logiche del consenso della politica.

Non è possibile pretendere che un treno arrivi puntuale o che l’energia elettrica abbia prezzi più bassi e poi indurre all’aborto, in fase più o meno avanzata, ogni iniziativa tesa a migliore l’efficienza e la modernizzazione dei servizi del nostro territorio. Non si può lamentare costantemente l’arretratezza rispetto al resto d’Europa senza volere ammettere che a fare la differenza, nella maggior parte dei casi, ci sono allo stesso tempo centrali nucleari, energie alternative, rigassificatori e inceneritori, alta velocità. In una parola, modernità. 

È proprio all’esempio introdotto nel 1995 dai nostri cugini d’Oltralpe che il governo, su suggerimento del Ministro Corrado Passera, ha fatto sapere di voler guardare per modellare le nuove procedure preliminari alla realizzazione di grandi opere, impianti, ecc… Ma anche qui, stiamo attenti. In Francia si discute intensamente per sei mesi (non undici anni!), durante i quali vengono coinvolti tutti ma proprio tutti coloro i quali hanno qualcosa da dire, eccepire, osservare e consigliare. Dopodiché, però, si decide e le cose si fanno.

(Ylenia Berardi)

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