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C’è un’associazione tra i pollini e le infezioni da Covid-19?

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I pollini potrebbero essere responsabili dell’aumento dei casi di Covid-19 in alcune aree

Nel tentativo di comprendere le ondate ricorrenti di infezioni da Coronavirus in tutto il mondo, gli scienziati si sono messi a studiare uno schema che hanno notato: con l’aumento dei livelli di polline nell’aria esterna in 31 paesi, i casi di COVID-19 hanno subito un’accelerazione.

Lo studio, pubblicato sulla rivista PNAS, si basa sui dati di 248 siti di monitoraggio dei pollini aerotrasportati in 31 paesi e ha preso anche in considerazione altri effetti, come la densità della popolazione, la temperatura, l’umidità e gli ordini di blocco.

Gli autori sostengono che quando il polline in un’area aumentava, anche le infezioni aumentavano, dopo un intervallo medio di circa 4 giorni e affermano che il polline sembrava rappresentare, in media, il 44% della differenza di tasso di infezione tra i paesi.

Il motivo per cui il polline potrebbe essere colpevole delle infezioni respiratorie, non è perché i virus si agganciano ai granuli di polline e arrivano nella nostra bocca, nei nostri occhi e nel nostro naso, ma perché il polline sembra perturbare il sistema immunitario, anche se una persona non ne è allergica.

Gli autori dello studio ritengono che il polline possa far sì che il corpo abbassi le sue difese contro il virus disperso nell’aria che causa anche il COVID-19.

Ma è vero che esiste questa connessione? Altri ricercatori affermano che, sebbene lo studio sollevi alcune domande interessanti, non può dimostrare che il polline stia aumentando le infezioni da COVID-19.

Uno studio in particolare, condotto nei Paesi Bassi e pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment, sostiene totalmente il contrario: i picchi nelle stagioni dei pollini coincidono con un calo nella diffusione di alcuni virus respiratori, come COVID-19 e influenza, con alcune prove evidenziate da un altro studio che dicono il polline può competere con il virus e può aiutare a prevenire l’infezione.

Chi ha ragione? La risposta potrebbe essere ancora nell’aria.

 

 

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