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Perché quando lasciamo vagare i pensieri finiscono per diventare negativi?

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La risposta da un nuovo studio

Tra le molte cose che la pandemia ci ha insegnato, oltre a panificare e a fare gli aperitivi online con gli amici, c’è anche il fatto che quando veniamo lasciati troppo tempo con noi stessi tendiamo a trasformare il tempo del pensiero in un tempo angosciante.

Quando abbiamo troppo spazio per riflettere, succede che vengano a farci compagnia la depressione e l’ansia, emozioni che potrebbero essere collegate alla stessa rete cerebrale che si pensa supporti la mente nel suo vagare, chiamata rete in modalità predefinita.

Gli scienziati interessati a questa rete volevano capire come i pensieri vaganti possano portare alcune persone a uno stato di rimuginazione in cui gli stessi pensieri negativi riaffiorano ripetutamente.

Per farlo, hanno registrato più di 2.000 pensieri pronunciati ad alta voce da 78 partecipanti a uno studio, che non hanno fatto altro che lasciare vagare la mente per 10 minuti.

I ricercatori speravano che l’analisi di questi flussi di coscienza potesse fornire informazioni su come le persone rimangono bloccate in spirali mentali negative e quello che hanno scoperto è che la maggior parte dei partecipanti pensava al presente o al futuro con parole che non erano né particolarmente negative né positive. Quasi tre quarti dei pensieri erano concentrati all’interno della persona o erano di pura fantasia.

Lo schema interessante che hanno trovato è che, più i pensieri di qualcuno diventavano negativi, più era probabile che la loro idea successiva fosse collegata a quella precedente.

In altre parole, i pensieri negativi hanno creato una reazione a catena di pensieri più negativi.

I pensieri positivi, al contrario, tendevano ad essere seguiti da elucubrazioni completamente non correlate, indicando veri meandri mentali.

Lo schema, insomma, ha suggerito che, quando una mente vaga, la negatività tende a restringere la gamma dei pensieri, mentre la positività tende ad espanderla.

Sebbene i risultati, pubblicati su Scientific Reports, non indichino di per sé soluzioni per la depressione o l’ ansia, possono offrire un punto di partenza per ricerche future su come iniziano i pensieri negativi e forse (speriamo!) su come farli deragliare.

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