Smart packaging e imballaggi attivi: come funziona l’additivo ricavato dagli scarti della liquirizia
di Redazione Ecoseven – 14/07/2026

In breve
Lo smart packaging non è solo il QR code sulla confezione: nella definizione del Regolamento CE 450/2009 comprende anche gli imballaggi attivi, materiali che intervengono chimicamente sul cibo per allungarne la conservazione. Una startup di Sassari, Alkelux, ha portato questa categoria a un punto di svolta: un additivo antimicrobico estratto dalla peluria delle radici di liquirizia — uno scarto che la filiera calabrese produce a centinaia di tonnellate l’anno e che oggi viene triturato nei campi. I test mostrano un’inibizione della muffa grigia delle fragole fino a 14 giorni con l’additivo puro. Ma è quello che succede quando quella polvere finisce dentro il film plastico industriale il vero banco di prova — ed è il punto in cui, storicamente, quasi tutte le tecnologie simili hanno fallito.
Cos’è lo smart packaging e in cosa si distingue dagli imballaggi attivi
Il termine “smart packaging” viene usato quotidianamente in modo generico, ma ha una definizione normativa precisa. Il riferimento è il Regolamento CE 450/2009, che disciplina a livello europeo i materiali attivi e intelligenti destinati al contatto con gli alimenti e distingue tre categorie:
- Imballaggi attivi (active packaging): materiali che interagiscono con il prodotto e con l’ambiente circostante, rilasciando sostanze utili o assorbendo quelle indesiderate, con l’obiettivo di prolungare la vita del prodotto. L’assorbitore di umidità in un pacco di biscotti è l’esempio più diffuso.
- Imballaggi intelligenti (intelligent packaging): materiali che forniscono indicazioni sullo stato e sulla qualità della merce. Sono gli indicatori di temperatura, i tag RFID, le etichette che segnalano se la catena del freddo si è interrotta.
- Smart packaging: la fusione delle prime due categorie con l’imballaggio convenzionale.
La distinzione non è accademica. Un imballaggio intelligente comunica; un imballaggio attivo agisce. Il primo dice al consumatore che il prodotto sta deteriorandosi, il secondo rallenta il deterioramento. La tecnologia di cui parliamo appartiene alla seconda categoria: non c’è nessun sensore, nessun dato trasmesso, nessuna app. C’è una polvere nera, invisibile e inodore una volta dispersa nel polimero, che attacca i microrganismi responsabili del marcimento.
Perché il packaging attivo serve: il problema della frutta fresca
I dati dell’Osservatorio Waste Watcher International, nel Rapporto “Il caso Italia 2026” coordinato da Luca Falasconi (Università di Bologna, DISTAL) e diretto scientificamente da Andrea Segrè, diffuso il 3 febbraio 2026, chiariscono la dimensione del problema. Lo spreco alimentare domestico in Italia è sceso a 554 grammi pro capite a settimana, in calo del 10,3% rispetto a febbraio 2025. Ma la filiera del cibo sprecato vale complessivamente oltre 13,5 miliardi di euro, per più di 5 milioni di tonnellate.
In cima alla classifica degli alimenti più buttati c’è la frutta fresca, con 22,2 grammi pro capite a settimana, seguita dalla verdura fresca (20,6 g) e dal pane fresco (19,6 g).
Il passaggio più rilevante del Rapporto, ai fini di questo discorso, è però un altro. Waste Watcher rileva che la deperibilità di frutta e verdura resta un problema trasversale alle generazioni ed è spesso attribuita all’origine dei prodotti acquistati e ai sistemi di conservazione nella filiera del cibo, più che ai comportamenti individuali.
È una precisazione che sposta il baricentro: si può educare il consumatore quanto si vuole, ma se una fragola resta in condizioni ottimali per tre giorni nel banco frigo, una parte del problema è a monte del frigorifero di casa. È esattamente lo spazio in cui opera il packaging attivo.
Come funziona l’additivo ricavato dagli scarti della liquirizia
Alkelux è una startup deeptech fondata a Sassari nel 2024 da Matteo Poddighe, chimico e dottore di ricerca dell’Università di Sassari, insieme a Davide Sanna (trasferimento tecnologico industriale), Emina Bilanovic (CMO) e Carlo Usai (CFO). Il progetto di ricerca alla base è partito nel 2021-2022, durante il dottorato di Poddighe in Scienze e Tecnologie Chimiche, dedicato allo sviluppo di superfici antivirali contro il Covid-19.
Da quel lavoro emerge una molecola contenuta nella liquirizia, poco studiata in letteratura, con proprietà antimicrobiche marcate. L’intuizione successiva è di ordine industriale: estrarla non dalla pianta, ma dallo scarto.
Il punto di partenza: la peluria delle radici
La produzione italiana di liquirizia è concentrata in Calabria. La lavorazione delle radici genera una peluria fibrosa e leggerissima che oggi non ha alcun valore commerciale: bruciarla non conviene, trasportarla costa troppo, e finisce triturata nei campi. Una singola azienda di filiera può produrne centinaia di tonnellate l’anno. Il partner storico di Alkelux è la Liquirgam di Cosenza, che genera circa 12 tonnellate di scarti all’anno.
La tecnologia: i nano-polymer dots
Da questo scarto Alkelux estrae nano-polymer dots, nanoparticelle a base carboniosa appartenenti alla famiglia dei carbon dots, caratterizzate da numerosi siti attivi in grado di interagire con i microrganismi patogeni. Il processo produttivo è brevettato.
Le caratteristiche industriali che contano:
- Privo di metalli: requisito determinante per la certificazione europea al contatto alimentare.
- Solubile in acqua e biodegradabile.
- Non richiede modifiche agli impianti: viene incorporato nelle plastiche o nella polpa di cellulosa in fase di produzione, sulle linee esistenti.
- Invisibile e inodore una volta disperso nel polimero.
Il nome dell’azienda spiega anche un dettaglio tecnico: come racconta Poddighe, “Alke” viene da alchermes, l’elisir degli alchimisti, mentre “Lux” deriva da luce — perché l’additivo, se irraggiato con luce solare o artificiale, aumenta il proprio effetto antimicrobico.
Il vero banco di prova: cosa succede dentro il film plastico
Qui sta il punto che distingue questa tecnologia dalle promesse.
Da oltre vent’anni la chimica dei materiali per il packaging alimentare integra sostanze antimicrobiche nelle plastiche industriali. Il problema non è mai stato trovare un principio attivo efficace in laboratorio: è conservarne l’attività una volta incorporato nel film plastico. È il passaggio in cui la maggior parte delle tecnologie perde efficacia.
I test microbiologici eseguiti da laboratori certificati sull’additivo Alkelux mostrano attività su tre fronti — virus, batteri e funghi — con questi risultati:
| Condizione | Risultato osservato |
|---|---|
| Additivo puro (non incorporato) | Inibizione della crescita del micelio fungino fino a 14 giorni contro la Botrytis cinerea |
| Additivo incorporato nel film plastico | Attività inibitoria sulla crescita fungina per circa 8-9 giorni |
| Batteri Gram-positivi | Effetto inibitorio confermato |
Il calo da 14 a 8-9 giorni non è un fallimento: è la dimostrazione che l’efficacia sopravvive al passaggio in vivo, che è precisamente ciò che l’industria chiedeva. Come sintetizza Poddighe: “La vera sfida tecnica di un additivo antimicrobico per packaging non è dimostrare l’efficacia in vitro, ma conservarla nel prodotto finito”.
Il bersaglio principale è la Botrytis cinerea, il fungo noto come muffa grigia, specializzato nell’attacco dei piccoli frutti deperibili e principale responsabile del rapido deterioramento delle fragole.
Quanto costa: il dato che decide se lo smart packaging arriva sugli scaffali
È la variabile che quasi tutte le coperture di questo tema omettono, e che determina se una tecnologia resta un premio per startup o diventa un prodotto.
L’incidenza economica dichiarata è la seguente: serve un chilo di polvere additiva per una tonnellata di plastica, con un sovraccosto inferiore al 10% sulla tonnellata di polietilene. Tradotto sul singolo prodotto: meno di un centesimo per una vaschetta di fragole da 30 grammi.
I costi di produzione partono da 50 euro al chilo nell’impianto pilota e sono destinati a scendere con lo scaling industriale. Gli essiccatori proprietari recuperano circa il 60% dell’acqua di processo.
Un centesimo per vaschetta, a fronte di 22,2 grammi di frutta fresca buttati a settimana da ogni italiano, è un rapporto che spiega perché la tecnologia abbia raccolto capitali.
A che punto è l’industrializzazione
Alkelux ha chiuso un round seed da 970 mila euro, di cui circa 800 mila euro di nuova liquidità e 170 mila euro dalla conversione di precedenti strumenti Safe.
La tabella di marcia dichiarata:
- Settembre-ottobre 2026: avvio dell’impianto pilota a Sassari (zona Predda Niedda). Capacità produttiva da circa 10 kg a 4,5 tonnellate annue di additivo.
- Fine 2026: ottenimento delle certificazioni necessarie alla commercializzazione.
- Fine 2026 – inizio 2027: costruzione dell’impianto industriale in Calabria, vicino alla filiera della liquirizia da cui proviene la materia prima.
- Prospettive dichiarate: estensione al packaging per la carne, alla panificazione e al comparto biomedicale (dispositivi monouso, dove l’additivo allunga il mantenimento della sterilità).
L’azienda dichiara contratti già attivi in Messico e Cile. Come afferma Poddighe: “La nostra ambizione è costruire un’infrastruttura che inizi in Sardegna, valorizzi gli scarti della Calabria e generi posti di lavoro qualificati per chi ha studiato in queste regioni e oggi molto spesso è costretto ad andarsene”.
Va detto con chiarezza: i numeri sull’efficacia provengono da test dichiarati dall’azienda ed eseguiti da laboratori certificati, non da uno studio peer-reviewed pubblico. La conferma su larga scala e la certificazione europea per il contatto alimentare sono le due condizioni non ancora soddisfatte. Fino ad allora, si tratta di una tecnologia promettente in fase di industrializzazione, non di un prodotto sullo scaffale.
Cosa significa concretamente
Per chi fa la spesa oggi, nulla cambia nell’immediato: l’additivo non è ancora sul mercato. Ma il tema del packaging attivo merita qualche coordinata pratica.
Cosa fare:
- Verificare la presenza della dicitura o del simbolo relativo ai materiali attivi e intelligenti sulle confezioni: il Regolamento CE 450/2009 impone che siano identificabili.
- Ricordare che un imballaggio attivo agisce sulla conservazione, ma non sostituisce la catena del freddo né la corretta gestione domestica.
- Dare priorità di consumo ai prodotti più deperibili: secondo Waste Watcher, la cattiva conservazione pesa per il 38% delle cause di spreco domestico.
Cosa evitare:
- Confondere “smart packaging” con “packaging sostenibile”: sono concetti distinti. Un imballaggio può essere attivo e intelligente senza essere biodegradabile, e viceversa.
- Dare per scontato che un additivo antimicrobico prolunghi indefinitamente la conservazione: parliamo di giorni, non di settimane.
- Interpretare l’assenza di muffa visibile come garanzia assoluta di sicurezza alimentare.
FAQ – Domande frequenti
Cos’è lo smart packaging?
Lo smart packaging è, secondo il Regolamento CE 450/2009, un imballaggio che unisce le funzioni di quello convenzionale a quelle degli imballaggi attivi (che interagiscono con il cibo per prolungarne la conservazione, rilasciando o assorbendo sostanze) e degli imballaggi intelligenti (che forniscono informazioni sullo stato e la qualità del prodotto, tramite sensori, indicatori o tag). Nell’uso comune il termine viene spesso applicato in senso lato a qualsiasi imballaggio dotato di funzioni evolute.
Qual è la differenza tra imballaggio attivo e imballaggio intelligente?
L’imballaggio attivo agisce sul prodotto: rilascia o assorbe sostanze per rallentarne il deterioramento, come fanno gli assorbitori di umidità o gli additivi antimicrobici. L’imballaggio intelligente invece comunica: fornisce informazioni sullo stato della merce tramite indicatori di temperatura, tag RFID o QR code, senza intervenire sulla conservazione. Il primo modifica le condizioni, il secondo le monitora.
Come si ottiene un additivo antimicrobico dagli scarti della liquirizia?
Dalla peluria delle radici di liquirizia, sottoprodotto della lavorazione industriale privo di valore commerciale, viene estratta una molecola con proprietà antimicrobiche. Questa viene trasformata in nano-polymer dots, nanoparticelle a base carboniosa della famiglia dei carbon dots, dotate di numerosi siti attivi che interagiscono con virus, batteri e funghi. La polvere risultante viene incorporata nelle plastiche o nella cellulosa in fase di produzione.
Quanto dura una fragola in una confezione con additivo antimicrobico?
Secondo i test dichiarati da Alkelux ed eseguiti da laboratori certificati, i film plastici che incorporano i nano-polymer dots mantengono un’attività inibitoria sulla crescita fungina per circa 8-9 giorni contro la Botrytis cinerea, il fungo della muffa grigia. L’additivo non incorporato, testato in laboratorio, arriva a 14 giorni. Come termine di paragone, una fragola resta in condizioni ottimali circa tre giorni nel banco frigo di un supermercato.
Gli imballaggi con additivi antimicrobici sono sicuri per la salute?
I materiali attivi e intelligenti destinati al contatto alimentare sono regolati nell’Unione Europea dal Regolamento CE 450/2009, che ne subordina l’immissione sul mercato a una valutazione di sicurezza e all’inserimento in un elenco comunitario delle sostanze autorizzate. L’additivo Alkelux è dichiarato privo di metalli, requisito rilevante per l’iter di certificazione europea, che l’azienda indica come non ancora completato: la commercializzazione è attesa entro la fine del 2026.
ATTENZIONE: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non costituisce una valutazione tecnica o commerciale della tecnologia descritta, né sostituisce le indicazioni delle autorità competenti in materia di sicurezza alimentare. I dati sull’efficacia dell’additivo provengono da test dichiarati dall’azienda produttrice ed eseguiti da laboratori certificati: non risultano ad oggi pubblicati studi peer-reviewed indipendenti sui risultati riportati, e la certificazione europea per il contatto alimentare non risulta ancora ottenuta. Le informazioni relative a tempistiche industriali e capacità produttive sono dichiarazioni aziendali soggette a variazione. Chi soffre di allergie o intolleranze alimentari deve fare riferimento esclusivamente alle etichette dei prodotti e al proprio medico curante.
Fonti principali: Regolamento (CE) n. 450/2009 della Commissione del 29 maggio 2009, relativo ai materiali e agli oggetti attivi e intelligenti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari, Gazzetta ufficiale dell’Unione europea; Osservatorio Waste Watcher International, Rapporto “Il caso Italia 2026”, direzione scientifica di Andrea Segrè, coordinamento di Luca Falasconi (Università di Bologna – DISTAL), indagine IPSOS su campione rappresentativo di 2.000 persone, diffuso il 3 febbraio 2026; dichiarazioni e dati tecnici di Matteo Poddighe, CEO e founder di Alkelux (Sassari), raccolti da fonti giornalistiche nel periodo maggio-luglio 2026.
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