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Lo spreco del cibo tra fame e obesita’: come possiamo uscirne?

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Alimentando la catena dello spreco e peggiorando la nostra salute noi occidentali e italiani dimostriamo di avere scarsa consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni, la Giornata mondiale dell’alimentazione ce lo ricorda. Oltre ogni vuoto ritualismo e retorica

 

di Antonio Galdo

 

www.nonsprecare.it

 

La giornata mondiale dell’alimentazione (15 ottobre), al di là di un rituale piuttosto stanco di convegni, allarmi e improbabili impegni planetari, ha sicuramente il merito di mettere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica la grande contraddizione che viviamo in materia di cibo. Una sorta di paradigma della globalizzazione quando diventa ingiusta e inefficace. Negli ultimi vent’anni, infatti, sono aumentati gli affamati (Sud del mondo) e gli obesi (Nord del mondo) raggiungendo, in entrambi i casi, la stratosferica cifra di circa un miliardo di uomini e donne. Due mali paralleli, che però hanno in comune un elemento essenziale: lo spreco del cibo. Una quantità gigantesca di alimenti che noi occidentali, i cittadini del regno del benessere, siamo abituati ad acquistare in modo compulsivo (anche quando non servono) alimentando la catena dello spreco e peggiorando la nostra salute.

Qualche numero per tutti: il 50 per cento degli italiani è in sovrappeso, di almeno sei chili, e un bambino su dieci risulta obeso. Lo spreco, pensate agli alimenti che buttiamo nel cestino dell’immondizia quando sono ancora perfettamente commestibili, indica, come la luce rossa di una spia, diverse patologie: cattive abitudini alimentari, mentre l’Italia è la culla della dieta mediterranea; una pervasiva azione pubblicitaria a favore di prodotti, specie per i bambini, troppo carichi di grassi e di zuccheri; una difficoltà del sistema Paese a sostenere l’agricoltura locale, la filiera corta della rete di distribuzione dei prodotti alimentari, gli acquisti a chilometro zero.

Dunque, il nostro modello alimentare è profondamente sbagliato. Bisogna, certamente, puntare  sullo sviluppo dell’industria di cibi sani, a partire dal biologico (quando non è una speculazione di mercato),  e incentivare i produttori locali a reggere l’impatto della concorrenza per fare crescere, e non uccidere, un’agricoltura ecosostenibile. Ma bisogna, innanzitutto, correggere i nostri stili di vita, a partire dai regimi alimentari delle famiglie. Padri e madri, figli e nipoti, zii e nonni. E questa nuova cultura della tavola, che poi è un ritorno alle buone abitudini, deve trovare una sponda innanzitutto nel mondo della scuola. In proposito, mi hanno appena recapitato un libro (Cibo tra abbondanza e scarsità, Itacalibri), a cura della Fondazione Banco Alimentare, che contiene due parti. In una si traccia una mini-guida del consumo alimentare sano e responsabile per insegnanti e genitori; nell’altra parte Jeanne Perego racconta storie di sprechi assurdi “per ragazze e ragazzi intelligenti”.

E’ una lettura istruttiva, che vi consiglio, ed anche molto utile perché per rompere il muro dell’indifferenza, di fronte al doppio scandalo del pianeta allo stesso tempo affamato e obeso, sono indispensabili tanti piccoli e semplici gesti. Li possiamo fare tutti, a casa ed a scuola, in famiglia e in classe.

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