Maculopatia e microchip retinico: chi può tornare a vedere e chi no
di Redazione Ecoseven – 16/07/2026

In breve,
contro la maculopatia esiste, da ottobre 2025, il primo dispositivo che non rallenta la malattia ma restituisce una parte di vista centrale a chi l’aveva persa. È un chip di 2 millimetri per 2, spesso 30 micron, che si impianta sotto la retina in circa un’ora e mezza. I dati sono usciti sul New England Journal of Medicine e l’Italia era tra i Paesi coinvolti. Ma prima di sperare — o di far sperare qualcuno — bisogna sapere una cosa che quasi nessun articolo italiano ha scritto: i criteri per entrare in quello studio escludevano la stragrande maggioranza delle persone che oggi hanno una diagnosi di maculopatia.
Se siete arrivati qui dopo una diagnosi, vostra o di un familiare, la risposta breve è questa: la tecnologia è reale, i risultati sono veri, ma riguarda una condizione molto specifica e molto avanzata. Vale la pena capire quale, perché la differenza tra “c’è una speranza” e “c’è una speranza per me” è tutta lì.
Vediamo i dati, senza toglierne e senza aggiungerne.
Cos’è il chip PRIMA e come funziona
PRIMA sta per Photovoltaic Retina Implant MicroArray. È un microarray in silicone di 2×2 millimetri e 30 micron di spessore — più sottile di un capello — che contiene 378 celle fotovoltaiche. Funziona come un pannello solare in miniatura.
Viene impiantato sotto la retina, nell’area già atrofizzata, e va accompagnato da occhiali speciali dotati di telecamera. Gli occhiali catturano l’immagine e la proiettano sul chip sotto forma di luce infrarossa; il chip la converte in impulsi elettrici e stimola le cellule retiniche ancora vive, che portano il segnale al cervello. C’è anche una funzione di zoom per ingrandire le lettere.
Il punto cruciale — e la ragione di quasi tutte le esclusioni — è che il dispositivo non ricrea la retina: sostituisce i fotorecettori morti, ma ha bisogno che gli strati retinici interni siano ancora intatti per trasportare il segnale.
Il chip nasce da ricerche condotte alla Stanford University, è stato sviluppato dall’azienda francese Pixium Vision e oggi appartiene a Science Corporation, società di neurotecnologie di San Francisco.
Vale la pena notare una cosa: di questa tecnologia, ai suoi primissimi test sui tessuti, su EcoSeven avevamo scritto nel 2012. Quattordici anni per arrivare da un esperimento di laboratorio a uno studio clinico pubblicato. È utile ricordarlo quando si legge di svolte imminenti.
Cosa dice davvero lo studio: i numeri esatti
I risultati sono stati pubblicati il 20 ottobre 2025 sul New England Journal of Medicine, firmati da Frank G. Holz (direttore del Dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Bonn) insieme a Yannick Le Mer, Mahiul M. K. Muqit e colleghi. Lo studio si chiama PRIMAvera (ClinicalTrials.gov NCT04676854), condotto in 17 centri clinici di cinque Paesi europei.
Qui i numeri vanno riportati con precisione, perché diverse testate italiane li hanno riportati male.
| Dato | Valore reale |
|---|---|
| Pazienti che hanno ricevuto l’impianto | 38 |
| Pazienti valutati a 12 mesi | 32 |
| Miglioramento clinicamente significativo dell’acuità visiva | 26 su 32 (81%) |
| Miglioramento medio | 25,5 lettere ETDRS (oltre 5 righe) |
Due precisazioni che cambiano la lettura.
L’81% è calcolato su 32, non su 38. Rapportato a tutti i pazienti impiantati, la percentuale scende a circa il 68%. Non è una manipolazione: è la prassi negli studi clinici contare chi ha completato il follow-up. Ma è un’informazione che il lettore merita di avere.
Dei 6 pazienti non valutati a 12 mesi, 3 sono deceduti, 1 ha ritirato il consenso e 2 non erano disponibili per i test. I decessi non sono attribuiti al dispositivo — si tratta di una popolazione anziana — ma nessun articolo italiano li ha menzionati, e omettere i morti da un bilancio non è mai una buona pratica.
Un’ultima nota sui numeri: alcune testate italiane hanno scritto “27 pazienti su 32”. Il dato pubblicato sul NEJM è 26 su 32.
Chi può ricevere il chip retinico: i criteri che escludono quasi tutti
Questa è la sezione che conta più di ogni altra, e quella che manca ovunque.
Per entrare nello studio PRIMAvera i pazienti dovevano avere tutti questi requisiti:
- atrofia geografica dovuta a degenerazione maculare legata all’età — cioè la forma secca in stadio terminale, non quella umida;
- lesione atrofica coinvolgente la fovea, il centro esatto della visione;
- lesione di diametro superiore a 2,4 mm — più grande del chip stesso;
- acuità visiva pari o peggiore di 1,2 logMAR, che corrisponde a circa 20/300: vista centrale sostanzialmente perduta;
- strati retinici interni ancora intatti, verificabili solo con esami strumentali.
Tradotto in termini pratici: il chip è per chi ha già perso la visione centrale in modo grave e definitivo per maculopatia secca avanzata. Non è per chi ha ricevuto una diagnosi di maculopatia iniziale. Non è per la maculopatia umida, che ha altre terapie. Non è per chi conserva ancora una vista centrale utile.
Se avete una diagnosi recente e state leggendo sperando in una soluzione, la notizia — per quanto suoni paradossale — è che probabilmente non siete candidabili, ed è un bene: significa che siete in una fase in cui esistono altre strade.
Cosa si vede davvero con il chip
Anche per chi rientra nei criteri, è importante capire cosa restituisce il dispositivo. Non la vista di prima.
Gli stessi autori riconoscono i limiti: la visione è in bianco e nero e la lettura è rallentata. Il campo visivo restituito è ridotto. Serve un percorso di riabilitazione di mesi, perché il cervello deve imparare a interpretare segnali di natura completamente diversa da quelli naturali.
Quello che i pazienti riescono a fare, secondo i risultati pubblicati, è leggere lettere, numeri e parole: etichette, cruciverba, testi. Non è poco per chi non vedeva più nulla al centro del campo visivo. Ma è un’altra cosa rispetto a “tornare a vedere”.
Science Corporation sta lavorando a una versione con circa 10.000 elettrodi contro le 378 celle attuali, e a un sistema a colori. Sono progetti, non prodotti.
Cosa è successo a chi ci ha già provato: il caso Argus II
Nessun articolo italiano su PRIMA racconta questa storia. È la ragione principale per cui vale la pena leggere fino in fondo prima di entusiasmarsi.
Argus II era il primo impianto retinico ad aver ottenuto un’approvazione commerciale ampia, prodotto dall’azienda americana Second Sight Medical Products. Funzionava con un principio diverso (elettrodi sulla superficie della retina, non sotto) ed era destinato a pazienti con retinite pigmentosa. Era offerto in centri autorizzati in numerosi Paesi, Italia compresa.
Nel 2019 Second Sight decide di interrompere la produzione, travolta da una crisi finanziaria che la porta a licenziare circa 80 dei suoi 108 dipendenti. L’azienda smette di effettuare riparazioni. L’assistenza si riduce a un “supporto virtuale” rivolto ai medici. Diversi pazienti apprendono da fonti secondarie il rilascio dell’ultimo aggiornamento software, nel marzo 2020: la dismissione del prodotto non viene mai comunicata loro ufficialmente.
Il caso più citato è quello di Barbara Campbell, paziente americana: si trovava nella metropolitana di New York quando il suo impianto ha emesso un suono flebile e si è spento. Definitivamente.
Un altro paziente, Ross Doerr, ha riassunto la vicenda in una frase che vale più di molte analisi: la tecnologia è fantastica, l’azienda è pessima.
I pazienti si sono trovati davanti a una scelta che nessuno aveva prospettato loro: tenere in corpo un dispositivo obsoleto e inerte, oppure sottoporsi a un intervento chirurgico per rimuoverlo.
Second Sight è poi confluita in altre operazioni societarie, orientandosi verso gli impianti cerebrali. Chi aveva l’Argus II è rimasto con l’Argus II.
Questo non è un argomento contro PRIMA. È un argomento a favore di una domanda precisa da fare in sede di consulto: cosa succede a questo impianto se l’azienda che lo produce chiude?
A che punto siamo in Italia
L’Italia ha partecipato allo studio PRIMAvera. I centri coinvolti secondo la documentazione disponibile sono l’Università di Roma Tor Vergata e l’Ospedale Britannico di Roma.
Il percorso regolatorio è in corso sia in Europa sia negli Stati Uniti, con una possibile disponibilità sul mercato indicata nel 2026. “Possibile” e “indicata” sono le parole giuste: un’approvazione non è un fatto compiuto finché non è compiuto, e la disponibilità sul mercato non coincide con la rimborsabilità da parte del Servizio Sanitario Nazionale — che è la variabile che deciderà quante persone potranno effettivamente accedervi.
Cosa fare concretamente
Da fare:
- Partire dalla diagnosi esatta: chiedere al proprio oculista se si tratta di maculopatia secca o umida, e in quale stadio. È il primo discrimine
- Chiedere esplicitamente se rientrate nei criteri dello studio PRIMAvera: atrofia geografica coinvolgente la fovea, lesione oltre 2,4 mm, acuità 1,2 logMAR o peggiore, strati retinici interni intatti
- Se avete una maculopatia iniziale o intermedia, concentrarvi su ciò che è disponibile ora: controlli regolari, terapie esistenti per la forma umida, gestione dei fattori di rischio, tra cui la protezione degli occhi dai danni del sole
- Rivolgersi a centri di riferimento oftalmologico, non a informazioni trovate online (compresa questa pagina)
- Se un giorno vi venisse proposto un impianto, chiedere per iscritto cosa prevede il produttore in caso di cessazione del prodotto
Da evitare:
- Interpretare “il chip esiste” come “il chip è per me”: nella maggior parte dei casi non lo è
- Sospendere o modificare terapie in corso sulla base di notizie su tecnologie sperimentali
- Confondere maculopatia secca e umida: sono condizioni diverse con percorsi diversi
- Affidarsi a percentuali lette nei titoli senza conoscerne il denominatore
- Rivolgersi a strutture che promettono l’impianto al di fuori di un percorso clinico regolamentato
FAQ – Domande frequenti
Il chip retinico può curare la maculopatia?
No. Il chip PRIMA non cura la maculopatia e non arresta la malattia: sostituisce la funzione dei fotorecettori morti nell’area centrale, restituendo una percezione visiva parziale e in bianco e nero. La degenerazione retinica resta. È un dispositivo di sostituzione funzionale, non una terapia.
Chi può ricevere il microchip sotto la retina?
Nello studio PRIMAvera erano candidabili solo pazienti con atrofia geografica da degenerazione maculare legata all’età (forma secca avanzata), con lesione coinvolgente la fovea e di diametro superiore a 2,4 mm, acuità visiva pari o peggiore a 1,2 logMAR (circa 20/300) e strati retinici interni intatti. Chi ha una maculopatia iniziale, intermedia o di forma umida non rientra in questi criteri.
Con il chip retinico si torna a vedere come prima?
No. La visione restituita è in bianco e nero, con lettura rallentata e campo visivo ridotto, e richiede mesi di riabilitazione perché il cervello impari a interpretare i nuovi segnali. I pazienti dello studio sono tornati a leggere lettere, numeri e parole — risultato rilevante per chi aveva perso la visione centrale, ma diverso dalla vista naturale.
Il chip per la maculopatia è disponibile in Italia?
Non ancora come trattamento di routine. L’Italia ha partecipato allo studio clinico con centri a Roma. Il percorso di approvazione regolatoria è in corso in Europa e negli Stati Uniti, con disponibilità sul mercato indicata come possibile nel 2026. La disponibilità commerciale, va ricordato, è cosa diversa dalla rimborsabilità da parte del Servizio Sanitario Nazionale.
Cosa succede se l’azienda che produce l’impianto chiude?
È una domanda legittima e ha un precedente concreto. Nel 2019 Second Sight ha interrotto produzione e assistenza dell’impianto retinico Argus II, lasciando i pazienti già operati — anche in Italia — con un dispositivo destinato all’obsolescenza e senza riparazioni possibili. Alcuni hanno dovuto scegliere se tenerlo inerte o rimuoverlo chirurgicamente. È una domanda da porre esplicitamente prima di qualsiasi impianto.
ATTENZIONE: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce in alcun modo il parere dell’oculista o del centro di riferimento. Non contiene indicazioni terapeutiche e non deve essere usato per valutare la propria candidabilità a un trattamento: solo un oftalmologo, sulla base di esami strumentali, può stabilire lo stadio e la forma di una maculopatia. Nessuno deve modificare o sospendere terapie in corso sulla base di quanto letto qui. Il dispositivo PRIMA descritto in questo articolo non è, alla data di pubblicazione, un trattamento approvato e disponibile di routine in Italia: i dati riportati provengono da uno studio clinico su un numero limitato di pazienti selezionati secondo criteri molto stringenti, e i risultati a 12 mesi non consentono di trarre conclusioni sull’efficacia e la sicurezza a lungo termine. Chi ha ricevuto una diagnosi di maculopatia è invitato a rivolgersi al proprio oculista e ai centri oftalmologici di riferimento.
Fonti ufficiali:
Holz F.G., Le Mer Y., Muqit M.M.K. et al., “Subretinal Photovoltaic Implant to Restore Vision in Geographic Atrophy Due to AMD”, New England Journal of Medicine, pubblicato online il 20 ottobre 2025. DOI: 10.1056/NEJMoa2501396. Studio PRIMAvera, ClinicalTrials.gov NCT04676854. Studio in aperto, multicentrico, prospettico, a gruppo singolo, condotto in 17 centri di cinque Paesi europei su 38 pazienti; 32 valutati a 12 mesi; miglioramento clinicamente significativo dell’acuità visiva (definito come ≥0,2 logMAR) in 26 partecipanti su 32 (81%; IC 95%: 64-93; P<0,001). Dei 6 pazienti non valutati: 3 deceduti, 1 ritirato, 2 non disponibili. Finanziamento: Science Corporation e Moorfields National Institute for Health and Care Research Biomedical Research Centre. Primo autore: Frank G. Holz, Dipartimento di Oftalmologia, Università di Bonn.
American Academy of Ophthalmology, scheda “A Photovoltaic Implant May Restore Functional Vision in Patients With Advanced AMD“. Fonte per i criteri di inclusione: lesioni di atrofia geografica coinvolgenti la fovea di diametro superiore a 2,4 mm e acuità visiva pari o peggiore a 1,2 logMAR (~20/300).
Retinal Physician, analisi dello studio Holz et al. (edizione maggio-giugno 2026). Fonte per le caratteristiche tecniche dell’impianto: microarray in silicone 2×2 mm con 378 celle fotovoltaiche, posizionamento subretinico in pazienti con strati retinici interni intatti; 32 pazienti su 38 hanno completato il follow-up a 12 mesi.
Science Corporation, comunicato del 20 ottobre 2025. Fonte per il miglioramento medio di 25,5 lettere ETDRS, per le dimensioni dell’impianto (2mm x 2mm x 30µm) e per le dichiarazioni di Frank Holz e Max Hodak. Va segnalato che si tratta della società che produce il dispositivo e ha finanziato lo studio.
Osservatorio Terapie Avanzate, novembre 2025. Fonte per la partecipazione italiana allo studio (Università di Roma Tor Vergata e Ospedale Britannico di Roma) e per i limiti riconosciuti dagli stessi autori: lettura rallentata e visione in bianco e nero.
Ophthalmology Times, aggiornamenti sullo studio PRIMAvera e sull’editoriale del New England Journal of Medicine a firma di Jacque L. Duncan (professoressa di oftalmologia, University of California San Francisco), non coinvolta nello studio. Fonte per lo stato dei processi di approvazione regolatoria in Europa e negli Stati Uniti.
Sul caso Argus II: ricostruzione basata sulle cronache pubblicate da CUENEWS (Biomedical Cue) e The Edge/Wallife, relative all’interruzione della produzione da parte di Second Sight Medical Products nel 2019, alla riduzione dell’assistenza, al caso della paziente Barbara Campbell e alle testimonianze raccolte originariamente da IEEE Spectrum. La disponibilità dell’Argus II in centri autorizzati italiani è documentata nei comunicati aziendali di Second Sight Medical Products.
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