Meno contadini, più braccianti: il lavoro agricolo in Italia cambia

Il lavoro agricolo in Italia cambia volto. E’ una trasformazione silenziosa che attraversa le campagne italiane, e si misura in numeri che raccontano un cambiamento di modello più che una semplice crisi. Da un lato si assottiglia la figura storica del coltivatore diretto, il piccolo agricoltore che lavora la propria terra con la famiglia; dall’altro cresce il peso del lavoro salariato e stagionale, quello dei braccianti, spesso immigrati e troppo spesso esposti allo sfruttamento. L’agricoltura italiana non sta scomparendo: sta cambiando pelle. E capire come è il primo passo per capire dove sta andando il lavoro nei campi.
Il declino dell’agricoltura familiare
Il dato di fondo è impressionante nella sua scala storica. Nel 1930 in Italia operavano 4,2 milioni di aziende agricole; nel 2023 si sono ridotte a 1,1 milioni. Una contrazione che riflette quasi un secolo di urbanizzazione, meccanizzazione e abbandono delle aree rurali. Ma il fenomeno non si è fermato al passato: continua oggi, e tocca soprattutto la figura del piccolo coltivatore.
I numeri più recenti sul lavoro agricolo in Italia lo confermano con precisione. Dal 2019 i coltivatori diretti, coloni e mezzadri hanno avuto un andamento continuamente decrescente, passando dai 403.751 lavoratori del 2019 ai 367.554 del 2024, con una diminuzione complessiva del 9%. Si tratta di una categoria che resta comunque dominante — rappresenta l’88,6% del totale dei lavoratori agricoli autonomi nel 2024 — ma che arretra di anno in anno. Parallelamente, una tendenza opposta riguarda gli imprenditori agricoli professionali, in lieve crescita, segno di un’agricoltura che si fa più strutturata e imprenditoriale a scapito della micro-conduzione familiare.
In sintesi: le aziende sono sempre meno, ma quelle che restano sono mediamente più grandi. L’agricoltura italiana è andata riducendosi nel numero di aziende, che però sono divenute più grandi: è la fotografia di un settore che si concentra e si professionalizza, lasciando indietro la piccola proprietà contadina.
Il peso crescente del lavoro bracciantile
Se il contadino-proprietario arretra, è il lavoro dipendente e stagionale a coprire una quota sempre più rilevante della fatica nei campi, soprattutto in alcune colture. La manodopera avventizia — gli operai a tempo determinato, i braccianti assunti per le fasi di raccolta — resta essenziale per comparti come l’ortofrutta, anche se i dati di settore la indicano in lieve flessione numerica complessiva.
Il punto, più che quantitativo, è di modello: l’agricoltura familiare che si restringe lascia scoperto uno spazio che viene riempito dal lavoro salariato, spesso precario e stagionale. Il bracciante agricolo, o operaio a tempo determinato, viene assunto per l’esecuzione di lavori di breve durata, a carattere saltuario, per compiere una specifica fase della lavorazione. È una manodopera flessibile per definizione, e proprio questa flessibilità la espone a condizioni di vulnerabilità.
Non si può raccontare il lavoro bracciantile italiano senza affrontarne il lato più oscuro. Una parte consistente di questa manodopera è straniera, e la sua composizione sta cambiando. Prima i braccianti provenivano per lo più dall’Africa subsahariana, oggi sempre più da Marocco, India, Pakistan e Bangladesh, un trend che riguarda l’intero Paese. In molte aree il reclutamento passa attraverso il caporalato e pratiche para-schiavistiche, talvolta sotto il controllo della criminalità organizzata. I dati ufficiali, peraltro, sono ritenuti sottostimati: faticano a fotografare l’effettiva entità di un fenomeno che vive in larga parte nell’irregolarità.
È il rovescio della medaglia di un sistema in cui il lavoro nei campi, abbandonato dalla piccola proprietà, viene affidato a chi ha meno potere contrattuale. Una questione che è insieme economica, sociale e di legalità, e che chiama in causa le aziende, le istituzioni e i consumatori.
Un’agricoltura che produce valore, ma cambia chi la fa
Il paradosso del lavoro agricolo in Italia è che tutto questo avviene mentre l’agricoltura nostrana raggiunge traguardi di eccellenza. Nel 2024 in Italia sono aumentati sia la produzione sia il valore aggiunto dell’agricoltura, rispettivamente del 1,4% e del 3,5% in volume, con l’Italia ai vertici europei per valore aggiunto del settore. Eppure, nello stesso periodo, il calo dell’input di lavoro impiegato nel settore agricolo è stato del 2,6%, più marcato della media degli altri Paesi UE27.
È la sintesi del cambiamento in atto: si produce di più, con meno braccia e con braccia diverse. Il contadino che possiede e coltiva la sua terra lascia progressivamente il posto a un’agricoltura più imprenditoriale in alto e più dipendente dal lavoro salariato in basso. Conoscere questa trasformazione è essenziale non solo per chi lavora nel settore, ma per chiunque si sieda a tavola: perché dietro ogni prodotto c’è una filiera di lavoro che sta cambiando, e che merita di essere raccontata con onestà.
ATTENZIONE: Questo articolo ha finalità informative. I dati citati provengono da fonti ufficiali (ISTAT, INPS, CREA) e da rilevazioni di settore aggiornate al 2024-2026; le statistiche sul lavoro irregolare in agricoltura sono, per ammissione delle stesse fonti, presumibilmente sottostimate rispetto all’effettiva dimensione del fenomeno. I numeri possono subire revisioni in occasione delle successive rilevazioni statistiche.
Domande frequenti (FAQ)
Quante aziende agricole ci sono oggi in Italia?
Secondo l’ISTAT, nel 2023 le aziende agricole italiane erano circa 1,1 milioni, contro i 4,2 milioni del 1930. Il numero continua a ridursi, ma le aziende rimaste sono mediamente più grandi e strutturate.
Quanti sono i coltivatori diretti in Italia?
Nel 2024 i coltivatori diretti, coloni e mezzadri erano 367.554, in calo del 9% rispetto ai 403.751 del 2019. Restano comunque la categoria nettamente prevalente del lavoro agricolo autonomo, pari all’88,6% del totale.
Perché aumenta il lavoro agricolo in Italia dei braccianti?
Più che un aumento numerico assoluto, si tratta di un cambiamento di modello: il declino della piccola agricoltura familiare lascia spazio al lavoro salariato e stagionale, essenziale soprattutto in colture come l’ortofrutta. Questa manodopera, spesso straniera, è particolarmente esposta a precarietà e sfruttamento.
Il lavoro agricolo in Italia è in crisi?
Non in termini di valore prodotto: nel 2024 produzione e valore aggiunto sono cresciuti e l’Italia è ai vertici UE per valore aggiunto agricolo. La trasformazione riguarda piuttosto chi fa questo lavoro, con meno input di lavoro complessivo e uno spostamento dal lavoro familiare a quello dipendente.



