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Lavoro e occupazione, cosa dicono (e cosa non dicono) i dati Istat

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(Adnkronos) –
L'occupazione continua a crescere, sia come ore lavorate sia in termini di occupati. I dati Istat indicano una direzione chiara, sicuramente positiva. Ma si può dire per questo che il mercato del lavoro ha risolto i suoi problemi, che per diversi aspetti sono strutturali? La risposta che si desume cercando di capire cosa c'è dietro i dati, ovvero da dove e come si generano i numeri positivi, è molto meno netta. Da una parte il governo rivendica i suoi meriti, dall'altra entrano in gioco interpretazioni diverse e analisi che investono la qualità dell'occupazione che si sta producendo e la correlazione con il Pil che è praticamente fermo.  Qualsiasi ragionamento deve partire dai dati. Quelli appena diffusi dall'Istat descrivono un trend di crescita: il numero di occupati aumenta di 141 mila unità (+0,6%) rispetto al quarto trimestre 2024, a seguito della crescita dei dipendenti a tempo indeterminato (+143 mila, +0,9%) e degli indipendenti (+18 mila, +0,3%) che ha più che compensato la diminuzione dei dipendenti a termine (-20 mila, -0,8%); aumenta anche il numero di disoccupati (+16 mila, +1,0% in tre mesi), mentre diminuisce quello degli inattivi di 15-64 anni (-157 mila, -1,3%). Tale dinamica si riflette nell’aumento del tasso di occupazione che sale al 62,7% (+0,4 punti in tre mesi), nella stabilità di quello di disoccupazione, invariato al 6,1%, e nel calo del tasso di inattività che scende al 33,1% (-0,4 punti).  Sono dati che descrivono una crescita dell'occupazione e che restituiscono un quadro in miglioramento nel suo complesso. "I nuovi dati Istat sul mercato del lavoro certificano un risultato senza precedenti, frutto di una visione chiara da parte del Governo Meloni, di scelte coraggiose e di politiche che finalmente stanno dando risultati concreti", rivendica Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, le politiche di coesione e il Pnrr, evidenziando la direzione intrapresa: "Una differenza netta rispetto alle ricette fallimentari del passato, fondate su bonus a pioggia e reddito di cittadinanza, prive di visione e prospettiva. Il Governo Meloni ha puntato su politiche attive per il lavoro, sul sostegno concreto alle imprese e sulla valorizzazione del capitale umano".  C'è anche un altro modo di leggere i dati Istat. E' quello che propone chi, a partire dalla Cgil, sostiene che sia necessario ragionare sulla qualità dell'occupazione che si sta producendo. Nonostante l’aumento degli occupati (+282 mila su base annua), secondo questa lettura, la crescita riguarda in larga parte forme di impiego precarie, sottopagate o incapaci di garantire una vita dignitosa. I dipendenti permanenti crescono, ma diminuiscono drasticamente i contratti a termine (-173 mila), mentre aumentano gli autonomi (+110 mila), una categoria che in Italia spesso nasconde forme di autoimpiego forzato, freelance sottopagati e partite Iva 'mascherate'. Molti contratti stabili, secondo il sindacato, lo sono solo sulla carta: si tratta spesso di impieghi part-time involontari, con orari ridotti non per scelta, ma per necessità aziendali. Altro dato che fa discutere è quello relativo al tasso di inattività, ora al 33,2%. Sempre più persone, semplicemente, smettono di cercare lavoro e lo fanno non perché non ne abbiano bisogno, ma perché hanno perso fiducia. Analisi di matrice diversa ma che arriva a una conclusione simile quella di Carlo Calenda. "Il Pil crescerà quest'anno in una cifra che, secondo me, è quasi pari alla stagnazione. Stiamo parlando di micro numeri e di Paesi che sono cresciuti molto più di noi di decine di punti negli ultimi trent'anni. Aumentano sì i lavori ma a Pil fermo, e ciò vuol dire che aumentano lavori che non vengono pagati". Il segretario di Azione richiama il tema salari. "C'è un'economia ‘para schiavistica’, come l'ha definita Luca Ricolfi, soprattutto nel terziario, dove si guadagna intorno ai 4 euro e mezzo l'ora". (Di Fabio Insenga) —economiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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