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Mafia: depistaggio Borsellino, un teste ‘quando Pippo Calò vietò ai detenuti la tv in ospedale’

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Caltanissetta, 17 set. (Adnkronos) – “Qui dentro non se ne vede televisione, neppure per i Mondiali”. E’ l’estate del 1990, in Italia ci sono i Mondiali di calcio, e il boss mafioso Pippo Calò, l’ex cassiere di Cosa nostra, è ricoverato nel reparto speciale per i detenuti dell’ospedale Civico di Palermo. Altri detenuti ricoverati chiedono di avere una televisione nel reparto per potere vedere le partite di Italia ’90. Così viene mandata una tv da sistemare nel reparto. “Siamo andati nel reparto speciale e abbiamo consegnato il televisore all’agente di guardia che lo ha posizionato in un determinato posto, ma all’improvviso uscì Pippo Calò, che era in vestaglia, spinse la tv lontano e disse: ‘Qui dentro televisore non se ne vede’. E così non se ne fece nulla”. A raccontarlo è il poliziotto, da poco in pensione, Vincenzo Militello, che prestava servizio alla Dia, nel corso del processo sul depistaggio sulle indagini sulla strage di via D’Amelio davanti al Tribunale di Caltanissetta. Militello viene sentito come teste della difesa. Imputati sono tre poliziotti: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata in concorso.

Giuseppe Calò, soprannominato, era considerato il “cassiere di Cosa nostra” perché fortemente coinvolto nella parte finanziaria dell’organizzazione, soprattutto nel riciclaggio di denaro. All’età di 23 anni venne affiliato nella cosca mafiosa di Porta Nuova dal suo associato Tommaso Buscetta e iniziò numerose attività in imprese legali come rappresentante di tessuti a Palermo, aprì un bar e si occupò di una pompa di benzina. Giuseppe Calò ha avuto due figli, da uno di questi è nato il criminale italiano associato a Cosa nostra Leonardo Calò, condannato per riciclaggio, pluriomicidio, occultamento di cadaveri e sequestro di persona. Famoso il confronto tra Calò e il pentito Buscetta, il momento più caldo del Maxiprocesso. E’ il 10 aprile 1986, quando i due boss si trovano faccia a faccia, ad accusarsi reciprocamente dei delitti più efferati.

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