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Quando un vino può definirsi ‘bio’? Facciamo luce sul boom dei vini biologici

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Si parla sempre più di vino bio: le vendite sono in crescita, i grandi marchi si convertono e Vinitaly gli dedica un intero padiglione

Il fenomeno del vino bio

Boom del vino biologico nel nostro paese. L’Italia è il primo produttore a livello continentale: vanta 45.000 aziende vitivinicole biologiche, circa il 17% del totale europeo. Il settore rappresenta l’11% della superficie vitata e una produzione potenziale di 5 milioni di quintali di uva da vino, con un peso di oltre il 7% sul totale nazionale, secondo i dati diffusi da Vinitaly, la fiera più importante del settore, che dedicherà al biologico un intero padiglione. Il salone, realizzato in collaborazione con Federbio, si chiamerà Vinitalybio.

La produzione biologica è entrata nel mercato e sta incontrando il favore di molti consumatori. Le cantine che si convertono lo fanno per diversi motivi: attirare e incuriosire gli amanti del vino, sperimentare nuovi prodotti, diversificare la produzione e ovviamente tutelare l’ambiente.

Il bio a livello mondiale

L’attenzione verso il settore è confermata anche dai dati internazionali: nel mondo 1,3 milioni di ettari sono coltivati in maniera biologica (+12,8% sul 2012) e il giro d’affari sfiora i 3 miliardi di euro.

Le cantine ‘convertite’

Anche alcuni nomi storici iniziano a proporre produzione biologica. Possiamo citare Frescobaldi in Toscana, il Gruppo Lunelli (detentori del celebre marchio Ferrari) o colossi della cooperazione enoica come La-Vis e Cavit in Trentino. In Franciacorta troviamo Barone Pizzini, impegnato sul bio da tempo; in Piemonte, nel terroir del Gavi, La Raia ha intrapreso questo percorso. Poi troviamo Salcheto a Montepulciano, cantina biologica e biodinamica oltre che energeticamente autosufficiente. Nella rinomata zona del Valpolicella troviamo Speri, attento alla sostenibilità da anni: dal 2015 otterrà il marchio bio. E nel veronese possiamo citare anche Gini (Soave) e la Cantina di Negrar (Valpolicella). In Umbria si è convertito al biologico lo storico marchio Lungarotti; nelle marche segnaliamo Umani Ronchi. L’Abruzzo bio porta il nome di Emidio Pepe e Cantina Tollo. In Campania troviamo i Feudi di San Gregorio che hanno riconvertito 50 ettari al biologico. La Basilicata era già pronta da tempo al biologico: Cantine del Notaio produceva vino ‘bio’ già dalla fine degli anni ’90. In Puglia possiamo provare del Primitivo biologico di Polvanera. Scendendo in Sicilia segnaliamo piccole realtà come come Occhipinti e Graci sull’Etna, senza dimenticare Centopassi di Libera Terra che produce su terreni confiscati alla mafia.

Cosa vuol dire ‘vino biologico’

Possiamo parlare legalmente di vino biologico solo da 2012, anno in cui è entrato in vigore il regolamento europeo del settore. La normativa ha stabilito le regole per quanto riguarda la produzione di prodotti vitivinicoli biologici, delineando anche le modalità di vinificazione, approvate dallo Standing Committee on Organic Farming (SCOF), il Comitato permanente per l’agricoltura biologica. Le aziende certificate possono infatti ora riportare in etichetta il logo europeo.

Prima del 2012 la certificazione biologica era prevista solo per le uve e infatti l’unica dicitura consentita era ‘vino ottenuto da uve biologiche’, mentre la nuova normativa ha introdotto una definizione più estesa e tecnica di ‘vino biologico’. 

Per produrre vino biologico partiamo dal frutto: si producono uve biologiche, coltivate senza l’aiuto di sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, pesticidi in genere) e senza l’impiego di organismi geneticamente modificati. Il livello massimo di solfito per il vino rosso è di 100 mg per litro (150 mg/l per il vino convenzionale) e per il vino bianco/rosé di 150mg/l (200 mg/l per il vino convenzionale), con un differenziale di 30mg/l quando il tenore di zucchero residuo è superiore a 2 g/l.

Inoltre sono previste una serie di restrizioni nell’utilizzo di determinate pratiche enologiche e sostanze coadiuvanti durante la fase di vinificazione.

Per quanto riguarda gli ingredienti e i coadiuvanti di processo, vengono ammessi quasi tutti quelli di origine naturale (vegetale, animale e microbiologica, inclusi lieviti e batteri), con la raccomandazione di preferire l’origine biologica quando disponibile, e vengono limitati quelli di sintesi.  Per i lieviti enologici è obbligatorio l’uso di quelli bio solo se sono della tipologia/ceppo adeguata alla vinificazione che si può condurre. Negli altri casi si può ricorrere a lieviti selezionati convenzionali, purché non OGM, oppure ovviamente alla fermentazione spontanea o con i propri lieviti (anche purificati e liofilizzati).

Alcuni aspetti che hanno un impatto ambientale non sono comunque contemplati dalla disciplina del biologico: parliamo del consumo delle risorse energetiche in fase di vinificazione, della riduzione dei reflui di produzione, del riutilizzo degli scarti e del packaging.

a.po

 

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