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Triplice terapia contro Bpco riduce rischio di decesso

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Roma, 16 giu. (Adnkronos Salute) – La broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) è una malattia complessa ed eterogenea: il 6-8% della popolazione italiana ne è affetto. Questa complessità spiega e giustifica la necessità di un approccio focalizzato a migliorare la valutazione, il trattamento e gli esiti. I singoli pazienti possono aver bisogno di approcci di trattamento differenti nei diversi stadi della malattia. Lo studio Impact, pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine’, “ha dimostrato che nei pazienti che presentano più esacerbazioni appare fondamentale il trattamento di partenza con tre farmaci associati”. A ribadirlo gli esperti durante la conferenza stampa online ‘Non solo Covid-19: Bpco, la terapia con tre farmaci riduce il rischio di morte’ promossa da Gsk.

Lo studio ha evidenziato che si può “ridurre il rischio di morte per tutte le cause: il corpo infatti ha bisogno di ossigeno e se questo non è disponibile, come nel caso delle forme più serie, sono a rischio anche il cuore, l’albero circolatorio e altri distretti”. Le ultime analisi ‘post hoc’ di Impact evidenziano che “l’associazione precostituita tra di fluticasone furoato/umeclidinio/vilanteroloriduce significativamente, nella misura del 28%, il rischio di decesso per tutte le cause in questi pazienti rispetto all’associazione precostituita di 2 broncodilatatori”.

“Questi risultati dicono che la triplice terapia è quella che riduce maggiormente la mortalità per causa cardiovascolare, respiratoria e correlata alla Bpco – spiega Girolamo Pelaia, direttore della Clinica Pneumologica universitaria e della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato respiratorio dell’Università degli Studi di Catanzaro – L’ipotesi più probabile e consistente è che tale rilevante effetto sulla riduzione della mortalità derivi principalmente dall’efficacia della triplice terapia, nel diminuire le riacutizzazioni soprattutto severe, quelle cioè che richiedono ospedalizzazione: nello studio Impact il rischio di esacerbazioni che portano a ospedalizzazione è ridotto del 34% sempre rispetto alla terapia a due farmaci broncodilatatori”.

Secondo gli esperti “i vantaggi della triterapia sono indipendenti dal rischio di esacerbazioni: una sottoanalisi effettuata per valutare l’impatto della storia di riacutizzazioni dei pazienti dell’Impact sugli outcome clinici indica chiaramente che la triplice terapia fluticasone furoato/umeclidinio/vilanterolo è più efficace di entrambe le duplici terapie fluticasone furoato/vilanterolo e umeclidinio/vilanterolo nel prevenire le riacutizzazioni e nel migliorare lo stato di salute e la funzionalità respiratoria indipendentente dalla storia di riacutizzazione, in modo quindi consistente con l’analisi condotta sulla popolazione complessiva”.

I malati però non sono tutti uguali. Esiste un fattore chiave condiviso che rappresenta un indice di gravità della Bpco e che presuppone un ottimale controllo della patologia. “La cronicità della Bpco – aggiunge Francesco Blasi, ordinario di Malattie dell’Apparato respiratorio all’Università degli Studi di Milano – mina nel tempo la qualità di vita dei pazienti, gradualmente compromessa dal persistere dei sintomi tipici e, nella sua progressione, dalla comparsa di riacutizzazioni, fenomeni che colpiscono circa il 30% dei malati. La mancata risoluzione della sintomatologia, unita alla bassa aderenza e alla comparsa di riacutizzazioni, porta nel tempo i pazienti ad adottare un incremento della terapia. Questo studio dimostra chiaramente che grazie alla triplice terapia già in prima linea si può ottenere una riduzione del rischio di morte in questi malati”.

“I risultati osservati nelle diverse analisi condotte sulla mortalità per tutte le cause – conclude Pelaia – sono consistenti tra loro e vanno tutti nella stessa direzione: la triplice terapia fluticasone furoato/umeclidinio/vilanterolo migliora la qualità di vita, la funzione polmonare e riduce le riacutizzazioni moderate/gravi. Non dovremmo quindi sorprenderci di fronte ai dati di riduzione della mortalità, soprattutto tenendo conto del ruolo dei fattori di rischio per la mortalità nei pazienti con co-morbilità in generale e con Bpco in particolare. La conta degli eosinofili nel sangue può essere di supporto nel discriminare i diversi effetti del trattamenti nei pazienti con il rischio maggiore di riacutizzazioni, mentre ha meno impatto nel gruppo con una sola riacutizzazione moderata.

“Questi risultati sono rilevanti nella pratica clinica, in quanto un più elevato rischio di riacutizzazioni (basato sulla storia precedente) e una maggiore conta di eosinofili ematici supportando l’utilizzo della triplice fluticasone furoato/umeclidinio/vilanterolo o di fluticasone furoato/vilanterolo rispetto a umeclidinio/vilanterolo. Nell’attesa di ulteriori acquisizioni per comprendere il ruolo di questi marcatori, oggi possiamo offrire ai pazienti con Bpco frequenti riacutizzatori un trattamento che consente loro di vivere meglio e più a lungo”, conclude Pelaia.

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