Don Milani: Bindi, ‘non testimone del passato ma spina nel fianco per noi’
Firenze, 27 mag. (Adnkronos) – “È sbagliato considerare don Lorenzo un testimone del passato, una personalità scomoda solo per la Chiesa e l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. Milani resta una spina nel fianco anche per noi. Il suo pensiero è chiaro, diretto, non ha bisogno di esegeti e ha ancora molto da dire”. Lo ha affermato Rosy Bindi, presidente del Comitato per il centenario di Don Milani, intervenendo alla manifestazione svoltasi questa mattina alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del presidente della Cei, Matteo Zuppi.
“La scelta di farsi povero tra i poveri, di restare fino alla fine vicino ai più emarginati, con gli operai di Calenzano, con i piccoli montanari semianalfabeti del Mugello che gli hanno ‘insegnato a vivere’, appare del tutto coerente -ha ricordato l’ex parlamentare- con quella Chiesa in uscita, che abita le periferie del mondo, a cui ci invita Papa Francesco e alla quale dobbiamo convertirci. Anche la radicalità con cui difende la dignità del lavoro è una ricerca delle ‘vie terrene di portare la Grazia’, è sete di giustizia che lo spinge a prendere posizione e contestare l’arroganza padronale”.
“Milani vive lo scarto tra l’annuncio evangelico e una democrazia dei diritti ancora incompiuta. E si schiera. Si appella alla Costituzione per chiedere il rispetto del diritto di sciopero, il giusto salario, le case popolari, la scuola per tutti. L’Italia è certamente cambiata, molti progressi sono stati fatti e molti diritti riconosciuti e conquistati. Ma resta vera la convinzione di don Lorenzo: ‘chi non ha parola non ha potere’. Ed è facile immaginare a quali ‘sordomuti’ il maestro di Barbiana vorrebbe aprire le orecchie e sciogliere la lingua: i giovani precari e sottopagati, i pensionati in fila alle mense della Caritas, i lavoratori morti e feriti nei cantieri e nelle aziende, gli immigrati sfruttati nelle nostre campagne”.
“L’esperienza di Barbiana -ha detto ancora Bindi- non è facilmente riproducibile. La scuola era per don Lorenzo come un ‘ottavo sacramento’ la via di una pastorale che deve ‘risvegliare nelle persone l’umano per aprirle al divino’. Ma sulla scuola e le sue finalità, il maestro di Barbiana può essere ancora una guida preziosa. ‘La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde’, denunciava la ‘Lettera a una professoressa’. Sono trascorsi 56 anni e in Italia l’ascensore sociale rappresentato dall’istruzione pubblica si è fermato. Il Paese registra tassi di dispersione scolastica tra i più alti d’Europa, la percentuale di laureati è sotto la media europea e l’analfabetismo funzionale colpisce un terzo della popolazione tra i 16 e i 28 anni”.
“Realizzare una scuola che include tutti e non scarta nessuno, che non fa ‘parti uguali tra diseguali’, che mette al primo banco i meno capaci, perché non c’è merito nel talento frutto del caso e di condizioni economiche e sociali spesso ereditate; non è un’utopia del secolo scorso. È il compito che ci consegna don Lorenzo Milani, che ci chiede di avere più cura e più attenzione alle nuove generazioni”.
“Milani -ha concluso Bindi- ci sfida anche sul terreno della qualità della democrazia. Ai suoi allievi insegnava ad amare la politica, sinonimo di quel ‘I care’, contrapposto al ‘me ne frego’ fascista, che era anche lo scopo della sua scuola: educare alla partecipazione, all’impegno verso gli altri, alla cura dei beni comuni, alla giustizia e alla pace. Era una pedagogia esigente, che invitava a prendere posizione”.
