<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Mit &#8211; Ecoseven &#8211; Saper Vivere</title>
	<atom:link href="https://www.ecoseven.net/tag/mit/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.ecoseven.net</link>
	<description>Economia del Benessere e della Salute</description>
	<lastBuildDate>Wed, 22 Jul 2026 10:00:00 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.2</generator>
	<item>
		<title>Batteri mangia plastica: perché la bioplastica si degrada solo se collaborano</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/eco-invenzioni/batteri-mangia-plastica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eco-invenzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Batteri]]></category>
		<category><![CDATA[bioplastiche]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento marino]]></category>
		<category><![CDATA[microplastiche]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[plastica biodegradabile]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca scientifica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=320986</guid>

					<description><![CDATA[di Redazione Ecoseven – 22/07/2026 In breve, i batteri mangia plastica esistono davvero, ma da soli non bastano. Uno studio del MIT pubblicato su Environmental Science &#38; Technology dimostra che, per degradare completamente una bioplastica in mare, serve una squadra di specie batteriche complementari: nessun singolo microrganismo porta a termine il lavoro. È una scoperta che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">Redazione Ecosev</a><a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">en</a> – 22/07/2026</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-320987 size-full" title="batteri mangia plastica che degradano una bioplastica in mare" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/batteri-mangia-plastica.webp" alt="Batteri mangia plastica 2026" width="1036" height="691" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/batteri-mangia-plastica.webp 1036w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/batteri-mangia-plastica-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/batteri-mangia-plastica-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/batteri-mangia-plastica-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1036px) 100vw, 1036px" /></p>
<p><strong>In breve,</strong></p>
<p>i <strong>batteri mangia plastica</strong> esistono davvero, ma da soli non bastano. Uno studio del <a href="https://www.technologyreview.it/bioplastiche-per-un-futuro-sostenibile/" target="_blank" rel="noopener">MIT</a> pubblicato su <em>Environmental Science &amp; Technology</em> dimostra che, per degradare completamente una bioplastica in mare, serve una <strong>squadra di specie batteriche complementari</strong>: nessun singolo microrganismo porta a termine il lavoro. È una scoperta che ridimensiona un equivoco diffuso — l&#8217;idea che basti l&#8217;etichetta &#8220;biodegradabile&#8221; perché un oggetto sparisca in acqua. La velocità con cui una bioplastica si dissolve dipende da <em>dove</em> finisce e da <em>quali</em> microbi vivono in quel punto preciso.</p>
<h2>La plastica &#8220;biodegradabile&#8221; non si degrada da sola</h2>
<p>Quando compriamo un sacchetto o un imballaggio marcato &#8220;biodegradabile&#8221; o &#8220;compostabile&#8221; tendiamo a immaginare che, una volta disperso, si dissolva rapidamente e senza aiuto. La realtà è più complessa. La degradazione di questi materiali non è una proprietà automatica del prodotto: dipende dalla presenza di comunità microbiche in grado di aggredirlo e dalle condizioni ambientali in cui si trova.</p>
<p>Lo studio guidato da Marc Foster, dottorando del MIT-WHOI Joint Program, ha analizzato per la prima volta il ruolo di <strong>singole specie batteriche</strong> nella demolizione di una bioplastica marina, chiarendo che il processo è collettivo e non individuale. Come spiega lo stesso Foster, esiste molta ambiguità su quanto a lungo questi materiali permangano effettivamente nell&#8217;ambiente, e la loro durata dipende sia dalla comunità microbica del luogo sia dalla chimica del polimero.</p>
<p>Il punto centrale è questo: <strong>la stessa bioplastica può degradarsi in tempi molto diversi a seconda di dove finisce.</strong> In un tratto di mare ricco delle specie giuste sparisce; in un altro, privo di quei microbi, può persistere molto più a lungo.</p>
<h2>Come lavorano davvero i batteri mangia plastica</h2>
<p>Il materiale al centro dello studio è un <strong>copoliestere aromatico-alifatico</strong>, una plastica biodegradabile molto comune: si usa nei sacchetti della spesa, negli <a href="https://www.ecoseven.net/canali/eco-invenzioni/packaging-compostabile-spruzzato/">imballaggi alimentari</a> e nei teli agricoli che coprono il terreno per trattenere umidità e limitare le erbacce.</p>
<p>I ricercatori di BASF — l&#8217;azienda che produce quel tipo di plastica — hanno immerso campioni del materiale a diverse profondità nel Mar Mediterraneo, lasciando che i batteri vi crescessero attorno formando un sottile biofilm. I campioni sono poi stati inviati al MIT, dove il team ha isolato tutte le specie possibili, individuandone <strong>30 in grado di proliferare sulla plastica</strong>.</p>
<p>Misurando l&#8217;anidride carbonica prodotta come indicatore di degradazione, i ricercatori hanno scoperto che un solo batterio, <em>Pseudomonas pachastrellae</em>, era capace di <strong>spezzare il polimero</strong> nei suoi tre componenti chimici di base: acido tereftalico, acido sebacico e butandiolo. Quel batterio, però, non riusciva a consumare da solo tutti e tre i frammenti.</p>
<h3>Una catena di montaggio al contrario</h3>
<p>Testando le specie una a una, il team non ha trovato nessun batterio capace di digerire da solo tutti e tre i componenti: alcune specie ne consumavano uno o due, mai l&#8217;intero set. La degradazione completa emerge solo dalla <strong>cooperazione</strong> tra microrganismi con funzioni complementari — uno spezza il polimero, altri smaltiscono i singoli frammenti.</p>
<p>La ragione è metabolica. Come chiarisce Foster, è molto raro che un singolo batterio svolga l&#8217;intero processo, perché richiederebbe un carico enzimatico enorme: depolimerizzare la plastica e poi usare i frammenti come fonte di carbonio ed energia sono compiti troppo onerosi per un solo organismo.</p>
<p>Il risultato più netto: i ricercatori hanno selezionato <strong>cinque specie complementari</strong> e hanno dimostrato che questo piccolo gruppo degrada la plastica con la stessa efficacia dell&#8217;intera comunità di 30. Togliendo anche un solo membro dei cinque, la mineralizzazione crollava. Isolando ciascun batterio, nessuno raggiungeva da solo il risultato del gruppo. La prova che la funzione è <strong>collettiva</strong>, non individuale.</p>
<h2>Perché questa scoperta ridimensiona l&#8217;etichetta &#8220;biodegradabile&#8221;</h2>
<p>Il team ha verificato un altro dato importante: il gruppo di cinque batteri <strong>non riusciva a mineralizzare una plastica diversa</strong>. Questo indica che comunità microbiche specifiche degradano solo determinati polimeri. In altre parole, non esiste un batterio &#8220;universale&#8221; mangia-plastica, e nemmeno una squadra universale.</p>
<p>Ne discende una conseguenza pratica per chiunque legga l&#8217;etichetta &#8220;biodegradabile in ambiente marino&#8221;: quella promessa si realizza <strong>solo se</strong> nel punto in cui il materiale finisce vivono i microbi adatti. I ricercatori sono espliciti sui limiti del proprio lavoro: i batteri individuati sono probabilmente specifici del Mar Mediterraneo, e lo studio ha coinvolto solo le specie sopravvissute in laboratorio. Non è quindi una mappa universale, ma una prima dimostrazione di come funziona il meccanismo.</p>
<p>Questa è la distinzione che conta tra ciò che è &#8220;provato&#8221; e ciò che è semplicemente &#8220;dichiarato in etichetta&#8221;: una bioplastica è realmente degradabile in un contesto quando quel contesto ospita la comunità microbica capace di aggredirla. Fuori da quelle condizioni, il materiale può frammentarsi e persistere, esattamente come le plastiche tradizionali, alimentando il problema delle <a href="https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento/da-dove-vengono-le-microplastiche/">microplastiche</a> disperse nell&#8217;ambiente.</p>
<h2>Cosa determina lo studio del MIT concretamente</h2>
<p>Per orientarsi senza illusioni, alcuni punti fermi che emergono dallo studio:</p>
<ul>
<li><strong>Cosa fare:</strong> trattare le bioplastiche come materiali da smaltire correttamente (compostaggio o raccolta dedicata dove previsto), non come oggetti che &#8220;spariscono da soli&#8221; se dispersi.</li>
<li><strong>Cosa fare:</strong> leggere l&#8217;etichetta nel dettaglio — &#8220;biodegradabile in compostaggio industriale&#8221; è diverso da &#8220;biodegradabile in ambiente marino&#8221;; le condizioni richieste cambiano il risultato.</li>
<li><strong>Cosa evitare:</strong> dare per scontato che gettare una bioplastica in natura sia innocuo. Senza i microbi giusti, il materiale può restare a lungo.</li>
<li><strong>Cosa evitare:</strong> confondere &#8220;biodegradabile&#8221; con &#8220;atossico e immediato&#8221;. La degradazione è un processo lento, condizionato e dipendente dall&#8217;ambiente.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<h2>F.A.Q &#8211; Domande frequenti</h2>
<h3>I batteri mangia plastica esistono davvero?</h3>
<p>Sì. Diverse specie batteriche sono in grado di aggredire i polimeri plastici. Lo studio del MIT dimostra però che, per degradare completamente una bioplastica, non basta un singolo batterio: serve una comunità di specie complementari, ciascuna specializzata in una fase del processo.</p>
<h3>La plastica biodegradabile si scioglie da sola in mare?</h3>
<p>No, non automaticamente. La degradazione dipende dalla presenza dei microrganismi adatti nel punto in cui il materiale finisce e dalla chimica del polimero. In assenza delle comunità batteriche giuste, anche una plastica etichettata &#8220;biodegradabile&#8221; può persistere a lungo.</p>
<h3>Quanto tempo impiega una bioplastica a degradarsi?</h3>
<p>Non esiste un tempo unico. Lo studio del MIT evidenzia che la durata ambientale varia ampiamente a seconda della comunità microbica presente e del tipo di plastica. È proprio questa variabilità che rende difficile prevedere la &#8220;vita&#8221; reale di questi materiali.</p>
<h3>Qual è la differenza tra plastica biodegradabile e compostabile?</h3>
<p>&#8220;Compostabile&#8221; indica in genere la degradazione in condizioni controllate di compostaggio (spesso industriale, ad alte temperature); &#8220;biodegradabile&#8221; è un termine più ampio che indica la capacità di essere decomposto da microrganismi, ma non specifica dove né in quanto tempo. Le condizioni richieste cambiano il risultato reale.</p>
<h3>Questa scoperta risolve il problema dell&#8217;inquinamento da plastica?</h3>
<p>Non da sola. Lo studio è definito dagli stessi autori un primo passo verso sistemi microbici più efficienti per degradare la plastica o convertirla in materiali utili. Serve ulteriore ricerca prima di applicazioni su larga scala.</p>
<hr />
<p><em>ATTENZIONE: questo articolo sui batteri mangia plastica ha finalità informative e divulgative e non sostituisce indicazioni tecniche o normative sullo smaltimento dei materiali. </em></p>
<p><em>Fonti: Le informazioni si basano sullo studio &#8220;<a href="https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acs.est.5c14910" target="_blank" rel="noopener">Complementary Bacterial Functions Enhance Mineralization of Aromatic Aliphatic Copolyesters within a Marine Microbial Consortium</a>&#8220;, di Marc Foster e colleghi (MIT-WHOI Joint Program, Woods Hole Oceanographic Institution, BASF), pubblicato nel 2026 sulla rivista <a href="https://pubs.acs.org/journal/esthag" target="_blank" rel="noopener">Environmental Science &amp; Technology</a> (DOI: 10.1021/acs.est.5c14910; comunicato MIT News del 16 marzo 2026). Gli stessi autori dichiarano due limiti: i batteri individuati sono probabilmente specifici del Mar Mediterraneo e lo studio ha incluso solo le specie in grado di sopravvivere in laboratorio. Le caratteristiche di degradazione delle singole plastiche &#8220;biodegradabili&#8221; possono variare a seconda dell&#8217;ambiente e del prodotto. Batteri mangia plastica 2026.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Se il termometro diventa una pillola: il sensore ingeribile del MIT che misura la febbre dall&#8217;interno</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/il-termometro-diventa-una-pillola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 14:57:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[dispositivi medici]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione medica]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[sensori ingeribili]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[temperatura corporea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=320347</guid>

					<description><![CDATA[di Redazione Ecoseven – 28/06/2026 Il termometro diventa una pillola! Un gruppo di ricercatori del MIT ha sviluppato una pillola-termometro grande come un mirtillo, capace di misurare la temperatura interna del corpo in modo continuo e trasmetterla via wireless una volta al secondo. Il dispositivo, descritto in uno studio pubblicato su Nature Electronics nel 2026, misura appena [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">Redazione Ecosev</a><a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">en</a> – 28/06/2026</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-320348 size-full" title="Pillola termometro ingeribile del MIT grande come un mirtillo" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-termometro-diventa-una-pillola.webp" alt="il termometro diventa una pillola con il MIT" width="1236" height="824" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-termometro-diventa-una-pillola.webp 1236w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-termometro-diventa-una-pillola-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-termometro-diventa-una-pillola-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/il-termometro-diventa-una-pillola-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1236px) 100vw, 1236px" /></p>
<p><strong>Il termometro diventa una pillola! Un gruppo di ricercatori del MIT ha sviluppato una pillola-termometro grande come un mirtillo, capace di misurare la temperatura interna del corpo in modo continuo e trasmetterla via wireless una volta al secondo. Il dispositivo, descritto in uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41928-026-01643-y" target="_blank" rel="noopener">studio pubblicato su <em>Nature Electronics</em> nel 2026</a>, misura appena 6 millimetri di diametro per 4 di altezza ed è il più piccolo sensore ingeribile di temperatura mai realizzato. Per ora è un prototipo testato sui maiali, non ancora un prodotto da farmacia.</strong> Ecco cosa fa davvero, perché serve e cosa lo distingue dalle pillole simili già esistenti.</p>
<h2>Perché misurare la temperatura dall&#8217;interno del corpo?</h2>
<p>La domanda è legittima: perché ingoiare un sensore quando basta un termometro? La risposta sta nella differenza tra temperatura superficiale e temperatura interna, o &#8220;core&#8221;.</p>
<p>I termometri che usiamo di solito — orali, ascellari o a infrarossi sulla fronte — misurano la temperatura in superficie, che non sempre riflette con precisione quella interna, l&#8217;unica che conta davvero per valutare lo stato di salute. La temperatura core è un segno vitale fondamentale: un suo cambiamento può segnalare un&#8217;infezione in arrivo, una febbre pericolosa o un&#8217;alterazione metabolica, spesso prima che compaiano sintomi evidenti.</p>
<p>Il problema è che, finora, l&#8217;unico modo davvero affidabile per misurarla in continuo era invasivo e scomodo (per esempio la via rettale o esofagea), poco praticabile fuori dall&#8217;ospedale. Un sensore che la misura dall&#8217;interno, in modo continuo e indolore, supera questo ostacolo. Come spiega <a href="https://meche.mit.edu/people/faculty/cgt20@mit.edu" target="_blank" rel="noopener">Giovanni Traverso</a>, gastroenterologo e docente al <a href="https://web.mit.edu/" target="_blank" rel="noopener">MIT</a> tra gli autori dello studio, un dispositivo simile permette di monitorare le infezioni e individuarle precocemente, un aspetto particolarmente rilevante per i pazienti fragili.</p>
<h2>Come funziona il termometro diventa una pillola del MIT</h2>
<p>Il dispositivo si chiama MITS, acronimo di <a href="https://www.medicaldesignandoutsourcing.com/mit-researchers-develop-miniature-ingestible-temperature-sensors/" target="_blank" rel="noopener"><em>Miniaturized Ingestible Temperature Sensor</em></a>. La sfida tecnica non era misurare la temperatura — cosa che le pillole sensore fanno da decenni — ma farlo in uno spazio piccolissimo.</p>
<p>All&#8217;interno della capsula, gli ingegneri sono riusciti a combinare tre componenti: un circuito integrato in silicio di appena 1 millimetro per lato, a consumo bassissimo (10 nanowatt); una piccola antenna di 5 millimetri per lato; e una batteria a bottone. Il tutto sigillato in una capsula biocompatibile di 6 per 4 millimetri.</p>
<p>Il funzionamento si basa su una tecnica chiamata <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Backscatter" target="_blank" rel="noopener"><em>backscatter</em></a>. Un&#8217;antenna esterna al corpo emette un&#8217;onda radio ad altissima frequenza; la minuscola antenna interna alla pillola la modifica in base alla temperatura rilevata e la rispedisce indietro. L&#8217;antenna esterna, interpretando le variazioni dell&#8217;onda di ritorno, calcola il valore della temperatura. Questo scambio avviene una volta al secondo, garantendo un monitoraggio davvero continuo, con un&#8217;accuratezza dichiarata di 0,01 gradi.</p>
<h2>Cosa cambia rispetto alle pillole già esistenti?</h2>
<p>Qui sta il punto che molti articoli trascurano: il termometro diventa una pillola non è una novità. Esistono,infatti, da oltre quarant&#8217;anni. La più nota, la <a href="https://www.alcpu.com/CoreTemp/" target="_blank" rel="noopener">CorTemp</a>, nacque da una tecnologia sviluppata dalla NASA con la Johns Hopkins University ed è usata da tempo nello sport per valutare lo stress da calore in atleti, ciclisti, piloti di Formula 1 e perfino minatori. Esistono anche altri sistemi commerciali come <a href="https://vital-sense.com/" target="_blank" rel="noopener">VitalSense</a>, eCelsius e <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/24881810/" target="_blank" rel="noopener">SmartPill</a>.</p>
<p>La vera innovazione del MITS, quindi, non è &#8220;misurare la temperatura ingoiando una pillola&#8221;, ma <strong>le dimensioni</strong>. La CorTemp misura circa 23 millimetri di lunghezza per 10 di diametro: grande come una capsula di multivitaminico. Il MITS è grande circa un quarto, simile a un mirtillo. Questa miniaturizzazione ha due conseguenze pratiche importanti.</p>
<p>La prima è la <strong>sicurezza</strong>: una capsula più piccola riduce il rischio di ritenzione o ostruzione nel tratto gastrointestinale. Le sue dimensioni sono allineate a quelle dei sistemi a rilascio orale già approvati dalla Food and Drug Administration statunitense. La seconda, ancora più significativa, è l&#8217;<strong>accessibilità ai bambini</strong>: le pillole esistenti sono spesso troppo grandi per essere ingerite dai pazienti pediatrici, proprio una delle popolazioni in cui il monitoraggio della febbre sarebbe più utile.</p>
<h2>Solo temperatura o anche altro? Cosa potrà fare in futuro</h2>
<p>È giusto chiarire un punto, per non creare aspettative sbagliate: allo stato attuale il MITS misura <strong>soltanto la temperatura</strong>. Non è un dispositivo multiparametrico.</p>
<p>Tuttavia, i ricercatori indicano una direzione di sviluppo precisa. Il lavoro futuro punta a ridurre ulteriormente le dimensioni e la dipendenza dalla batteria, esplorando soluzioni wireless o senza alimentazione tradizionale. Soprattutto, gli autori immaginano di trasformare la piattaforma in un sistema di sensori multiplo, capace di misurare contemporaneamente anche pH, pressione e altri biomarcatori fisiologici. Se questo obiettivo sarà raggiunto, una singola pillola potrebbe un giorno fornire un quadro molto più ampio di ciò che accade nel corpo. Ma è, appunto, una prospettiva futura, non una funzione già disponibile.</p>
<h2>Quali sono le possibili applicazioni concrete</h2>
<p>Gli scenari d&#8217;uso immaginati dai ricercatori <a href="https://www.ecoseven.net/categoria/canali/scienze/" target="_blank" rel="noopener">sono numerosi</a> e riguardano soprattutto situazioni in cui il monitoraggio continuo della temperatura interna fa la differenza.</p>
<ol>
<li><strong>Diagnosi precoce delle infezioni.</strong> Un rialzo della temperatura core può anticipare i sintomi: utilissimo per pazienti immunodepressi, per esempio durante la chemioterapia o con terapie immunosoppressive.</li>
<li><strong>Monitoraggio durante l&#8217;anestesia.</strong> L&#8217;anestesia altera la termoregolazione del corpo e può esporre i pazienti al rischio di ipotermia: un controllo continuo aiuterebbe a prevenirlo.</li>
<li><strong>Febbre nei bambini a casa.</strong> Grazie alle dimensioni ridotte, il dispositivo potrebbe monitorare la febbre nei più piccoli senza misurazioni ripetute e fastidiose.</li>
<li><strong>Fertilità.</strong> La temperatura corporea è un marcatore dell&#8217;ovulazione, quindi il sensore potrebbe avere applicazioni nel monitoraggio della fertilità.</li>
<li><strong>Sport e lavori estremi.</strong> Atleti, soldati o lavoratori esposti a temperature elevate potrebbero tenere sotto controllo il rischio di colpo di calore.</li>
<li><strong>Pazienti in terapia intensiva.</strong> Il monitoraggio continuo e non invasivo sarebbe prezioso nei reparti critici.</li>
<li><strong>Ricerca fisiologica.</strong> La possibilità di raccogliere dati continui sulla temperatura interna apre nuove strade nello studio del metabolismo e dei ritmi circadiani.</li>
</ol>
<h2>FAQ – Domande frequenti</h2>
<h3>Cos&#8217;è la pillola-termometro del MIT?</h3>
<p>Il termometro diventa una pillola è un sensore ingeribile chiamato MITS (<em>Miniaturized Ingestible Temperature Sensor</em>), sviluppato dai ricercatori del MIT e descritto su <em>Nature Electronics</em> nel 2026. Grande come un mirtillo (6 millimetri di diametro per 4 di altezza), misura la temperatura interna del corpo dal tratto gastrointestinale e la trasmette via wireless una volta al secondo, con un&#8217;accuratezza di 0,01 gradi. È il più piccolo sensore di questo tipo mai realizzato.</p>
<h3>Perché usare un termometro diventa una pillola?</h3>
<p>Perché i termometri tradizionali, orali o sulla fronte, misurano la temperatura superficiale, che non sempre riflette quella interna (&#8220;core&#8221;), l&#8217;unica davvero indicativa dello stato di salute. Un sensore ingeribile permette di misurare la temperatura core in modo continuo, non invasivo e indolore, individuando precocemente infezioni o febbri pericolose, anche prima della comparsa dei sintomi.</p>
<h3>La pillola-termometro misura anche altri parametri oltre alla temperatura?</h3>
<p>Allo stato attuale no: il dispositivo misura soltanto la temperatura. I ricercatori, però, prevedono di svilupparlo in futuro come piattaforma multiparametrica, capace di misurare anche pH, pressione e altri biomarcatori. Si tratta per ora di una prospettiva di ricerca, non di una funzione già disponibile.</p>
<h3>Le pillole che misurano la temperatura esistono già?</h3>
<p>Sì. Le pillole-termometro esistono da oltre quarant&#8217;anni: la più nota, la <a href="https://www.alcpu.com/CoreTemp/" target="_blank" rel="noopener">CorTemp</a>, deriva da una tecnologia <a href="https://www.nasa.gov/" target="_blank" rel="noopener">NASA</a> ed è usata nello sport e in medicina. La novità del dispositivo del MIT non è la funzione in sé, ma le dimensioni molto ridotte: circa un quarto delle pillole esistenti, il che riduce i rischi e la rende potenzialmente adatta anche ai bambini.</p>
<h3>La pillola-termometro del MIT è già in vendita?</h3>
<p>No. Si tratta di un prototipo di ricerca, finora testato su modelli animali (suini) e non ancora sull&#8217;uomo. Secondo i ricercatori, potrebbero servire ancora alcuni anni di sviluppo e sperimentazioni cliniche prima di un eventuale arrivo sul mercato. Per ora non è un prodotto acquistabile.</p>
<h2>In breve</h2>
<p>Il MITS è un termometro diventa una pillola ovvero un sensore ingeribile sviluppato al MIT, grande come un mirtillo, che misura la temperatura interna del corpo in modo continuo e la trasmette via wireless ogni secondo con un&#8217;accuratezza di 0,01 gradi. La temperatura core è un segno vitale che può rivelare infezioni e febbri prima dei sintomi, ma finora misurarla in continuo richiedeva metodi invasivi. Le pillole-termometro esistono da decenni, ma il dispositivo del MIT è circa quattro volte più piccolo: questo riduce i rischi gastrointestinali e lo rende potenzialmente adatto anche ai bambini, una delle popolazioni che ne trarrebbe più beneficio. Per ora misura solo la temperatura, anche se i ricercatori puntano a un futuro multiparametrico (pH, pressione). È bene ricordare che si tratta di un prototipo testato sugli animali, non di un prodotto già disponibile: la strada verso l&#8217;uso clinico è promettente ma ancora lunga.</p>
<hr />
<p><em>ATTENZIONE: Questo articolo sul termometro diventa una pillola ha finalità informative e divulgative e non sostituisce il parere di un medico né descrive un dispositivo già disponibile per l&#8217;uso. La tecnologia descritta è allo stadio di ricerca, testata su modelli animali e non ancora approvata per l&#8217;impiego clinico sull&#8217;uomo. In caso di febbre o sintomi è sempre necessario rivolgersi a un professionista sanitario e usare strumenti di misurazione approvati. Fonti principali: <a href="https://www.nature.com/articles/s41928-026-01643-y" target="_blank" rel="noopener">Sharma, S., et al., &#8220;A miniaturized ingestible temperature sensor for continuous internal monitoring&#8221;, Nature Electronics 2026 (DOI: 10.1038/s41928-026-01643-y)</a>; <a href="https://news.mit.edu/2026/tiny-ingestible-sensor-can-measure-temperature-inside-body-0615" target="_blank" rel="noopener">comunicato MIT News, 15 giugno 2026</a>; dati sulle pillole-termometro esistenti (CorTemp, HQ Inc.) da letteratura scientifica peer-reviewed. Il dispositivo, allo stato attuale, misura esclusivamente la temperatura: le capacità multiparametriche sono prospettive di sviluppo dichiarate dagli autori, non funzioni presenti. Il termometro diventa una pillola il MIT continua a stupire.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>COVID19: la tosse da Covid ha un suono distintivo</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/tecnologia/covid19-la-tosse-da-covid-ha-un-suono-distintivo/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/tecnologia/covid19-la-tosse-da-covid-ha-un-suono-distintivo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2020 19:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[rivela covid19]]></category>
		<category><![CDATA[suono tosse]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=71724</guid>

					<description><![CDATA[Un algoritmo del MIT riesce a rivelare la presenza del Covid-19 grazie al suono della tosse con una percentuale di successo altissima È impressionate la precisione con cui il nuovo algoritmo del MIT è in grado di determinare se le persone hanno o meno il COVID-19 ascoltandole tossire. L&#8217;algoritmo, che i ricercatori hanno addestrato utilizzando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-71727" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/coronavirus-4952102_1280-e1605118465441.jpg" alt="tosse covid19" width="800" height="533" /></h3>
<h3>Un algoritmo del MIT riesce a rivelare la presenza del Covid-19 grazie al suono della tosse con una percentuale di successo altissima</h3>
<p><span id="more-71724"></span></p>
<p>È impressionate la precisione con cui il nuovo algoritmo del MIT è in grado di determinare se le persone hanno o meno il COVID-19 ascoltandole tossire.</p>
<p>L&#8217;algoritmo, che i ricercatori hanno addestrato utilizzando il suono di decine di migliaia di colpi di tosse registrati nel corso della pandemia<strong>, ha un tasso di successo del 98,5%</strong> tra i pazienti a cui era già stato diagnosticato il COVID-19, riporta <a href="https://www.bbc.com/news/technology-54780460" target="_blank" rel="noopener noreferrer">BBC News</a>.</p>
<h4><strong>Se non hanno altri sintomi oltre alla tosse, la percentuale di successo sale al 100%.</strong></h4>
<p>Come spiega BBC News, l&#8217;obiettivo di questo algoritmo non è quello di sostituire un vero e proprio test di laboratorio, ma di servire da controllo, per esempio prima che una persona incontri un gruppo o partecipi a un evento.</p>
<h4>Da quando è scoppiata la pandemia, sono stati diversi i team di scienziati che hanno cercato di diagnosticare il Coronavirus tramite la voce.</h4>
<p>A marzo, gli scienziati della Carnegie Mellon University hanno creato un&#8217;app, il <a href="https://www.ecoseven.net/canali/scienze/tecnologia/coronavirus-e-se-la-diagnosi-potesse-passare-dalla-nostra-voce/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">COVID Voice Detector</a> che scansiona i segni di COVID-19 nei suoni delle persone che tossiscono e recitano l&#8217;alfabeto. A luglio, lo sviluppatore sanitario <strong>Sonde</strong> ha creato una App chiamata <strong>Sonde One</strong> che <strong>chiede solo agli utenti di dire &#8220;ahhh&#8221; per stimare il rischio che avessero preso il Coronavirus</strong>.</p>
<p>Ma l&#8217;algoritmo del team del MIT, descritto nella ricerca pubblicata sull&#8217;<a href="https://www.embs.org/ojemb/articles/covid-19-artificial-intelligence-diagnosis-using-only-cough-recordings/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">IEEE Journal of Engineering in Medicine and Biology</a>, sembra offrire un risultato molto più accurato.</p>
<h4>Non c&#8217;è niente di speciale nell&#8217;algoritmo, a parte il fatto che gli scienziati del MIT hanno messo le mani su carichi e carichi di dati con cui allenarlo e perfezionarlo.</h4>
<p>Mesi fa, l&#8217;algoritmo aveva una percentuale di successo paragonabile a quella di quelle altre app: bisognava solo renderlo più robusto.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/tecnologia/covid19-la-tosse-da-covid-ha-un-suono-distintivo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Coronavirus: scienziati testano il vaccino su se stessi</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/coronavirus-scienziati-testano-il-vaccino-su-se-stessi/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/coronavirus-scienziati-testano-il-vaccino-su-se-stessi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2020 11:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze della salute]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[vaccino sperimentale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=64200</guid>

					<description><![CDATA[Alcuni scienziati del MIT stanno testando un vaccino sperimentale per il Coronavirus su se stessi e spiegano anche come crearlo da soli Come racconta la MIT Technology Review,  utilizzando semplici strumenti di laboratorio, un gruppo di scienziati ha messo insieme il proprio vaccino contro il virus che causa il COVID-19 e invece di saltare attraverso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-64201" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/08/vaccine-5439120_1280-e1596711118537.jpg" alt="vaccino sperimentale" width="800" height="450" /></h3>
<h3>Alcuni scienziati del MIT stanno testando un vaccino sperimentale per il Coronavirus su se stessi e spiegano anche come crearlo da soli</h3>
<p><span id="more-64200"></span></p>
<p>Come racconta la <a href="https://www.technologyreview.com/2020/07/29/1005720/george-church-diy-coronavirus-vaccine/" target="_blank" rel="noopener">MIT Technology Review</a>,  utilizzando semplici strumenti di laboratorio, <strong>un gruppo di scienziati ha messo insieme il proprio vaccino contro il virus che causa il COVID-19</strong> e invece di saltare attraverso i soliti cerchi per una sperimentazione clinica, hanno deciso di testarlo su loro stessi.</p>
<p>Il gruppo si definisce Rapid Deployment Vaccine Collaborative (Radvac), è guidato dal genetista di Harvard George Church e si è proposto di trovare &#8220;una formula semplice che si possa realizzare con materiali prontamente disponibili&#8221;, come ha dichiarato alla <em>MIT Technology Review</em> Preston Estep, leader del progetto.</p>
<h4>Il gruppo ha inventato un vaccino che consiste di frammenti di proteine ​​che corrispondono al Coronavirus, ma non sono in grado di causare malattie.</h4>
<p>Hanno anche pubblicato un <a href="https://radvac.org/white-paper/" target="_blank" rel="noopener">white paper</a> che spiega come farlo da soli: un approccio bizzarro che però non è la prima volta che viene usato – approcci simili sono stati usati anche per produrre altri vaccini, come quello per l&#8217;epatite B e l&#8217;HPV.</p>
<p>Il gruppo ha rapidamente trovato diversi volontari che <strong>erano disposti a spruzzarsi il vaccino di fortuna nel naso</strong>, in modo da capire se fosse possibile creare un&#8217;immunità locale nei tessuti delle vie aeree.</p>
<p>Nonostante non abbia ancora fatto dichiarazioni sull&#8217;efficacia del suo vaccino, la Radvac ha fornito materiale a dozzine di amici e colleghi.</p>
<h4>In effetti, Estep ha detto alla rivista del MIT di aver perso la cognizione del numero di persone con cui l&#8217;ha condiviso.</h4>
<p>Si tratta di un approccio estremamente diverso rispetto alla ricerca farmaceutica convenzionale, e infatti ha trovato molto scetticismo sulla sua strada. Senza contare che <strong>il progetto potrebbe incorrere in problemi con la Food and Drug Administration</strong>.</p>
<p>Staremo a vedere.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/coronavirus-scienziati-testano-il-vaccino-su-se-stessi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>15</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Intelligenza artificiale: sì, ma più sostenibile</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/intelligenza-artificiale-si-ma-piu-sostenibile/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/ambiente/intelligenza-artificiale-si-ma-piu-sostenibile/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2020 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni di carbonio]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=59187</guid>

					<description><![CDATA[Il MIT sta impiegando i suoi sforzi nella realizzazione di un&#8217;intelligenza artificiale più rispettosa dell&#8217;ambiente Sappiamo bene che le intelligenze artificiali (IA) possiedono un potenziale strategico e trasformativo davvero molto importante per le nostre future tecnologie, eppure non sono sempre rispettose dell&#8217;ambiente a causa dell&#8217;elevato consumo di energia. Per cercare di trovare un bilancio più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-59188" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/06/technology-3389888_1280.jpg" alt="intelligenza artificiale" width="800" height="449" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/06/technology-3389888_1280.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/06/technology-3389888_1280-300x168.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/06/technology-3389888_1280-768x431.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3>Il MIT sta impiegando i suoi sforzi nella realizzazione di un&#8217;intelligenza artificiale più rispettosa dell&#8217;ambiente</h3>
<p><span id="more-59187"></span></p>
<p>Sappiamo bene che <strong>le intelligenze artificiali</strong> (IA) possiedono un potenziale strategico e trasformativo davvero molto importante per le nostre future tecnologie, eppure <strong>non sono sempre rispettose dell&#8217;ambiente a causa dell&#8217;elevato consumo di energia</strong>.</p>
<p>Per cercare di trovare un bilancio più verde, nel rapporto delle IA con il pianeta, i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) hanno escogitato una <a href="https://news.mit.edu/2020/artificial-intelligence-ai-carbon-footprint-0423" target="_blank" rel="noopener">soluzione </a>che non solo riduce i costi ma, soprattutto, riduce l&#8217;impronta di carbonio generata dall&#8217;addestramento del modello di IA</p>
<p>Nel giugno 2019, l&#8217;Università del Massachusetts Amherst ha pubblicato un <a href="https://arxiv.org/pdf/1906.02243.pdf" target="_blank" rel="noopener">report </a>che evidenziava come <strong>la quantità di  energia  utilizzata nella formazione di un&#8217;intelligenza artificiale fosse pari a 626.000 libbre (quasi 284.000 Kg) di anidride carbonica</strong>, visto che le reti neurali profonde sono distribuite su diversi array di piattaforme hardware specializzate.</p>
<p><strong>Il livello di consumo di energia richiesto per alimentare queste tecnologie</strong> di intelligenza artificiale, in poche parole, <strong>è circa cinque volte la durata di vita delle emissioni di carbonio di  un&#8217;auto media</strong>, compresa la sua produzione.</p>
<p>Per ovviare a questo problema, il team di ricerca del MIT ha ideato un innovativo sistema di intelligenza artificiale automatizzato, definito rete una tantum (once-for-all network, abbreviato: OFA) e descritto in un <a href="https://arxiv.org/pdf/1908.09791.pdf" target="_blank" rel="noopener">documento </a>di ricerca.</p>
<p>Questo sistema di intelligenza artificiale – la rete OFA – riduce al minimo  il consumo di energia  «disaccoppiando formazione e ricerca, per ridurre i costi».</p>
<p>In sostanza, <strong>la rete OFA funziona come una rete «madre» per numerose sottoreti</strong>, passandogli tutte le sue conoscenze e le esperienze, in modo da formarle e renderle capaci di operare in modo indipendente, senza la necessità di una nuova formazione.</p>
<p>Un&#8217;efficienza che riduce i costi, riduce le emissioni di carbonio e migliora la sostenibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/ambiente/intelligenza-artificiale-si-ma-piu-sostenibile/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Editing genetico contro le malattie virali</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/editing-genetico-contro-le-malattie-virali/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/editing-genetico-contro-le-malattie-virali/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione 1]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Nov 2019 00:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[CARVER]]></category>
		<category><![CDATA[Crispr]]></category>
		<category><![CDATA[editing genetico]]></category>
		<category><![CDATA[genetica]]></category>
		<category><![CDATA[Harvard]]></category>
		<category><![CDATA[medicina moderna]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[RNA virale]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=38595</guid>

					<description><![CDATA[Gli scienziati hanno scoperto un modo di usare la tecnologia di editing genetico CRISPR per debellare i virus che provocano alcune sindromi Superficialmente, i virus che causano l&#8217;ebola o l&#8217;influenza potrebbero non sembrare così simili, visto che il primo può causare insufficienza di un organo o la morte, mentre il secondo di solito viene debellato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-38594" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2019/11/images_foto2019_Ottobre_2019_Virus_ebola_CUT.jpg" alt="" width="814" height="413" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/11/images_foto2019_Ottobre_2019_Virus_ebola_CUT.jpg 814w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/11/images_foto2019_Ottobre_2019_Virus_ebola_CUT-300x152.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/11/images_foto2019_Ottobre_2019_Virus_ebola_CUT-768x390.jpg 768w" sizes="(max-width: 814px) 100vw, 814px" /></p>
<p>Gli scienziati hanno scoperto un modo di usare la tecnologia di editing genetico CRISPR per debellare i virus che provocano alcune sindromi</p>
<p>  <span id="more-38595"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">Superficialmente, i virus che causano l&#8217;ebola o l&#8217;influenza potrebbero non sembrare così simili, visto che il primo può causare insufficienza di un organo o la morte, mentre il secondo di solito viene debellato con facilità. Eppure, in realtà, hanno la stessa causa di fondo: un virus a base di RNA.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo virus, in effetti, è alla base di alcune delle malattie più comuni – e mortali – nel mondo, per questo i ricercatori ci hanno lavorato fino a scoprire un modo per utilizzare la potente tecnologia di <em>editing</em> genetico CRISPR&nbsp;nella lotta contro di lui.<br />Un <em>team</em> guidato da ricercatori di Harvard e del <em>Broad Institute</em> del MIT ha pubblicato uno <a href="https://www.cell.com/molecular-cell/fulltext/S1097-2765(19)30698-7#%20" target="_blank" rel="noopener noreferrer">studio</a>&nbsp;sulla rivista <em>Molecular Cell,&nbsp;</em>dove spiega in dettaglio la creazione di CARVER (Cas13-<em>Assisted Restriction of Viral Expression and Readout</em>), un sistema che utilizza l&#8217;enzima CRISPR Cas13 per prendere di mira l&#8217;RNA virale nei batteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>team</em> ha iniziato analizzando i virus basati sul RNA, per cercare sequenze di RNA virali verso cui poter indirizzare Cas13. I ricercatori volevano specificamente tagliare sequenze che probabilmente non avrebbero causato mutazioni, ma che avrebbero probabilmente disabilitato il virus. Quindi, hanno testato il sistema utilizzando cellule umane infettate da tre virus a base di RNA: virus della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Coriomeningite_linfocitaria" target="_blank" rel="noopener noreferrer">coriomeningite linfocitica</a>, virus dell&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Influenzavirus_A" target="_blank" rel="noopener noreferrer">influenza A</a>&nbsp;e virus della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Virus_della_stomatite_vescicolare" target="_blank" rel="noopener noreferrer">stomatite vescicolare</a>. Entro 24 ore, gli enzimi Cas13 precedentemente iniettati nelle cellule sono riusciti a tagliare i livelli di RNA virale fino a 40 volte.</p>
<p style="text-align: justify;">A quel punto, i ricercatori hanno combinato il loro sistema Cas13 con uno strumento diagnostico chiamato SHERLOCK, per dargli la capacità di misurare i livelli di RNA virale in un campione – e così è nato il sistema CARVER che, potenzialmente, oltre che strumento di ricerca potrebbe essere anche uno strumento clinico.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/editing-genetico-contro-le-malattie-virali/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un micro-robot per le arterie cerebrali</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/un-micro-robot-per-le-arterie-cerebrali/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/un-micro-robot-per-le-arterie-cerebrali/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione 1]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2019 22:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze della salute]]></category>
		<category><![CDATA[aneurisma]]></category>
		<category><![CDATA[arterie]]></category>
		<category><![CDATA[arterie cerebrali]]></category>
		<category><![CDATA[health tech]]></category>
		<category><![CDATA[ictus]]></category>
		<category><![CDATA[lesioni cervello]]></category>
		<category><![CDATA[micro-robot]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[polimero]]></category>
		<category><![CDATA[verme robotico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=38445</guid>

					<description><![CDATA[Grazie a un magnete, un piccolo verme robotico potrebbe essere guidato attraverso le minuscole arterie del cervello umano Un team di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha inventato un piccolo verme robotico, che potrebbe aprire nuove porte per quanto riguarda gli interventi chirurgici al cervello. Potendo essere guidato attraverso le piccole arterie cerebrali [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-38444" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2019/10/images_foto2019_Ottobre_2019_Robot_per_cervello.jpg" alt="" width="809" height="399" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/10/images_foto2019_Ottobre_2019_Robot_per_cervello.jpg 809w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/10/images_foto2019_Ottobre_2019_Robot_per_cervello-300x148.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/10/images_foto2019_Ottobre_2019_Robot_per_cervello-768x379.jpg 768w" sizes="(max-width: 809px) 100vw, 809px" /></p>
<p>Grazie a un magnete, un piccolo verme robotico potrebbe essere guidato attraverso le minuscole arterie del cervello umano</p>
<p>  <span id="more-38445"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">Un <em>team</em> di ricercatori del <em>Massachusetts Institute of Technology</em> (<a href="http://www.mit.edu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">MIT</a>) ha inventato un piccolo verme robotico, che potrebbe aprire nuove porte per quanto riguarda gli interventi chirurgici al cervello. Potendo essere guidato attraverso le piccole arterie cerebrali grazie all&#8217;uso di un magnete, questo <em>micro-robot</em> potrebbe permettere operazioni alla testa minimamente invasive, accedendo a punti del cervello che finora erano rimasti irraggiungibili.&nbsp;Potrebbe trattare le lesioni e aiutare a sbloccare le ostruzioni nel cervello, che altrimenti potrebbero provocare aneurismi e ictus.</p>
<p style="text-align: justify;">Il verme è costituito da uno speciale polimero, composto da microparticelle ferromagnetiche e ha uno spessore inferiore a 0,6 millimetri, circa dieci volte la larghezza di un capello umano, secondo quanto raccontato nello <a href="https://robotics.sciencemag.org/content/4/33/eaax7329" target="_blank" rel="noopener noreferrer">studio</a>&nbsp;pubblicato sulla rivista <em>Science Robotics</em>. È proprio grazie a questa sua composizione ferromagnetica che sarà possibile muoverlo all&#8217;interno delle vene del cervello, grazie all&#8217;uso di un magnete.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il momento, i ricercatori hanno testato il loro robot su modelli in silicone del cervello e, per assicurarsi che il verme potesse muoversi liberamente attorno alle arterie, gli hanno fornito una pelle autolubrificante che riduce l&#8217;attrito, poiché la resistenza potrebbe causare danni alle arterie sensibili. <br /><strong>Si tratta del primo robot su scala ridotta che ha raggiunto una simile grandezza</strong> e che è riuscito a mantenere le caratteristiche che tanto sono importanti in dispositivi di questo genere – ovvero quelle che garantiscono il movimento e la possibilità di rotazione, vitale per muoversi in ogni tipo di spazio, tanto più di questa minima grandezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo questo primo step, i ricercatori hanno in programma di testare il verme per le arterie cerebrali sugli animali. E pare che si stiano già muovendo in questo senso.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/un-micro-robot-per-le-arterie-cerebrali/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Più nero del nero</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/piu-nero-del-nero/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/piu-nero-del-nero/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione 1]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Oct 2019 13:24:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze della salute]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[carbonio]]></category>
		<category><![CDATA[diamante]]></category>
		<category><![CDATA[invenzione]]></category>
		<category><![CDATA[materiali conduttori]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[nanotubi di carbonio]]></category>
		<category><![CDATA[scienza dei materiali]]></category>
		<category><![CDATA[supernero]]></category>
		<category><![CDATA[Vantablack]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=38399</guid>

					<description><![CDATA[Il team del MIT inventa «per caso» il materiale nero che assorbe più luce al mondo Parliamo del 99,995%: è tanta la percentuale di luce che può assorbire un nuovo materiale, di cui è stato appena riferita l&#8217;invenzione da parte di un team di ingegneri del MIT. Prima di questo nuovo materiale, il record era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-38398" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2019/10/images_foto2019_Ottobre_2019_Nero_CUT.jpg" alt="" width="801" height="401" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/10/images_foto2019_Ottobre_2019_Nero_CUT.jpg 801w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/10/images_foto2019_Ottobre_2019_Nero_CUT-300x150.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/10/images_foto2019_Ottobre_2019_Nero_CUT-768x384.jpg 768w" sizes="(max-width: 801px) 100vw, 801px" /></p>
<p>Il team del MIT inventa «per caso» il materiale nero che assorbe più luce al mondo</p>
<p>  <span id="more-38399"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo del 99,995%: è tanta la <strong>percentuale di luce che può assorbire un nuovo materiale</strong>, di cui è stato appena riferita l&#8217;<strong>invenzione</strong> da parte di un team di <strong>ingegneri del MIT</strong>. Prima di questo nuovo materiale, il record era del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Vantablack" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Vantablack</em></a>,&nbsp;che assorbe il 99,965% delle radiazioni del visibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ancora più sorprendente delle capacità di assorbimento della luce del nuovo materiale <strong>supernero</strong> è il fatto che gli scienziati del MiT lo abbiano <strong>scoperto accidentalmente</strong>, per caso, mentre cercavano di potenziare alcune proprietà dei materiali elettricamente conduttivi. Rimuovendo lo strato di ossido dall&#8217;alluminio, gli scienziati hanno iniziato a coltivare nanotubi di carbonio su di esso e hanno notato quanto il nero diventasse sempre più nero e poi ancora più nero. Per questo hanno pensato di misurare la riflettanza ottica del campione.</p>
<p style="text-align: justify;">In uno <a href="https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acsami.9b08290" target="_blank" rel="noopener noreferrer">studio</a> pubblicato sulla rivista <em>ACS-Applied Materials and Interfaces</em>, i ricercatori raccontano come è avvenuta questa scoperta e come <strong>si sono resi conto di trovarsi davanti al materiale più nero al mondo</strong>.<br />Subito dopo, hanno collaborato con l&#8217;artista Diemut Strebe per rivestire del materiale un diamante da 2 milioni di dollari, come parte di una mostra d&#8217;arte lanciata alla Borsa di New York e, da quel momento, hanno offerto il materiale a tutti gli artisti interessati.</p>
<p style="text-align: justify;">La sostanza potrebbe avere molte applicazioni anche oltre l&#8217;arte, per esempio nell&#8217;aiutare gli astronomi a rimuovere l&#8217;abbagliamento indesiderato dai telescopi.&nbsp;Ovviamente, per quanto questo materiale sia nero, non ci si aspetta che detenga il suo primato per sempre, il ricercatore Brian Wardle, ha detto a <a href="http://news.mit.edu/2019/blackest-black-material-cnt-0913" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>MIT News</em></a>&nbsp;che si aspetta che arrivi presto un altro materiale, che lo farà scendere al secondo posto.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/piu-nero-del-nero/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Plastica e calcestruzzo per costruzioni più forti</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/casa/architettura/plastica-e-calcestruzzo-per-costruzioni-piu-forti/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/casa/architettura/plastica-e-calcestruzzo-per-costruzioni-piu-forti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Nov 2017 10:54:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[cemento]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=35146</guid>

					<description><![CDATA[Gli studenti del MIT hanno inventato un metodo per rafforzare il calcestruzzo grazie alle bottiglie di plastica Il problema della plastica è un problema gigante, per questo sono sempre molti gli studiosi che cercano di occuparsene. In questo caso, la proposta arriva da un gruppo di studenti del MIT&#160;che ha cercato una soluzione alla questione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-35145" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2017/11/images_Cemento_Plastica_MIT.png" alt="" width="636" height="422" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2017/11/images_Cemento_Plastica_MIT.png 636w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2017/11/images_Cemento_Plastica_MIT-300x199.png 300w" sizes="(max-width: 636px) 100vw, 636px" /></p>
<p>Gli studenti del MIT hanno inventato un metodo per rafforzare il calcestruzzo grazie alle bottiglie di plastica</p>
<p>  <span id="more-35146"></span>  </p>
<p>Il problema della plastica è un problema gigante, per questo sono sempre molti gli studiosi che cercano di occuparsene. In questo caso, la proposta arriva da un gruppo di studenti del <a href="http://web.mit.edu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">MIT</a>&nbsp;che ha cercato una soluzione alla questione della plastica con il riutilizzo delle bottiglie e dei rifiuti per rinforzare il calcestruzzo. È stato inventato un metodo che comporta un aumento nella durevolezza del cemento grazie a questa aggiunta e questo permetterà, quindi, di poter prendere le bottiglie di plastica e usarle come materiale di costruzione per tutto – dalle fondamenta ai marciapiedi, fino alle barriere stradali, tutto reso ancora più resistente e forte.</p>
<p>Secondo lo <a href="http://news.mit.edu/2017/fortify-concrete-adding-recycled-plastic-1025" target="_blank" rel="noopener noreferrer">studio</a>, che è stato pubblicato sulla rivista «Waste Management», il calcestruzzo prodotto secondo il metodo degli studenti del MIT è fino al 20% più forte del calcestruzzo convenzionale. Innanzitutto, i pezzi di plastica vengono esposti a piccole quantità di radiazioni gamma, poi vengono ridotti a una polvere molto fine che viene aggiunta al calcestruzzo.</p>
<p>La scoperta ha implicazioni di vasta portata, in quanto il calcestruzzo è il secondo materiale più diffuso sulla Terra (il primo è l&#8217;acqua). Il MIT ha riferito che circa il 4,5% delle emissioni di carbonio causate dall&#8217;uomo a livello mondiale sono generate dalla produzione di calcestruzzo e che sostituendo piccole porzioni di calcestruzzo con la plastica riciclata, il costo dell&#8217;industria del cemento sull&#8217;ambiente sarebbe notevolmente ridotto – sia perché verrebbe usato meno calcestruzzo e sia perché si impedirebbe a milioni di bottiglie di finire nelle discariche.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/casa/architettura/plastica-e-calcestruzzo-per-costruzioni-piu-forti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tentativi di prevedere una catastrofe</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/speciali/tentativi-di-prevedere-una-catastrofe/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/speciali/tentativi-di-prevedere-una-catastrofe/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2017 15:31:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Speciali]]></category>
		<category><![CDATA[catastrofi]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Mit]]></category>
		<category><![CDATA[uragani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=35007</guid>

					<description><![CDATA[Gli ingegneri del MIT hanno elaborato un algoritmo in grado di identificare i segnali di avvertimento di eventi meteorologici estremi Gli eventi eccezionali – come un&#8217;ondata anomala, un uragano o un&#8217;estinzione improvvisa – spesso sembrano colpire la Terra senza possibilità di essere previsti, causando tutte le problematiche che ne conseguono. Per questo, chiedendosi cosa succederebbe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-35006" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2017/11/images_Tentativi_di_prevedere_una_catastrofe_MIT.jpg" alt="" width="945" height="531" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2017/11/images_Tentativi_di_prevedere_una_catastrofe_MIT.jpg 945w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2017/11/images_Tentativi_di_prevedere_una_catastrofe_MIT-300x169.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2017/11/images_Tentativi_di_prevedere_una_catastrofe_MIT-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 945px) 100vw, 945px" /></p>
<p>Gli ingegneri del MIT hanno elaborato un algoritmo in grado di identificare i segnali di avvertimento di eventi meteorologici estremi</p>
<p>  <span id="more-35007"></span>  </p>
<p>Gli eventi eccezionali – come un&#8217;ondata anomala, un uragano o un&#8217;estinzione improvvisa – spesso sembrano colpire la Terra senza possibilità di essere previsti, causando tutte le problematiche che ne conseguono. Per questo, chiedendosi cosa succederebbe se potessimo prevedere questi eventi prima che essi accadano, due ingegneri del Massachusetts Institute of Technology (<a href="http://web.mit.edu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">MIT</a>) hanno elaborato un <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Framework" target="_blank" rel="noopener noreferrer">framework</a>, una specie di algoritmo per il computer, che permette di individuare modelli che si presentano prima di un simile evento. Secondo il MIT, questo metodo può aiutare a individuare i centri di forte instabilità che possono influenzare il clima, le prestazioni degli aeromobili e il flusso normale dell&#8217;oceano.</p>
<p>Quello che rende incredibilmente difficile prevedere gli eventi più estremi è il fatto che si ha a che fare con sistemi molto complessi, con molte forze in gioco e con diversi fattori, ma questo nuovo algoritmo del MIT può essere applicato a una vasta gamma di questi sistemi e può davvero essere utile per la ricerca di segnali di avvertimento.</p>
<p>In passato, i ricercatori hanno cercato di prevedere eventi estremi risolvendo modelli matematici, ma molto spesso non avevano compreso appieno i meccanismi che componevano questi sistemi complessi, cadendo in errore. In questo caso, il framework mescola le equazioni con i dati disponibili e agisce come un setaccio per prevedere le catastrofi.</p>
<p>Per testarlo, i ricercatori hanno simulato un flusso turbolento e hanno cercato gli avvertimenti nel loro framework: a quanto riferito da MIT, questi segnali si sono trasformati in eventi estremi in una percentuale tra il 75 e il 99%. <br />Lo <a href="http://advances.sciencemag.org/content/3/9/e1701533" target="_blank" rel="noopener noreferrer">studio</a>&nbsp;è stato pubblicato sulla rivista «Science Advances» ed è davvero molto interessante, anche perché saper prevedere un evento può anche dare il potere di riuscire ad evitarlo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/speciali/tentativi-di-prevedere-una-catastrofe/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>12</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
