<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>neuroni &#8211; Ecoseven &#8211; Saper Vivere</title>
	<atom:link href="https://www.ecoseven.net/tag/neuroni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.ecoseven.net</link>
	<description>Economia del Benessere e della Salute</description>
	<lastBuildDate>Tue, 21 Jul 2026 15:56:12 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.2</generator>
	<item>
		<title>Depressione: cosa succede nel cervello? Uno studio italiano riscrive il meccanismo</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/depressione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 15:56:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[Scienze della salute]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[corteccia prefrontale]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<category><![CDATA[NICO]]></category>
		<category><![CDATA[Salute mentale]]></category>
		<category><![CDATA[serotonina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=320974</guid>

					<description><![CDATA[di Redazione Ecoseven – 21/07/2026 In breve, quando si parla di depressione si pensa quasi sempre a un problema di serotonina, il neurotrasmettitore del buonumore che gli antidepressivi più diffusi cercano di riequilibrare. Ma uno studio italiano ha individuato qualcosa di diverso e più profondo: nei cervelli colpiti dalla depressione, alcuni neuroni di un&#8217;area chiave diventano letteralmente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">Redazione Ecosev</a><a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">en</a> – 21/07/2026</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-320975 size-full" title="depressione, i neuroni della corteccia prefrontale nel cervello" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello.webp" alt="depressione cervello neuroni" width="1236" height="824" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello.webp 1236w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1236px) 100vw, 1236px" /></p>
<p><strong>In breve,</strong></p>
<p>quando si parla di <strong>depressione</strong> si pensa quasi sempre a un problema di serotonina, il neurotrasmettitore del buonumore che gli antidepressivi più diffusi cercano di riequilibrare. Ma uno studio italiano ha individuato qualcosa di diverso e più profondo: nei cervelli colpiti dalla depressione, alcuni neuroni di un&#8217;area chiave diventano letteralmente &#8220;meno accesi&#8221;, faticano a mantenere l&#8217;attività elettrica. È un cambio di prospettiva che potrebbe spiegare perché alcune terapie funzionano dove i farmaci sulla serotonina falliscono. E c&#8217;è un dettaglio, legato a un minuscolo canale nelle cellule nervose, che apre una pista terapeutica del tutto nuova.</p>
<p>Secondo l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la depressione colpisce circa il <strong>5% della popolazione adulta mondiale</strong>, ed è tra le principali cause di disabilità. A studiarne le basi biologiche in modo nuovo è stato il <strong><a href="https://nico.ottolenghi.unito.it/" target="_blank" rel="noopener">Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi</a> (NICO) dell&#8217;Università di Torino</strong>, con una ricerca pubblicata nel 2025 sulla rivista <a href="https://www.nature.com/srep/" target="_blank" rel="noopener"><em>Scientific Reports</em></a> del gruppo Nature.</p>
<h2>Cosa succede nel cervello di chi soffre di depressione</h2>
<p>Per decenni il modello dominante ha spiegato la depressione soprattutto come uno squilibrio chimico: livelli insufficienti di serotonina e altri neurotrasmettitori. È il principio su cui si basano gli antidepressivi più comuni, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI). Questo modello è utile ma incompleto, e non spiega perché una parte dei pazienti non risponda ai farmaci.</p>
<p>Lo studio del NICO sposta l&#8217;attenzione su un piano diverso: non la quantità di una sostanza chimica, ma l&#8217;<strong>attività elettrica dei neuroni</strong> in una regione precisa, la <strong>corteccia prefrontale mediale</strong>, l&#8217;area che governa la regolazione delle emozioni e la risposta allo stress. In pratica, la domanda non è più solo &#8220;quanta serotonina c&#8217;è&#8221;, ma &#8220;quanto bene funzionano elettricamente i circuiti che gestiscono l&#8217;umore&#8221;.</p>
<h2>I neuroni &#8220;meno eccitabili&#8221;: il meccanismo scoperto a Torino</h2>
<p>I ricercatori hanno osservato che, nei soggetti che sviluppano un comportamento depressivo dopo uno stress prolungato, i <strong>neuroni piramidali</strong> degli strati 2/3 della corteccia prefrontale diventano <strong>meno eccitabili</strong>. Significa che, quando ricevono uno stimolo, faticano a mantenere l&#8217;attività elettrica necessaria per elaborare correttamente i segnali che arrivano dalle altre aree del cervello.</p>
<p>A questo si aggiunge un fenomeno chiamato <strong>adattamento della frequenza di scarica</strong>: i neuroni si &#8220;stancano&#8221; più in fretta e riducono il ritmo con cui inviano impulsi. L&#8217;analisi elettrofisiologica ha mostrato due alterazioni precise: un innalzamento della soglia di attivazione e un&#8217;accentuata iperpolarizzazione, due condizioni che rendono più difficile per la cellula generare e sostenere i propri segnali.</p>
<p>Come ha spiegato <strong>Anita Maria Rominto</strong>, dottoranda al NICO e prima autrice della ricerca, questo deficit di eccitabilità potrebbe rappresentare una base cellulare della ridotta attività della corteccia prefrontale già osservata nelle persone con depressione.</p>
<h2>Perché non tutti reagiscono allo stress allo stesso modo</h2>
<p>Un aspetto importante dello studio riguarda la <strong>vulnerabilità individuale</strong>. La ricerca ha utilizzato un modello animale basato sullo stress da &#8220;sconfitta sociale cronica&#8221;, un protocollo sperimentale ampiamente validato in letteratura.</p>
<p>Non tutte le cavie hanno reagito allo stesso modo: <strong>solo quelle &#8220;suscettibili&#8221;</strong> hanno sviluppato comportamenti di evitamento sociale insieme alle alterazioni elettriche nella corteccia prefrontale. Le cavie &#8220;resilienti&#8221;, o non esposte allo stress, non hanno mostrato quelle modifiche. Questo suggerisce un legame diretto tra la vulnerabilità allo stress e la ridotta eccitabilità dei neuroni, e aiuta a capire perché, a parità di eventi difficili, <a href="https://www.ecoseven.net/alimentazione/pillola-del-microbioma/" target="_blank" rel="noopener">alcune persone sviluppino una depressione</a> e altre no.</p>
<h2>Dai canali del potassio alle nuove terapie: cosa può cambiare</h2>
<p>Il punto più promettente riguarda il &#8220;perché&#8221; di quella minore eccitabilità. Secondo i ricercatori, il fenomeno è legato a un&#8217;<strong>iperattività di specifici canali del potassio (K⁺)</strong>, i minuscoli varchi che regolano il ritmo di scarica dei neuroni. Se questi canali lavorano troppo, tengono la cellula in uno stato di &#8220;freno&#8221; costante.</p>
<p>Come sottolineano <strong>Filippo Tempia</strong> ed <strong>Eriola Hoxha</strong>, ricercatori del NICO e autori senior dello studio, questi risultati indicano i canali del potassio come possibili bersagli farmacologici futuri. C&#8217;è di più: la corteccia prefrontale mediale è già oggi il bersaglio di terapie non invasive come la <strong>stimolazione magnetica transcranica (TMS)</strong>, che ha mostrato effetti antidepressivi. Lo studio fornisce una possibile base biologica per capire <em>perché</em> quelle terapie funzionino, agendo proprio là dove l&#8217;attività neuronale è ridotta.</p>
<p>Va ribadito con chiarezza: si tratta di <strong>ricerca di base condotta su modello animale</strong>. Non è una nuova cura né una terapia pronta, ma l&#8217;identificazione di un meccanismo. La distanza tra &#8220;abbiamo capito come funziona&#8221; e &#8220;abbiamo un nuovo farmaco&#8221; resta lunga, e va rispettata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>FAQ – Domande frequenti</h2>
<h3>Cosa succede nel cervello durante la depressione?</h3>
<p>Secondo lo studio del NICO di Torino, nella depressione i neuroni della corteccia prefrontale mediale, l&#8217;area che regola emozioni e stress, diventano meno eccitabili: faticano a mantenere l&#8217;attività elettrica necessaria per elaborare gli stimoli. È un meccanismo diverso dal semplice squilibrio di serotonina su cui si concentravano i modelli tradizionali.</p>
<h3>La depressione è solo una questione di serotonina?</h3>
<p>No. Il modello basato sul deficit di serotonina è utile ma incompleto e non spiega perché molti pazienti non rispondano agli antidepressivi. La ricerca più recente, come lo studio torinese, mostra che contano anche i deficit di attività elettrica dei circuiti neuronali, non solo i livelli dei neurotrasmettitori.</p>
<h3>Cos&#8217;è la corteccia prefrontale e che ruolo ha nella depressione?</h3>
<p>La corteccia prefrontale mediale è la regione del cervello che regola le emozioni e la risposta allo stress. Nei disturbi depressivi la sua attività risulta ridotta. Lo studio del NICO ha individuato a livello cellulare perché questo accade: una minore eccitabilità dei neuroni legata all&#8217;iperattività dei canali del potassio.</p>
<h3>Questa scoperta significa che è stata trovata una cura per la depressione?</h3>
<p>No. Si tratta di ricerca di base condotta su un modello animale: identifica un meccanismo cellulare e un possibile bersaglio farmacologico futuro, ma non è una terapia pronta. Il percorso dalla comprensione del meccanismo allo sviluppo di un nuovo farmaco è ancora lungo.</p>
<h3>Perché alcune persone si ammalano di depressione dopo lo stress e altre no?</h3>
<p>Lo studio mostra che solo i soggetti &#8220;suscettibili&#8221; allo stress sviluppano sia i comportamenti depressivi sia le alterazioni elettriche nei neuroni, mentre i soggetti &#8220;resilienti&#8221; non le presentano. Esiste quindi una diversa vulnerabilità individuale allo stress, che aiuta a spiegare perché a parità di eventi difficili non tutti sviluppino una depressione.</p>
<hr />
<p><em>ATTENZIONE: questo articolo ha finalità puramente informative e divulgativ</em><em>e e non sostituisce in alcun modo il parere di un medico, di uno psichiatra o di uno psicologo. La depressione è una condizione medica che richiede diagnosi e trattamento da parte di professionisti qualificati: chi ne riconosca i sintomi in sé o in altri è invitato a rivolgersi al proprio medico o a uno specialista, e chi segue una terapia non deve mai sospenderla o modificarla sulla base di informazioni lette online. Lo studio qui descritto è ricerca di base condotta su modello animale: identifica un meccanismo biologico e un possibile bersaglio terapeutico futuro, non una cura disponibile. In caso di grave sofferenza psicologica o pensieri di autolesionismo è importante chiedere aiuto subito a un professionista o ai servizi di emergenza. </em></p>
<p><em>Fonti principali: Rominto A.M., Montarolo F., Berrino L., Loddo M., Bertolotto A., Tempia F., Hoxha E. (2025), &#8220;Depression in mice causes decreased neuronal excitability and enhanced frequency adaptation in medial prefrontal cortex pyramidal neurons&#8221;, Scientific Reports 15(1):38402, Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO) dell&#8217;Università di Torino; dati di prevalenza dell&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Eppure il nostro cervello è più grande di quello di una scimmia…</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/eppure-il-nostro-cervello-e-piu-grande-di-quello-di-una-scimmia/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/eppure-il-nostro-cervello-e-piu-grande-di-quello-di-una-scimmia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[cervello scimmia]]></category>
		<category><![CDATA[cervello umano]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<category><![CDATA[umani con cervello più grande delle scimmie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.ecoseven.net/?p=94995</guid>

					<description><![CDATA[Gli scienziati scoprono come gli esseri umani sviluppano cervelli più grandi rispetto ad altre scimmie Gli organoidi del cervello umano crescono sostanzialmente più grandi di quelli di gorilla e scimpanzé: gli scienziati si sono chiesti come e ne è nato uno studio che è il primo a spiegare questo fenomeno. Se i cervelli umani crescono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94996" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/04/artificial-intelligence-3382521_1280-e1618220940228.jpg" alt="cervello" width="800" height="533" /></h3>
<h3>Gli scienziati scoprono come gli esseri umani sviluppano cervelli più grandi rispetto ad altre scimmie</h3>
<p><span id="more-94995"></span></p>
<p>Gli organoidi del cervello umano crescono sostanzialmente più grandi di quelli di gorilla e scimpanzé: gli scienziati si sono chiesti come e ne è nato uno studio che è il primo a spiegare questo fenomeno.</p>
<p>Se<strong> i cervelli umani crescono molto più grandi di quelli delle altre scimmie</strong>, con un numero di neuroni tre volte maggiore, , secondo gli scienziati è per un interruttore molecolare.</p>
<p>Lo studio, condotto dai ricercatori del Laboratorio di biologia molecolare del Medical Research Council (MRC) a Cambridge, nel Regno Unito e pubblicato sulla rivista <a href="https://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(21)00239-7" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Cell</a>, ha confrontato gli &#8220;organoidi cerebrali&#8221; (tessuti 3-D cresciuti da cellule staminali che modellano lo sviluppo iniziale del cervello) che sono stati coltivati ​​da cellule staminali umane, di gorilla e di scimpanzé, ottenendo informazioni su come si sia sviluppato diversamente il cervello nei diversi casi.</p>
<h4>Durante le prime fasi dello sviluppo del cervello, i neuroni sono costituiti da cellule staminali chiamate progenitori neurali.</h4>
<p>Queste cellule progenitrici hanno inizialmente una forma cilindrica che facilita la loro divisione in cellule figlie identiche con la stessa forma. <strong>Più volte le cellule progenitrici neurali si moltiplicano in questa fase, più neuroni ci saranno in seguito</strong>. Man mano che le cellule maturano e rallentano la loro moltiplicazione, si allungano, formando una forma simile a un cono gelato allungato.</p>
<p>Gli scienziati hanno scoperto che <strong>nei gorilla e negli scimpanzé questa transizione si verifica nell&#8217;arco di circa cinque giorni</strong>, mentre negli umani, impiega circa sette giorni. Sostanzialmente, <strong>le cellule progenitrici umane mantengono la loro forma cilindrica più a lungo rispetto alle altre scimmie</strong> e durante questo periodo si dividono più frequentemente, producendo più cellule. Questo potrebbe essere in gran parte responsabile del numero circa tre volte maggiore di neuroni nel cervello umano rispetto al cervello di gorilla o scimpanzé.</p>
<p>È quindi il cambiamento ritardato nella forma delle cellule nel cervello iniziale a cambiare il corso dello sviluppo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/eppure-il-nostro-cervello-e-piu-grande-di-quello-di-una-scimmia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ascoltare musica fa bene al cervello!</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/alimentazione/ascoltare-musica-fa-bene-al-cervello/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/alimentazione/ascoltare-musica-fa-bene-al-cervello/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jan 2019 17:39:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alimentazione e Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[demenza]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=37517</guid>

					<description><![CDATA[La scienza conferma: la musica agisce sui neuroni La musica è un bene per il corpo e l&#8217;anima. Ad affermarlo, un nuovo studio giapponese. Gli scienziati hanno dimostrato che l&#8217;ascolto di determinati generi musicali può influenzare l&#8217;attività cerebrale dei soggetti. E i benefici non si fermano lì. La musica può migliorare l&#8217;umore. Può perfino alleviare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class=" size-full wp-image-37516" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2019/01/images_record-33662.jpg" alt="" width="799" height="398" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/01/images_record-33662.jpg 799w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/01/images_record-33662-300x149.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2019/01/images_record-33662-768x383.jpg 768w" sizes="(max-width: 799px) 100vw, 799px" /></p>
<p>La scienza conferma: la musica agisce sui neuroni</p>
<p>  <span id="more-37517"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">La musica è un bene per il corpo e l&#8217;anima. Ad affermarlo, <a href="https://science.news/2018-12-21-active-music-therapy-increases-brain-activation.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un nuovo studio giapponese</a>. Gli scienziati hanno dimostrato che l&#8217;ascolto di determinati generi musicali può influenzare l&#8217;attività cerebrale dei soggetti. E i benefici non si fermano lì.</p>
<p style="text-align: justify;">La musica può migliorare l&#8217;umore. Può perfino alleviare il dolore dei pazienti con gravi malattie, come il cancro, e i musicoterapisti lo sanno bene.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Musicoterapia" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La musicoterapia</a>, infatti, tratta i problemi cognitivi, emotivi, fisici e sociali attraverso interventi accuratamente studiati. Ha effetti straordinari sui bambini, sulle persone depresse o i malati di Alzheimer.</p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori giapponesi della Tokai University (Tokai) hanno voluto esaminare il lobo frontale, il più grande dei quattro lobi del cervello umano, durante l&#8217;esposizione di alcuni soggetti a una melodia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lobo frontale controlla la personalità e le capacità comunicative. Interviene nell&#8217;espressione delle nostre emozioni, nella risoluzione dei problemi, nella formazione dei ricordi, nella traduzione da una lingua all&#8217;altra e nelle scelte.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo di studio era composto da 22 donne volontarie. L&#8217;età media era di 21 anni. Nessuno dei partecipanti era affetto da alcuna patologia.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; stato chiesto loro di prestare attenzione a una musica o di parteciparvi attivamente: i partecipanti attivi battevano le mani secondo il ritmo. Durante l&#8217;ascolto, il team di ricerca esaminava il lobo frontale, misurando i livelli di ossigeno-emoglobina (ossi-Hb), cortisolo, alfa-amilasi e immunoglobulina A nel cervello.</p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori di Tokai hanno scoperto che l&#8217;ascolto causava cali significativi dei livelli di ossi-Hb in varie parti del lobo frontale, causando rilassamento. La partecipazione attiva, invece, influiva sulla quantità di cortisolo, alfa-amilasi e immunoglobulina A. Questi prodotti chimici svolgono un ruolo importante nello stress e nella tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori hanno concluso che la musicoterapia attiva potrebbe contribuire a migliorare la capacità mentale dei partecipanti, <a href="https://www.ecoseven.net//?p=13835" target="_blank" rel="noopener noreferrer">influendo su diversi livelli di coscienza</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/alimentazione/ascoltare-musica-fa-bene-al-cervello/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>44</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il cervello dei gechi</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/animali/il-cervello-dei-gechi/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/ambiente/animali/il-cervello-dei-gechi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Aug 2018 08:19:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[gechi]]></category>
		<category><![CDATA[geco]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<category><![CDATA[rigenerazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=37004</guid>

					<description><![CDATA[I gechi possono rigenerare parte del loro cervello e sulla base di questo esempio potremmo riuscire a guarire i nostri Finora quello che si è sempre detto sui gechi è che possono far ricrescere la loro coda e la loro spina dorsale, ma a quanto pare non sono le uniche due parti del loro corpo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-37003" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2018/08/images_gecoecervellosuo.jpg" alt="" width="800" height="400" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/08/images_gecoecervellosuo.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/08/images_gecoecervellosuo-300x150.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/08/images_gecoecervellosuo-768x384.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>I gechi possono rigenerare parte del loro cervello e sulla base di questo esempio potremmo riuscire a guarire i nostri</p>
<p>  <span id="more-37004"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">Finora quello che si è sempre detto sui gechi è che possono far ricrescere la loro coda e la loro spina dorsale, ma a quanto pare non sono le uniche due parti del loro corpo che possono rigenerare. A quanto dicono i ricercatori della <a href="https://www.uoguelph.ca/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">University of Guelph</a>, questi animali sono capaci di rigenerare anche il loro cervello.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nature.com/articles/s41598-018-27880-6" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lo studio</a>, recentemente pubblicato sulla rivista «Scientific Reports», racconta che questa capacità meravigliosa potrebbe diventare una risorsa anche per noi, aprendo una nuova area di ricerca per il trattamento delle lesioni cerebrali e della loro degenerazione.</p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori hanno iniziato questa ricerca proprio perché, consapevoli della capacità dei gechi di rigenerare alcune parti dei loro corpi, hanno sospettato che ci potesse essere qualcosa di interessante anche nel loro cervello. Così hanno iniettato nelle cellule cerebrali dei <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Eublepharis_macularius" target="_blank" rel="noopener noreferrer">gechi leopardini</a>&nbsp;un&#8217;etichetta chimica che potesse aiutare a rilevare ogni nuova cellula formata: è stato in questo modo che sono riusciti a vedere il meccanismo e che hanno scoperto che ce ne erano molti di più di quante ne avessero previste.</p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori sono stati anche in grado di identificare un tipo di cellula staminale che si trasformava regolarmente in cellule cerebrali nella corteccia mediale degli animali, una parte del cervello che svolge la stessa funzione dell&#8217;ippocampo nell&#8217;uomo – è la prima volta che gli scienziati scoprono che le cellule staminali sono state coinvolte nella formazione di nuovi neuroni nel cervello di un geco leopardino. <br />Poiché i gechi sono più vicini agli umani che agli anfibi o ai pesci, che sono i soggetti della maggior parte delle ricerche sulla rigenerazione, questa scoperta potrebbe davvero cambiare la maniera in cui studiamo il cervello.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/ambiente/animali/il-cervello-dei-gechi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Vampate di calore</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/vampate-di-calore/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/vampate-di-calore/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 13:52:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[calore]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[menopausa]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<category><![CDATA[temperatura]]></category>
		<category><![CDATA[vampate]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=36972</guid>

					<description><![CDATA[Gli scienziati si avvicinano ad avere una risposta definitiva per la problematica dell&#8217;incremento improvviso di temperatura corporea nelle donne in menopausa I ricercatori hanno scoperto che stimolando particolari cellule cerebrali nei topi si ottiene lo scatenare delle vampate di calore e questa, anche se potrebbe sembrare un&#8217;informazione priva di interesse per noi, potrebbe essere una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-36971" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2018/07/images_donneecaloremeno.jpg" alt="" width="800" height="400" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/07/images_donneecaloremeno.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/07/images_donneecaloremeno-300x150.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/07/images_donneecaloremeno-768x384.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Gli scienziati si avvicinano ad avere una risposta definitiva per la problematica dell&#8217;incremento improvviso di temperatura corporea nelle donne in menopausa</p>
<p>  <span id="more-36972"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori hanno scoperto che stimolando particolari cellule cerebrali nei topi si ottiene lo scatenare delle vampate di calore e questa, anche se potrebbe sembrare un&#8217;informazione priva di interesse per noi, potrebbe essere una scoperta in grado di portare a terapie migliori per le donne che attraversano la menopausa.</p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori della <a href="http://www.washington.edu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">University of Washington</a>, infatti, hanno spiegato che anche gli esseri umani hanno quelle stesse cellule cerebrali, note come neuroni Kiss1, ed è questo il motivo per cui <a href="https://www.cell.com/cell-reports/fulltext/S2211-1247(18)30989-6" target="_blank" rel="noopener noreferrer">questo nuovo studio</a>, pubblicato sulla rivista «Cell Reports» e finanziato dal <a href="https://www.nih.gov/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">National Institutes of Health</a>&nbsp;degli Stati Uniti, può farci avvicinare a una risposta definitiva su queste problematica.</p>
<p style="text-align: justify;">Partendo dal presupposto che l&#8217;attività dei neuroni dipende dagli ormoni sessuali, compresi gli estrogeni – che si abbassano nel corpo di una donna durante la menopausa –, l&#8217;eventuale controllo della proteina presente nei neuro Kiss1 potrebbe aiutare a fermare le vampate con una terapia alternativa a quella presente.<br />In questo momento, il trattamento più comune per le vampate di calore è la terapia ormonale sostitutiva che, però, crea effetti diffusi su tutto il corpo e facilita efficacemente le vampate di calore. Se invece si trovasse una nuova opzione agente proprio su questa problematica, si potrebbe ottenere un cambio di pratica virtuoso – e delle virtuose conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, non tutte le donne possono usare la terapia ormonale – per esempio, quelle che hanno avuto tumori al seno o all&#8217;utero sono troppo sensibili agli estrogeni per farne uso.</p>
<p style="text-align: justify;">Per lo studio, i ricercatori hanno usato topi geneticamente modificati per vedere cosa succedeva quando manipolavano i neuroni Kiss1. Hanno scoperto che l&#8217;attivazione delle cellule innescava un aumento della temperatura cutanea degli animali, seguito da un aumento della temperatura corporea interna. L&#8217;effetto è stato più pronunciato nei topi femmina le cui ovaie erano state rimosse per ridurre i loro livelli di ormoni sessuali.<br />La speranza è che questo studio apra la strada a una soluzione definitiva.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/vampate-di-calore/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>40</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le colonie d’api prendono decisioni come noi</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/news-ambiente/le-colonie-d-api-prendono-decisioni-come-noi/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/ambiente/news-ambiente/le-colonie-d-api-prendono-decisioni-come-noi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jun 2018 13:55:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[api]]></category>
		<category><![CDATA[decisioni]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=36557</guid>

					<description><![CDATA[Le api valutano le informazioni e si comportano in gruppo come fanno i neuroni Quando le singole api si uniscono, formano una sorta di superorganismo dove ognuna agisce come un neurone della materia grigia o bianca del cervello. Ad affermarlo, i ricercatori della University of Sheffield. Questa scoperta potrebbe avere delle ripercussioni nell’ambito dell’entomologia e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-36556" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2018/06/images_coloniediapicome.jpg" alt="" width="800" height="399" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/06/images_coloniediapicome.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/06/images_coloniediapicome-300x150.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/06/images_coloniediapicome-768x383.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Le api valutano le informazioni e si comportano in gruppo come fanno i neuroni</p>
<p>  <span id="more-36557"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">Quando le singole api si uniscono, formano una sorta di superorganismo dove ognuna agisce come un neurone della materia grigia o bianca del cervello. Ad affermarlo, i ricercatori della University of Sheffield. <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-018-22616-y" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Questa scoperta potrebbe avere delle ripercussioni nell’ambito dell’entomologia e della neurologia, aiutando la robotica e tutto quello che ha a che fare con l’intelligenza artificiale</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per arrivare a queste conclusioni, il team ha applicato le leggi della psicofisica, branca della scienza che si occupa di come il cervello umano elabori gli stimoli sensoriali e come le decisioni possano essere prese sulla base di input. Secondo i dati raccolti, le api seguono davvero la psicofisica, ma solo se in gruppo. Da sole di comportano diversamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Le api prese in esame dovevano inviare le cosiddette api scout a raccogliere informazioni e determinare, successivamente, quale fosse il posto migliore per fare un nido. Quando dovevano scegliere tra due siti equivalenti, prendevano una decisione collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo studio è eccitante perché dimostra che le colonie di api mellifere aderiscono alle stesse leggi del cervello quando prendono decisioni collettive. Tracciando paralleli tra le api in una colonia e i neuroni in un cervello, possiamo capire i meccanismi generali alla base.</p>
<p style="text-align: justify;">È interessante notare che, almeno per quanto riguarda il cervello umano, le leggi della psicofisica non si applicano affatto ai singoli neuroni. Proprio come il cervello, le colonie di api mellifere prendono decisioni usando i dati a cui hanno accesso e soppesando l&#8217;apparente qualità di questi prima di andare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le api non smettono mai di stupirci, con i loro comportamenti e le loro caratteristiche. <a href="https://www.ecoseven.net//?p=28537" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Una curiosità: lo sapevate la lingua delle api è multiuso?</a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/ambiente/news-ambiente/le-colonie-d-api-prendono-decisioni-come-noi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3966</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I segreti del nostro cervello</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/i-segreti-del-nostro-cervello/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/i-segreti-del-nostro-cervello/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 May 2018 11:27:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze della salute]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[mappa]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<category><![CDATA[segreti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=36386</guid>

					<description><![CDATA[I ricercatori stanno creando una accurata mappa cerebrale, come se fosse un «museo digitale» della nostra mente, grazie a una specie di videogioco online Sono molte le nostre speranze per curare malattie, inventare tecnologie e gestire meglio la nostra decadenza cerebrale che dipendono tutte dalla stessa cosa: la conoscenza del nostro cervello.&#160; Per questo, un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-36385" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2018/05/images_segretidelcervello.jpg" alt="" width="800" height="402" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/05/images_segretidelcervello.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/05/images_segretidelcervello-300x151.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/05/images_segretidelcervello-768x386.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>I ricercatori stanno creando una accurata mappa cerebrale, come se fosse un «museo digitale» della nostra mente, grazie a una specie di videogioco online</p>
<p>  <span id="more-36386"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">Sono molte le nostre speranze per curare malattie, inventare tecnologie e gestire meglio la nostra decadenza cerebrale che dipendono tutte dalla stessa cosa: la conoscenza del nostro cervello.&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, un team di ricercatori ha creato un «museo digitale» che permette di poter accedere a una mappa del cervello umano che conta di essere sempre più accurata – gli scienziati lo hanno raccontato in uno studio pubblicato sulla <a href="https://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(18)30572-5" target="_blank" rel="noopener noreferrer">rivista «Cell»</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cervello contiene circa 100 miliardi di neuroni che creano 100 trilioni di connessioni. Nonostante tutti i nostri progressi tecnologici, sappiamo ancora molto poco su come funzionano questi neuroni, e fino a quando non lo scopriremo, continueremo a costruire ricerche sul cervello che si basano su dati incompleti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2012, i ricercatori del Princeton Neuroscience Institute (<a href="https://pni.princeton.edu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">PNI</a>) hanno lanciato <a href="https://eyewire.org/explore" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Eyewire</a>, un progetto che rende la mappatura di queste cellule simile a un videogioco.</p>
<p style="text-align: justify;">Il «gioco» inizia con un segmento minuscolo di una retina di topo scansionato nel 2009. I giocatori tracciano quindi le svolte dei neuroni in questi dati, un piccolo «cubo» di circa 4,5 micron di diametro alla volta – quindi davvero piccolissimo. Dopo che un giocatore ha completato un cubo, dai cinque ai 25 altri giocatori esaminano la mappa e una volta verificato come accurato, il cubo entra nel Museo di Eyewire, un archivio digitale interattivo a cui chiunque può accedere – per incoraggiarli, i giocatori possono vincere distintivi, scalare una classifica e molti altri sistemi di competizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un vero e proprio atlante cerebrale a cui, finora, hanno partecipato oltre un quarto di milione di persone – sono stati prodotti più di 10 milioni di cubi che si combinano per mappare più di 3.000 cellule neurali e sono stati scoperti sei nuovi tipi di neuroni.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se il progetto Eyewire si concentra solo su un piccolo segmento di un cervello di topo, incorpora pure un software di intelligenza artificiale che impara da ogni cubo prodotto dall&#8217;uomo, migliorando la propria capacità di tracciare i percorsi dei neuroni.<br />Tra gli sforzi degli umani e dell&#8217;intelligenza artificiale, potremmo essere più vicini che mai a mappare il complesso cervello umano – e a raggiungere i molti obiettivi nobili che abbiamo per il futuro dell&#8217;umanità.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/scienze-della-salute/i-segreti-del-nostro-cervello/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Che lingua parla il nostro cervello?</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/che-lingua-parla-il-nostro-cervello/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/che-lingua-parla-il-nostro-cervello/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 09:31:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[danni cerebrali]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=36324</guid>

					<description><![CDATA[Per aiutare il corpo a combattere contro le malattie, gli scienziati stanno imparando a decodificare i segnali cerebrali Il nostro cervello non si spegne mai, non smette mai di «parlare»: anche quando dormiamo, la nostra testa è in costante comunicazione con ogni parte del nostro corpo, inviando impulsi elettrici e sostanze chimiche specifiche attraverso i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-36323" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2018/05/images_linguaggiodelcervello.jpg" alt="" width="800" height="399" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/05/images_linguaggiodelcervello.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/05/images_linguaggiodelcervello-300x150.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/05/images_linguaggiodelcervello-768x383.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Per aiutare il corpo a combattere contro le malattie, gli scienziati stanno imparando a decodificare i segnali cerebrali</p>
<p>  <span id="more-36324"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro cervello non si spegne mai, non smette mai di «parlare»: anche quando dormiamo, la nostra testa è in costante comunicazione con ogni parte del nostro corpo, inviando impulsi elettrici e sostanze chimiche specifiche attraverso i muscoli e gli organi per fare in modo che il meccanismo generale venga mantenuto attivo senza intoppi. Anche se conosciamo alcune delle basi del suo funzionamento, in realtà la maggior parte di ciò che riguarda il cervello rimane ancora abbastanza misteriosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo i ricercatori si sono prefissati questo importante compito di comprensione del «linguaggio» del cervello perché questo potrebbe aiutarci a gestire meglio la reazione del nostro corpo alle malattie. </p>
<p style="text-align: justify;">Lo <a href="http://www.pnas.org/content/early/2018/05/02/1719083115" target="_blank" rel="noopener noreferrer">studio</a>,&nbsp;pubblicato sulla rivista «PNAS», si è concentrato soprattutto su due tipi di composti che interagiscono con il sistema nervoso e che si chiamano citochine. Le citochine sono fondamentali per il nostro sistema immunitario: sono i segnali che il corpo manda quando veniamo attaccati da una potenziale minaccia e quando questa si arresta. Queste due citochine in particolare, IL-1ß e TNF, vengono prodotte dalle cellule immunitarie durante l&#8217;infezione e il trauma. I ricercatori hanno sperimentato il loro isolamento e la loro decodificazione sul nervo vago dei topi, che collega i loro cervelli a molti organi vitali del corpo – inclusi cuore, polmoni e tratto gastrointestinale –, sperando che questo potesse essere l&#8217;inizio di una serie di studi per scoprire in che modo si possono utilizzare gli strumenti naturali del cervello per curare le malattie croniche.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa maniera, i ricercatori hanno dato un contributo importante al campo emergente della medicina bioelettrica, che cerca di trattare le malattie modificando i segnali che si muovono avanti e indietro tra i nervi. Queste due citochine un giorno potrebbero aiutarci a controllare come e quando si verifica un&#8217;infiammazione; ci vuole molto lavoro per arrivarci, ma se ci si riuscisse sarebbe un risultato davvero importante per la medicina.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/che-lingua-parla-il-nostro-cervello/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>33</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il cervello col tempo non invecchia, diventa solo più “taciturno”</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/il-cervello-col-tempo-non-invecchia-diventa-solo-piu-taciturno/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/il-cervello-col-tempo-non-invecchia-diventa-solo-piu-taciturno/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Apr 2018 07:11:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[anzianità]]></category>
		<category><![CDATA[connessioni]]></category>
		<category><![CDATA[età]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<category><![CDATA[vecchiaia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=35905</guid>

					<description><![CDATA[A distinguere un cervello giovane da uno anziano è il numero di connessioni Negli anziani il cervello, se sano, continua a rigenerarsi quanto quello dei giovani: a rivelarlo, per la prima volta, lo studio della Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons, coordinato dalla ricercatrice in ambito psichiatrico Maura Boldrini. In passato, la ricerca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-35904" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2018/04/images_connessioni_cervello.jpg" alt="" width="800" height="500" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/04/images_connessioni_cervello.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/04/images_connessioni_cervello-300x188.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2018/04/images_connessioni_cervello-768x480.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>A distinguere un cervello giovane da uno anziano è il numero di connessioni</p>
<p>  <span id="more-35905"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">Negli anziani il cervello, se sano, continua a rigenerarsi quanto quello dei giovani: a rivelarlo, per la prima volta, <a href="http://newsroom.cumc.columbia.edu/blog/2018/04/05/old-brains-can-make-new-neurons/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">lo studio</a> della Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons, coordinato dalla ricercatrice in ambito psichiatrico Maura Boldrini.</p>
<p style="text-align: justify;">In passato, la ricerca sugli animali aveva portato molti neuro scienziati a concludere che la capacità di neuro genesi diminuisse con l’età e praticamente cessasse con l’età adulta. Per verificare cosa succedesse negli esseri umani adulti, i ricercatori hanno esaminato un campione di ippocampi umani (parte del cervello responsabile della memoria e dell’apprendimento), prelevati da persone sane di diverse età, dopo la loro morte.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire da una vera “banca del cervello”, ricca di informazioni cliniche sui soggetti raccolte post-mortem con l’aiuto di amici e familiari, sono state utilizzate sonde molecolari e modelli matematici per monitorare la neuro genesi nel cervello di 28 donatori, tra i 14 e i 79 anni, stimare i diversi tipi di cellule e la distribuzione dei marcatori proteici nell’intero ippocampo.<br />“Abbiamo scoperto che c&#8217;erano migliaia di cellule neuroprogenitrici e neuroni immaturi sia nelle persone più giovani che in quelle più anziane&#8221;, ha detto Maura Boldrini</p>
<p style="text-align: justify;">Le analisi hanno rivelato che i cervelli più anziani avevano uno sviluppo vascolare ridotto e livelli più bassi di proteine associate alla plasticità e alla formazione di connessioni.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;È possibile che i cambiamenti che vediamo nei cervelli più anziani siano correlati ad alcuni cambiamenti cognitivo-emozionali che avvengono con l&#8217;invecchiamento&#8221;, ha detto Boldrini, &#8220;e l&#8217;esercizio fisico , la dieta e i farmaci possono essere d&#8217;aiuto, ma sono necessari studi futuri per studiare queste idee. Con queste tecniche dovremmo essere in grado di capire meglio come maturano i nuovi neuroni e come potrebbero essere manipolati “.</p>
<p style="text-align: justify;">In poche parole, quindi, i cervelli anziani non hanno meno neuroni ma semplicemente connessioni peggiori e una vascolarizzazione ridotta: a parità di cellule, comunicano peggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://benessere.ecoseven.net/benessere/news-benessere/sport-il-movimento-mantiene-giovani" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Per fare prevenzione, attendendo i risultati dei nuovi studi, è sicuramente importante avere uno stile di vita sano, fatto anche di grandi camminate</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/il-cervello-col-tempo-non-invecchia-diventa-solo-piu-taciturno/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dall&#8217;adolescenza in poi niente più neuroni</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/dall-adolescenza-in-poi-niente-piu-neuroni/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/dall-adolescenza-in-poi-niente-piu-neuroni/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Ecoseven]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Mar 2018 15:38:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[declino]]></category>
		<category><![CDATA[ippocampo]]></category>
		<category><![CDATA[neurologia]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=35736</guid>

					<description><![CDATA[Secondo uno studio recente, il cervello non produce nuovi neuroni dopo i 13 anni Si pensava che l&#8217;ippocampo, che svolge un ruolo importante nell&#8217;apprendimento e nella memoria, continuasse a generare nuovi neuroni anche nell&#8217;età adulta – è la tesi portata da molti studi che sono stati fatti in passato – invece, secondo un recente studio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-34944" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2017/11/images_neuroni.jpg" alt="" width="798" height="497" /></p>
<p>Secondo uno studio recente, il cervello non produce nuovi neuroni dopo i 13 anni</p>
<p>  <span id="more-35736"></span>  </p>
<p style="text-align: justify;">Si pensava che l&#8217;ippocampo, che svolge un ruolo importante nell&#8217;apprendimento e nella memoria, continuasse a generare nuovi neuroni anche nell&#8217;età adulta – è la tesi portata da molti studi che sono stati fatti in passato – invece, secondo un recente studio, questa importante parte del cervello smette di produrre nuove cellule (ovvero nuovi neuroni) all&#8217;età di 13 anni.&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Arturo Alvarez-Buylla, professore di Chirurgia Neurologica presso la <a href="https://www.ucsf.edu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">University of California</a>, San Francisco, ha analizzato, insieme ai suoi colleghi, 59 campioni di tessuto dell&#8217;ippocampo appartenenti a persone di diverse età – dai feti agli adulti. <br />Lo <a href="https://www.nature.com/articles/nature25975" target="_blank" rel="noopener noreferrer">studio</a>, pubblicato sulla rivista «Nature», ha scoperto che il numero dei progenitori proliferanti e dei giovani neuroni nel <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giro_dentato" target="_blank" rel="noopener noreferrer">giro dentato</a>&nbsp;diminuisce drasticamente durante il primo anno di vita e si possono osservare solo pochi giovani neuroni isolati dai 7 ai 13 anni di età, portando quindi gli scienziati alla conclusion che la neurogenesi nel giro dentato non continua, o è estremamente rara, negli umani adulti.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma: uno studio molto importante che dà il suo forte punto di vista sul declino dei neuroni, sollevando domande sul come e il perché questa funzione differisca tra gli umani e altre specie – visto che ce ne sono molte in cui la neurogenesi dell&#8217;ippocampo adulto è preservata.<br />I ricercatori non si sono fermati qui, hanno anche cercato di individuare nuove aree di indagine in cui lavorare poiché se si riuscisse a capire come far funzionare altri tipi di cellule, per esempio i precursori neurali, si potrebbe essere in grado di usarle per sostituire i neuroni che sono morti.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/dall-adolescenza-in-poi-niente-piu-neuroni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>31</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
