<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Montepulciano &#8211; Ecoseven &#8211; Saper Vivere</title>
	<atom:link href="https://www.ecoseven.net/tag/montepulciano/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.ecoseven.net</link>
	<description>Economia del Benessere e della Salute</description>
	<lastBuildDate>Thu, 26 Mar 2020 13:25:48 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0</generator>
	<item>
		<title>Il vino a impatto zero: lo produce un&#8217;azienda italiana</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/alimentazione/prodotti-tipici/il-vino-a-impatto-zero-lo-produce-un-azienda-italiana/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/alimentazione/prodotti-tipici/il-vino-a-impatto-zero-lo-produce-un-azienda-italiana/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione 1]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2015 11:37:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[prodotti tipici]]></category>
		<category><![CDATA[carbon footprint]]></category>
		<category><![CDATA[Montepulciano]]></category>
		<category><![CDATA[Salcheto]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
		<category><![CDATA[vino bio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=24861</guid>

					<description><![CDATA[Durante Vinitaly abbiamo incontrato un&#8217;azienda italiana che ha deciso di perfezionare il processo produttivo per abbattere l&#8217;impatto ambientale: ecco la storia di Salcheto Vi siete mai chiesti quanto costa, in termini di Co2, la bottiglia che state per stappare?  La cantina Salcheto è partita proprio dal carbon footprint per rivedere il proprio modo di produrre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" size-full wp-image-24860" src="https://www.ecoseven.net//wp-content/uploads/2015/03/images_igallery_resized_ambientetest_Salcheto-14671-250-200-90-c.jpg" alt="" width="250" height="200" /></p>
<p>Durante Vinitaly abbiamo incontrato un&#8217;azienda italiana che ha deciso di perfezionare il processo produttivo per abbattere l&#8217;impatto ambientale: ecco la storia di Salcheto</p>
<p>  <span id="more-24861"></span>  </p>
<p><span style="font-size: 12.1599998474121px; line-height: 1.3em;">Vi siete mai chiesti quanto costa, in termini di Co2, la bottiglia che state per stappare?  La cantina Salcheto è partita proprio dal carbon footprint per rivedere il proprio modo di produrre vino: ha messo in piedi un team multidisciplinare, il Gruppo di lavoro &#8216;<a href="http://www.salcheto.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Salcheto </a>Carbon Free&#8217;, che ha studiato l’intero lavoro dell’azienda per raggiungere un controllo di gestione ambientale basato su tre indicatori:</span></p>
<p>•Carbon Footprint: per controllare energia e materia direttamente ed indirettamente consumate lungo il processo e ridurre le emissioni di gas clima-alteranti connesse.</p>
<p>•Waterfootprint: per razionalizzare l’uso dell’acqua ed abbatterne qualsiasi inquinamento.</p>
<p>•Indice Biodiversità: in fase di sperimentazione applicata, monitora la qualità biologica del suolo e dell’ecosistema aziendale.</p>
<p>&#8216;Ho iniziato nel 2005 quando volevo ampliare la cantina &#8211; spiega Michele Manelli, presidente della cantina Salcheto -. La sostenibilità è un valore etico che deve iniziare da piccole/grandi cose concrete. Abbiamo voluto creare un sistema autonomo dal punto di vista energetico. All’epoca era un&#8217;idea sperimentale e abbiamo scelto di puntare sulla carbon footprint perché è un sistema che consente di abbracciare tutta la filiera’.</p>
<p>&#8216;Lo studio di tutte le fasi del processo produttivo è stato infatti fondamentale per individuare le fasi più impattanti a livello ambientale e agire di conseguenza per giungere a una fase nuova della vinificazione: negli anni ’60 in Italia abbiamo iniziato a darci delle regole su cosa fosse il vino e poi sono nate le denominazioni Doc e Docg; ora stiamo per definire un sistema nuovo, una sorta di Doc e Docg &#8216;plus&#8217; che deve tenere conto del rispetto dell’ambiente, della biodiversità e della carbon footprint&#8217;.</p>
<p>&#8216;La carbon footprint misura l’impatto delle attività antropiche sul clima &#8211; spiega Luciano de Propris &#8211; sustainability manager della cantina. All’inizio abbiamo creato un gruppo di lavoro che si confrontasse con questo tema, la ‘Sacchetto Carbon Free&#8217;, che ha coinvolto Università di Siena, Ibimet, CNR, CSQA, Valoritalia, Extra e Fabbrica del sole. Questo ci ha permesso di ottenere una visione trasversale dell’attività dell’azienda e ci ha fornito una fotografia dello status grazie alla quale abbiamo elaborato una strategia di intervento&#8217;.</p>
<p>Nel 2009 Salcheto ha ottenuto la certificazione sulla carbon footprint: 1.87 kg di Co2 per bottiglia di vino; teneva conto di tutte le fasi di produzione, confezionamento e commercializzazione del prodotto. Il bilancio è andato migliorando negli anni: nel 2010 era 1.50 e nel 2011 1.39.</p>
<p>Poi il progetto si è evoluto grazie alla nuova cantina costruita seguendo gli standard dell’architettura bioclimatica. La cantina è energicamente autosufficiente e sfrutta biomasse, geotermico e fotovoltaico. Nei due piani interrati non c’è illuminazione: ci sia affida a dei tubi solari che sfruttano la luce naturale. Ovviamente i ritmi di lavoro devono adattarsi ai ritmi del sole.</p>
<p>Nel 2013 l’azienda è passata dal carbon footprint di organizzazione a quello di prodotto per poter misurare l’impatto di ogni singolo vino, misurando anche in questo caso tutto il ciclo di vita della bottiglia: dall’attività in campagna, alla vinificazione, al packaging, alla distribuzione, allo smaltimento. Così facendo Salchedo ha individuato le fasi più impattanti ed è intervenuta di conseguenza: il gasolio agricolo è stato sostituito con biodiesel da olio di colza, le vecchie bottiglie di vetro sono state sostituite con bottiglie di peso inferiore e il sistema geotermico è stato ampliato. Calcolando anche l’assorbimento delle vigne e la creazione di corridoi ecologici, l’azienda è giunta a una sostanziale neutralità dal punto di vista dell’impatto di Co2.</p>
<h2>Lo stand di Vinitaly all’asta su eBay per Medici senza frontiere</h2>
<p>Lo stand di Salcheto a Vinitaly è stato interamente costruito con gli scarti degli altri stand: è una piccola opera d’arte di recupero e infatti è stato messo all’asta su <a href="http://www.ebay.it/itm/-/231512645079?roken=XjkgzQ" target="_blank" rel="noopener noreferrer">eBay</a>: tutti i fondi verranno devoluti a Medici senza frontiere.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/12_wqWZFgCE" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></p>
<p>a.po</p>
<p> </p>
<p> </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/alimentazione/prodotti-tipici/il-vino-a-impatto-zero-lo-produce-un-azienda-italiana/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Vi racconto la morte di Sulmona e delle sue industrie, paradigma degli sprechi del sistema Italia</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento/vi-racconto-la-morte-di-sulmona-e-delle-sue-industrie-paradigma-degli-sprechi-del-sistema-italia/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento/vi-racconto-la-morte-di-sulmona-e-delle-sue-industrie-paradigma-degli-sprechi-del-sistema-italia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 09:54:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[industria]]></category>
		<category><![CDATA[Montepulciano]]></category>
		<category><![CDATA[Ovidio]]></category>
		<category><![CDATA[stabilimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Sulmona]]></category>
		<category><![CDATA[Valle Peligna]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.mignani.it/?p=4212</guid>

					<description><![CDATA[Sulmona, patria di Ovidio, splendida cittadina d&#8217;Abruzzo. Città dove sono nati i confetti, ed esempio di cosa accade se manca la crescita. E di come gli sprechi di denaro pubblico possa trasformare una valle ricca come la Valle Peligna in un cimitero di industrie e stabilimenti &#160; di Antonio Galdo www.nonsprecare.it &#160; &#160; Fabbriche chiuse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class='sommario'>Sulmona, patria di Ovidio, splendida cittadina d&#8217;Abruzzo. Città dove sono nati i confetti, ed esempio di cosa accade se manca la crescita. E di come gli sprechi di denaro pubblico possa trasformare una valle ricca come la Valle Peligna in un cimitero di industrie e stabilimenti</p>
<p> <span id="more-4212"></span>  </p>
<p>&nbsp;<br /> di Antonio Galdo<br /> <a href="http://www.nonsprecare.it"> www.nonsprecare.it </a><br /> &nbsp;<br /> &nbsp;<br /> Fabbriche chiuse con i lucchetti, oppure ridotte a discariche, in un intero distretto industriale, nella Valle Peligna, diventato un cimitero di stabilimenti. Mille posti di lavoro persi. Multinazionali in fuga, dalla Coca Cola alla Campari, oppure, &egrave; il caso della Fiat, a caccia di sostanziosi contributi pubblici come contropartita per non chiudere gli impianti nella zona. E sullo sfondo il miraggio di un fantomatico casin&ograve;, tirato in ballo come l&rsquo;ancora di salvezza di un&rsquo;intera comunit&agrave;, i 25mila abitanti di Sulmona, oggi in ginocchio. Per pregare, o per sognare una via di fuga dall&rsquo;abisso dell&rsquo;abbandono.</p>
<p> Sulmona &ldquo;citt&agrave; d&rsquo;arte&rdquo;, come declama il cartello di benvenuto all&rsquo;ingresso del centro storico, e di illusioni industriali perdute, come certifica il bollettino mensile delle fabbriche che smobilitano, &egrave; un perfetto paradigma per capire che cosa succede in Italia quando si spegne la luce della crescita, e non solo quella economica. Ed &egrave; un simbolo, con le sue storie di fallimenti e di occasioni sprecate, di veti incrociati e di impotenza, di quei mali che affliggono, da molti anni, il sistema Paese. L&rsquo;epicentro del regresso &egrave; l&rsquo;area industriale della Valle Peligna (488mila metri quadrati di territorio), ex zona agricola, diventata a partire dagli inizi degli anni Settanta un polmone manifatturiero nel cuore dell&rsquo;Abruzzo, terra di contadini e di pastori, sobri, solidi e lavoratori. Quasi 150 aziende hanno piazzato qui stabilimenti e capannoni, sotto la spinta di una pioggia di generosi incentivi, dai contributi a fondo perduto ai finanziamenti a tasso super agevolato, fino a premi speciali in cambio di assunzioni. &laquo;Adesso vogliono scappare tutti, perch&eacute; i soldi pubblici sono finiti, le convenienze sono diminuite e la legge del mercato, specie nell&rsquo;era della Grande Crisi, spiazza chi non ha innovato&hellip;&raquo; racconta sconsolato Damiano Verrocchi, segretario della Cgil nel comprensorio della Valle Peligna.</p>
<p> Frantumato il sogno industriale, si &egrave; aperto a Sulmona il funereo valzer delle alternative usa-e-getta. Negli uffici di comune, provincia, regione, ognuno con le sue idee in ordine sparso, si accumulano proposte di delibere e di leggine per individuare una strada attraverso la quale uscire dal tunnel della deindustrializzione. Le amministrazioni comunali e provinciali, per esempio, intendono puntare sulla grande distribuzione per trasformare le fabbriche della Valle Peligna in centri commerciali, ma una legge regionale impedisce questo tipo di riconversione dell&rsquo;area. Poi, a giorni alterni, si parla di una &ldquo;nuova piattaforma per i rifiuti industriali&rdquo; e di un &ldquo;depuratore al servizio dell&rsquo;area&rdquo; e, come un fantasma che appare e scompare, non si esclude un termovalorizzatore. Tutto sulla carta, solo carta, e una mancia di 17 milioni di euro stanziati nell&rsquo;ambito dei fondi europei destinati all&rsquo;Abruzzo.</p>
<p> E gli imprenditori locali? Scomparsi anche loro, come le fabbriche. Mettono in piedi tavoli di esperti e di consulenti, scrivono &ldquo;piani di intervento&rdquo;pagati con la cassa della Confindustria che non &egrave; vuota come quella dello Stato, ma quando si tratta di tirare fuori un euro risultano assenti all&rsquo;appello. E dimostrano ancora minore concretezza e spirito d&rsquo;impresa quando provano a razionalizzare, nel nome di quel mercato che tanto sanno citare, la loro struttura produttiva. Sulmona &egrave; la patria del confetto, lo sanno anche i bambini, ma le cinque aziende rimaste sul territorio (erano quattordici) sanno soltanto fare un buon prodotto e litigare. Le ditte Pelino e Di Carlo, eredi di piccole dinastie di artigiani locali che risalgono all&rsquo;Ottocento, sono finite in tribunale per stabilire a chi tocca la scritta &ldquo;il confetto pi&ugrave; antico di Sulmona&rdquo;. Non ha vinto nessuno, ovviamente, e la primogenitura del confetto doc resta un enigma per gli stessi avvocati in guerra e innanzitutto per i consumatori. Intanto, per&ograve;, aziende cos&igrave; minuscole e incapaci di logiche aggregazioni diventano molto esposte, quasi a rischio, alla concorrenza dei produttori napoletani che sfornano confetti come i cinesi, low cost. Quelli di Sulmona si pagano dai 18 ai 40 euro al chilo, quelli di Napoli dai 10 ai 25 euro: e la differenza di qualit&agrave; non garantisce la tenuta sul mercato. &laquo;L&rsquo;unica cosa certa &egrave; che unendo le forze potremmo moltiplicare di dieci volte il nostro giro d&rsquo;affari, mentre in queste condizioni diventeremo sempre pi&ugrave; marginali&raquo; spiega&nbsp; William Di Carlo, il capo azienda del suo minuscolo impero del confetto.&nbsp;</p>
<p> Ci sarebbero, poi, alcune alternative, o integrazioni, all&rsquo;economia industriale e si chiamano Turismo &amp;&nbsp; Cultura. Sulmona &egrave; a pochi chilometri di distanza da luoghi di grande movimento turistico, specie d&rsquo;inverno, come Roccaraso, Pescocostanzo, Scanno. Bisognava fare in tempi non sospetti, diciamo da una ventina d&rsquo;anni, un unico distretto del turismo, scambiandosi visitatori e clienti e attirandoli con una sola rete di proposte. Trattative, dibattiti, veti incrociati: con il risultato finale che l&rsquo;unica rete ancora in piedi &egrave; quella di tante comunit&agrave; montane, e di uffici del turismo, spuntate tra le montagne come i funghi. Con la casse vuote e con i finanziamenti pubblici che ormai bastano solo a pagare gli stipendi, il network del nulla resiste sul territorio come una trib&ugrave; di cultori delle tradizioni locali e di impiegati del turismo.&nbsp; &laquo;Peccato, perch&eacute; abbiamo un patrimonio di risorse culturali e ambientali unico al mondo, e non siamo in grado di sfruttarlo&raquo; confessa Antonio Carrara, il presidente della comunit&agrave; montana Peligna che ancora crede nel lavoro per il quale &egrave; pagato. Allo stesso tempo i poveri turisti, e gli stranieri non mancano, che arrivano a Sulmona citt&agrave; d&rsquo;arte si ritrovano con l&rsquo;eremo di Sant&rsquo;Onofrio, luogo prediletto da Celestino V ( il papa del gran rifiuto), chiuso per il rischio frane; l&rsquo;antico teatro comunale in ristrutturazione; la biblioteca storica inagibile dal giorno del terremoto dell&rsquo;aprile 2009; la meravigliosa abbazia morronese sbarrata al pubblico dopo dieci anni di un cantiere per il restauro che non ha mai visto la fine dei lavori.</p>
<p>E se un turista, qui arrivano perfino canadesi e australiani, volesse sorseggiare un calice del Montepulciano d&rsquo;Abruzzo, il vino caro a Ovidio (un&rsquo;altra icona della storia locale), deve sapere che le straordinarie cantine di questo autentico nettare degli dei sono s&igrave; abruzzesi, ma non di Sulmona, dove il Montepulciano &egrave; nato.</p>
<p> Infine, per affrontare la deindustrializzazione ci sono i miraggi. Ancora soldi pubblici, grazie alla speranza, probabilmente legittima, di fare rientrare Sulmona nell&rsquo;area del &ldquo;cratere sismisco&rdquo;, quello che ha devastato L&rsquo;Aquila, dal quale la citt&agrave; &egrave; stata esclusa dal giorno alla notte. Tanto che il sindaco di Sulmona, Fabio Federico, ha vinto un ricorso al Tar, ed &egrave; in attesa di sapere se qualche euro per la ricostruzione arriver&agrave; anche dalle sue parti. &laquo;Idee e progetti ne abbiamo tanti&raquo; dice il sindaco &laquo;Ma una cosa deve essere chiara: o lo Stato ci passa dei soldi, che secondo noi ci spettano, oppure Sulmona muore&raquo;. Un messaggio piuttosto bizzarro, che per&ograve; ha il dono della franchezza.</p>
<p>Tanto pi&ugrave; se il sindaco, nel lungo elenco di opere pubbliche che intenderebbe realizzare nel suo territorio, include anche un nuovo ospedale a Sulmona, ovvero in Abruzzo, in quella regione dove un&rsquo; amministrazione regionale e l&rsquo;intero centrosinistra sono stati fatti a pezzi da un&rsquo;inchiesta giudiziaria per gli scandali nella Sanit&agrave;. &laquo;Io invece penso che i soldi pubblici saranno sempre meno, e noi dobbiamo farcela con le nostre forze&raquo; taglia corto Antonella Di Nino, vice presidente dell&rsquo;amministrazione provinciale. E, mentre parla, accoglie con un sorriso la domanda del giornalista sul progetto di un casin&ograve; a Sulmona. L&rsquo;idea piaceva tanto all&rsquo;ex ministro Michela Vittoria Brambilla, e ci sarebbero stati anche i dollari dello zio Tom, alias Fausto Presutti, l&rsquo;emigrante locale che ha fatto fortuna a Las Vegas, ma la proposta &egrave; impraticabile. Il motivo &egrave; semplice: &egrave; vietato dalla legge dello Stato italiano, e il disegno (di legge) della Brambilla per aprire qualche decina di casin&ograve; in Italia, compreso quello di Sulmona, marcisce, dimenticato e ignorato, in qualche commissione parlamentare. Ma parlarne, nell&rsquo;Italia degli annunci facili, comunque fa bene: e pazienza se nel frattempo una citt&agrave;, con i suoi abitanti, si spegne nella notte della solitudine e di una crisi economica senza sbocchi.</p>
<p>(ha collaborato Giuliana Susi)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento/vi-racconto-la-morte-di-sulmona-e-delle-sue-industrie-paradigma-degli-sprechi-del-sistema-italia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
