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	<title>mare &#8211; Ecoseven &#8211; Saper Vivere</title>
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	<description>Economia del Benessere e della Salute</description>
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		<title>Una rete killer da 200 kg alle Tremiti: cosa sono le reti fantasma e perché sono pericolose</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/reti-fantasma-200-kg/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 08:34:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[di Redazione Ecoseven – 30/06/2026 Una rete a strascico di oltre 200 chili, impigliata su un relitto a 50 metri di profondità nell&#8217;Area Marina Protetta delle Isole Tremiti, è stata rimossa nei giorni scorsi in un&#8217;operazione subacquea congiunta del Nucleo Carabinieri Subacquei di Pescara, del WWF SUB, del diving MarlinTremiti e del Laboratorio MA.RE. È solo il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">Redazione Ecosev</a><a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">en</a> – 30/06/2026</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-320401 size-full" title="Subacqueo recupera una rete fantasma sui fondali dell'Area Marina Protetta delle Isole Tremiti" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/rete-killer-isole-Termiti.webp" alt="Recupero reti fantasma alle Isole Tremiti, progetto WWF Ghost Gear" width="1236" height="824" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/rete-killer-isole-Termiti.webp 1236w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/rete-killer-isole-Termiti-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/rete-killer-isole-Termiti-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/rete-killer-isole-Termiti-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1236px) 100vw, 1236px" /></p>
<p><strong>Una rete a strascico di oltre 200 chili, impigliata su un relitto a 50 metri di profondità nell&#8217;Area Marina Protetta delle Isole Tremiti, è stata rimossa nei giorni scorsi in un&#8217;operazione subacquea congiunta del Nucleo Carabinieri Subacquei di Pescara, del WWF SUB, del diving MarlinTremiti e del Laboratorio MA.RE.</strong> È solo il primo passo: sullo stesso relitto si stima sia intrappolata ancora circa una tonnellata di rete. Ma il dato che dovrebbe colpire non è il peso: è il fatto che quella rete, abbandonata e dimenticata, aveva continuato a catturare e uccidere pesci per chissà quanto tempo. È il fenomeno delle <strong>reti fantasma</strong>, una delle minacce più sottovalutate del Mediterraneo.</p>
<h2>Cosa sono le reti fantasma</h2>
<p>Le <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rete_fantasma" target="_blank" rel="noopener">reti fantasma (in inglese <em>ghost nets</em>)</a> sono attrezzi da pesca — reti, nasse, lenze, palangari — persi, abbandonati o dismessi che restano in mare. Non smettono di funzionare quando il pescatore le perde di vista: continuano a fare esattamente ciò per cui erano state costruite, cioè intrappolare. La differenza è che nessuno le svuota più.</p>
<p>Nel caso delle Tremiti, secondo la ricostruzione dei tecnici, la rete non era frutto di pesca illegale nell&#8217;area protetta: era stata trascinata dalle correnti fino a incastrarsi sul relitto, trasformandosi in una trappola. Durante le immersioni i sub hanno trovato all&#8217;interno della rete diversi pesci già morti — la prova diretta che il meccanismo era ancora attivo.</p>
<h2>Perché una rete abbandonata continua a uccidere per anni</h2>
<p>Qui sta il cuore del problema, ed è ciò che distingue una rete fantasma da un rifiuto qualsiasi. Il ciclo si autoalimenta. Un pesce resta intrappolato nelle maglie e muore; la sua carcassa attira predatori e spazzini, che a loro volta si impigliano; questi nuovi animali morti richiamano altri organismi, e così via. È quella che gli studiosi chiamano &#8220;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rete_fantasma" target="_blank" rel="noopener">pesca fantasma&#8221; (<em>ghost fishing</em></a>): la rete pesca da sola, senza barca e senza equipaggio, potenzialmente per anni.</p>
<p>A questo si aggiunge un secondo danno, più lento ma altrettanto grave. Le reti moderne sono fatte di nylon e altre materie plastiche, che in mare non si degradano: si frammentano. Con il tempo rilasciano microplastiche che entrano nella catena alimentare marina e, attraverso il pesce, potenzialmente anche nella nostra. Una rete fantasma è dunque due minacce in una: una trappola meccanica nell&#8217;immediato e una fonte di inquinamento plastico nel lungo periodo.</p>
<p>Il sito delle Tremiti rende la posta in gioco ancora più alta. L&#8217;Area Marina Protetta ospita specie come la cernia bruna, le murene e gli scorfani neri, e nei fondali più profondi il raro Corallo Nero, specie protetta e particolarmente sensibile.</p>
<h2>Recuperarle è difficile (e per questo la prevenzione conta di più)</h2>
<p>L&#8217;operazione delle Tremiti spiega bene perché il recupero non possa essere la sola risposta. Per togliere quei primi 200 chili sono serviti circa quindici subacquei, oltre dieci immersioni tra pianificazione ed esecuzione, e un lavoro a 50 metri di profondità — una quota che impone tempi di permanenza ridotti e procedure di sicurezza rigorose. Tutto questo per una sola rete, in un solo sito, di cui resta ancora una tonnellata da rimuovere.</p>
<p>È un intervento ad alto valore ma anche ad alto costo, che non può essere replicato ovunque per ogni attrezzo perso nel Mediterraneo. Ecco perché chi se ne occupa insiste su un punto: prevenire la dispersione vale più che inseguire le reti già perse.</p>
<h2>Le soluzioni: marcatura delle reti e recupero rapido</h2>
<p>Il recupero delle Tremiti rientra nel <a href="https://www.wwf.it/cosa-facciamo/progetti/ghost-gear/" target="_blank" rel="noopener">progetto <strong>Ghost Gear</strong></a> del WWF Italia, finanziato dalla Fondazione Segre, che ha tre obiettivi dichiarati: mappare, recuperare e prevenire la dispersione degli attrezzi da pesca abbandonati. È la parte preventiva quella su cui si concentra l&#8217;innovazione.</p>
<p>La leva principale è la tracciabilità. Giulia Prato, responsabile mare del WWF Italia, ha indicato come strada quella dei sistemi di marcatura delle reti, citando in particolare il sistema <a href="https://mygeartag.com/" target="_blank" rel="noopener"><strong>MyGearTag</strong></a>, testato dal WWF in Italia nell&#8217;ambito del <a href="https://www.wwf.it/area-stampa/rei-fantasma-nasce-il-progetto-nettag/" target="_blank" rel="noopener">progetto europeo <strong>EU NETTAG+</strong></a>. L&#8217;idea è semplice ed efficace: se ogni attrezzo è marcato e localizzabile, una rete persa può essere ritrovata e recuperata in fretta, prima che diventi una trappola permanente.</p>
<p>Il secondo pilastro è organizzativo: un sistema nazionale di recupero che metta in rete pescatori, Capitanerie di porto e istituzioni, con la segnalazione tempestiva degli attrezzi dispersi. Come ha sottolineato Prato, è un approccio a doppio beneficio — tutela gli ecosistemi e fa risparmiare i pescatori, perché le reti costano e poterle recuperare conviene anche a loro. È il punto che spesso manca nel racconto: la prevenzione delle reti fantasma non è solo ambientalismo, è anche economia per chi vive di pesca.</p>
<p>C&#8217;è infine un aspetto meno noto, di restauro ecologico. Una volta liberato, il relitto delle Tremiti non torna semplicemente &#8220;pulito&#8221;: diventa una risorsa. In un fondale sabbioso o detritico, povero di strutture solide, un relitto offre substrato per alghe, spugne, coralli e briozoi e rifugi per pesci e crostacei. Può trasformarsi, nel tempo, in una vera &#8220;isola biologica&#8221;. L&#8217;obiettivo dell&#8217;operazione, infatti, non è solo rimuovere la rete, ma restituire al sito la sua funzione di rifugio per la biodiversità.</p>
<h2>Cosa si può fare in pratica</h2>
<p>La maggior parte delle reti fantasma è fuori dalla portata del singolo cittadino, ma alcune azioni concrete contribuiscono davvero a ridurre il problema.</p>
<ul>
<li><strong>Se fai immersioni o snorkeling e individui una rete o un attrezzo abbandonato</strong>, non tentare di rimuoverlo da solo (è pericoloso): segnala posizione e profondità alla Capitaneria di porto o alle associazioni che gestiscono i recuperi.</li>
<li><strong>Se pesci, anche sportivamente</strong>, recupera sempre lenze, ami e reti danneggiate invece di lasciarli in acqua; sostieni e richiedi sistemi di marcatura degli attrezzi.</li>
<li><strong>Sostieni i progetti di recupero</strong> come Ghost Gear, che dipendono in larga parte da finanziamenti privati e fondazioni.</li>
<li><strong>Scegli pesce da filiere tracciabili e certificate</strong>, che adottano pratiche di gestione responsabile degli attrezzi.</li>
<li><strong>Riduci il consumo di plastica monouso</strong>: le reti sono solo una parte dell&#8217;inquinamento plastico che soffoca gli stessi ecosistemi.</li>
<li><strong>Segnala i rifiuti spiaggiati</strong>: reti e attrezzi che arrivano a riva possono essere raccolti prima che le correnti li riportino in mare.</li>
<li><strong>Informa</strong>: conoscere il fenomeno della &#8220;pesca fantasma&#8221; è il primo passo perché diventi un tema di politica ambientale e non solo una notizia di cronaca.</li>
</ul>
<h2>FAQ – Domande frequenti</h2>
<h3>Cosa sono le reti fantasma?</h3>
<p>Sono attrezzi da pesca — reti, nasse, lenze — persi, abbandonati o dismessi che restano in mare e continuano a intrappolare fauna marina. Il termine inglese è <em>ghost nets</em>. Non smettono di &#8220;pescare&#8221; quando vengono perse: continuano a catturare e uccidere pesci, crostacei e altre specie per anni, senza alcun controllo. Sono considerate una delle principali fonti di rifiuti sui fondali marini.</p>
<h3>Perché una rete abbandonata continua a pescare da sola?</h3>
<p>Perché innesca un ciclo che si autoalimenta: un animale resta intrappolato e muore, la sua carcassa attira predatori e spazzini che a loro volta si impigliano, e questi nuovi animali morti ne richiamano altri. Il fenomeno si chiama &#8220;pesca fantasma&#8221; (<em>ghost fishing</em>) e può proseguire per anni finché la rete non viene rimossa o non si degrada completamente.</p>
<h3>Le reti fantasma inquinano oltre a intrappolare gli animali?</h3>
<p>Sì. Le reti moderne sono fatte di nylon e altre plastiche che in mare non si degradano ma si frammentano, rilasciando microplastiche che entrano nella catena alimentare. Una rete fantasma rappresenta quindi un doppio danno: una trappola meccanica nell&#8217;immediato e una fonte di inquinamento plastico a lungo termine.</p>
<h3>Come si possono prevenire le reti fantasma?</h3>
<p>La strada principale è la tracciabilità degli attrezzi: sistemi di marcatura come MyGearTag, testato dal WWF nell&#8217;ambito del progetto europeo EU NETTAG+, permettono di localizzare e recuperare rapidamente una rete persa. A questo si affianca un sistema di recupero che coinvolga pescatori, Capitanerie di porto e istituzioni, basato sulla segnalazione tempestiva degli attrezzi dispersi.</p>
<h3>Cosa devo fare se trovo una rete abbandonata in mare?</h3>
<p>Non tentare di rimuoverla da solo: il recupero in profondità è un&#8217;operazione tecnica e pericolosa, che alle Tremiti ha richiesto quindici subacquei e oltre dieci immersioni. La cosa giusta è segnalare la posizione e la profondità alla Capitaneria di porto o alle associazioni che coordinano i recuperi, così che possano intervenire in sicurezza.</p>
<h2>In breve</h2>
<p>Il recupero dei 200 chili di rete alle Tremiti, dentro il progetto WWF Ghost Gear, è una buona notizia ma anche un promemoria: per ogni rete tolta dai fondali ne restano innumerevoli altre, e solo su quel relitto manca ancora circa una tonnellata. Le reti fantasma sono pericolose perché continuano a uccidere per anni e rilasciano microplastiche, e recuperarle è costoso e complesso. Per questo la vera partita si gioca sulla prevenzione: marcatura degli attrezzi, segnalazione rapida e un sistema nazionale di recupero che renda conveniente, anche per i pescatori, <a href="https://www.ecoseven.net/ambiente/blue-economy-rifiuti-mare-risorse/" target="_blank" rel="noopener">non lasciare le reti in mare</a>.</p>
<hr />
<p><em>ATTENZIONE: Questo articolo ha finalità puramente informative e di sensibilizzazione ambientale. In caso di avvistamento di reti o attrezzi abbandonati in mare è fondamentale non intervenire autonomamente e rivolgersi alla Capitaneria di porto o agli enti competenti, poiché il recupero subacqueo è un&#8217;operazione tecnica e potenzialmente pericolosa. Fonti principali: WWF Italia, progetto Ghost Gear (finanziato dalla Fondazione Segre) e progetto europeo EU NETTAG+; <a href="https://www.corriere.it/buone-notizie/26_gennaio_18/oceani-e-biodiversita-a-rischio-appello-del-wwf-al-governo-l-italia-difenda-l-alto-mare-115aa746-c8df-4bec-960f-974442088xlk.shtml#:~:text=Giulia%20Prato%2C%20Responsabile%20Mare%20del,oceani%20sar%C3%A0%20possibile%20conservare%20la" target="_blank" rel="noopener">dichiarazioni di Giulia Prato (responsabile mare WWF Italia)</a>, Riccardo Ginex (vice comandante Centro Subacquei dei Carabinieri) e Adelmo Sorci (responsabile scientifico diving MarlinTremiti e Laboratorio MA.RE.); agenzia askanews e stampa per la ricostruzione dell&#8217;operazione del 26 giugno 2026.</em></p>
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		<title>Dai rifiuti del mare a risorse industriali: come la blue economy trasforma reti e plastica in materia prima</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/blue-economy-rifiuti-mare-risorse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 15:08:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia ambientale]]></category>
		<category><![CDATA[blue economy]]></category>
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					<description><![CDATA[Autore: Redazione Ecoseven – Pubblicato il 21/06/2026 L&#8217;86,5% dei rifiuti che si trovano nei nostri mari è legato alla pesca e all&#8217;acquacoltura, e il 94% di questi è costituito da reti abbandonate: dati ISPRA. Ma una parte crescente di questi scarti non finisce più solo in discarica — diventa tessuto, arredamento, design e perfino energia. È il cuore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h6><span style="color: #999999;">Autore: <a style="color: #999999;" href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">Redazione Ecoseven</a> – Pubblicato il 21/06/2026</span></h6>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-320107 size-full" title="Blue economy: recupero reti da pesca" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/blue-economy.webp" alt="Blue economy: reti da pesca recuperate dal mare pronte per il riciclo industriale" width="1536" height="1024" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/blue-economy.webp 1536w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/blue-economy-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/blue-economy-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/blue-economy-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="3:1-3:555;111-665"><strong>L&#8217;86,5% dei rifiuti che si trovano nei nostri mari è legato alla pesca e all&#8217;acquacoltura, e il 94% di questi è costituito da reti abbandonate: <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2024/pnrr-mer-ispra-lancia-i-ghostbusters-dei-mari-per-catturare-le-reti-fantasma-e-salvare-flora-e-fauna-marine" target="_blank" rel="noopener">dati ISPRA</a>. Ma una parte crescente di questi scarti non finisce più solo in discarica — diventa tessuto, arredamento, design e perfino energia.</strong> È il cuore concreto della cosiddetta <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Economia_blu" target="_blank" rel="noopener">blue economy</a>: non uno slogan, ma una filiera che recupera ciò che inquina il mare e lo restituisce all&#8217;industria come materia prima. Ecco come funziona, con i progetti italiani che la stanno realizzando e i loro limiti reali.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="5:1-5:60;667-726">Il problema in un numero: l&#8217;86,5% sono attrezzi da pesca</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="7:1-7:476;728-1203">Per capire il valore di questa filiera bisogna partire dalla dimensione del problema, certificata da una fonte ufficiale. <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2024/pnrr-mer-ispra-lancia-i-ghostbusters-dei-mari-per-catturare-le-reti-fantasma-e-salvare-flora-e-fauna-marine" target="_blank" rel="noopener">Secondo i dati dell&#8217;ISPRA,</a> l&#8217;<strong>Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale</strong>, l&#8217;86,5% dei rifiuti presenti sui fondali marini italiani è riconducibile alle attività di pesca e acquacoltura, e di questi circa il 94% è rappresentato da reti abbandonate, perse o dismesse — le cosiddette &#8220;reti fantasma&#8221; (ghost nets), alcune lunghe chilometri.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="9:1-9:405;1205-1609">Sono rifiuti particolarmente insidiosi per due motivi. Continuano a intrappolare e uccidere pesci, crostacei e mammiferi marini anche per anni dopo l&#8217;abbandono. E, essendo fatti in prevalenza di nylon e altre plastiche, degradandosi rilasciano microplastiche che entrano nella catena alimentare. È proprio la natura plastica di questi materiali, però, a renderli potenzialmente recuperabili come risorsa.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="11:1-11:43;1611-1653">Cos&#8217;è davvero la blue economy circolare</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="13:1-13:501;1655-2155">La blue economy, nell&#8217;accezione che qui interessa, è <strong>l&#8217;economia che genera valore dal mare in modo sostenibile</strong>. La sua declinazione circolare riguarda specificamente la chiusura del ciclo dei materiali: invece del modello lineare &#8220;prendi, produci, getta&#8221;, i rifiuti marini vengono raccolti, selezionati e trasformati in nuove materie prime per l&#8217;industria. Il principio è semplice: chi recupera un rifiuto dal mare non sostiene solo un costo ambientale, ma crea un materiale con un valore di mercato.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="15:1-15:389;2157-2545">Il passaggio chiave, e la difficoltà principale, sta nella qualità del materiale recuperato. Una rete rimasta sul fondale per anni è spesso troppo degradata per essere riciclata in modo tradizionale: come ammettono gli stessi operatori dei progetti di recupero, solo una parte delle reti raccolte può essere effettivamente rigenerata. È qui che entrano in gioco le tecnologie industriali.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="17:1-17:46;2547-2592">Dalla rete al tessuto: i progetti italiani</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="19:1-19:278;2594-2871">Il filone più maturo di questa tipologia di blue economy è quello che trasforma la plastica marina e le reti in fibre tessili. Il processo segue passaggi comuni: raccolta, selezione, lavaggio, triturazione e produzione di una base polimerica (in genere poliammide, cioè nylon) da cui si ricavano filati e tessuti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="21:1-21:587;2873-3459">Sul territorio italiano operano diverse realtà che hanno reso questo modello concreto. Alcune aziende sociali collaborano con migliaia di pescatori nel Mediterraneo per recuperare plastica dai fondali e trasformarla in arredi e oggetti di design: una di esse dichiara di aver raccolto oltre un milione di chilogrammi di plastica lavorando con migliaia di pescatori e centinaia di aziende. Altre operano con flotte attive in Italia e all&#8217;estero, tracciando le attività di raccolta e permettendo alle imprese di finanziare la pulizia del mare nell&#8217;ambito delle strategie di sostenibilità.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="23:1-23:580;3461-4040">Sul fronte della ricerca, il progetto <a href="https://roma.repubblica.it/dossier-adv/eccellenze-lazio/2026/01/30/news/il_riciclo_che_cambia_strada_e_passa_dal_mare-425125404/" target="_blank" rel="noopener">AMATEVI</a> — che coinvolge diversi atenei italiani — punta a recuperare le reti dismesse per trasformarle in tessuti avanzati destinati all&#8217;industria, con applicazioni che vanno dall&#8217;arredamento urbano ai filtri industriali. Come ha sintetizzato il coordinatore scientifico, l&#8217;obiettivo è dimostrare che un rifiuto ad alto impatto ambientale può diventare una risorsa concreta. A livello locale, iniziative come &#8220;Reti in Circolo&#8221; nella marineria di Ancona creano centri dedicati alla raccolta e all&#8217;avvio a riciclo delle reti in nylon dismesse.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="25:1-25:69;4042-4110">La frontiera: trasformare in energia ciò che non si può riciclare</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="27:1-27:185;4112-4296">Il problema più difficile resta quello delle reti troppo degradate per essere rigenerate. Ed è qui che si colloca l&#8217;innovazione più interessante per la parte industriale della filiera.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="29:1-29:685;4298-4982">Nell&#8217;ambito del progetto<a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2024/pnrr-mer-ispra-lancia-i-ghostbusters-dei-mari-per-catturare-le-reti-fantasma-e-salvare-flora-e-fauna-marine" target="_blank" rel="noopener"> PNRR MER – Ghost Nets,</a> coordinato da ISPRA, è stata presentata ad Ancona alla fine del 2025 una tecnologia chiamata <strong>Green Plasma </strong>sviluppata dall&#8217;<a href="https://www.univpm.it/Entra/Universita_Politecnica_delle_Marche_Home/u201CGreen_Plasma_u201D_le_reti_fantasma_diventano_risorsa" target="_blank" rel="noopener"><strong>Università Politecnica delle Marche</strong></a>, in grado di trattare la plastica marina non riciclabile e trasformarla in syngas, un gas combustibile ricco di idrogeno utilizzabile per produrre elettricità. Secondo quanto comunicato, il sistema può trattare fino a 100 chili di plastica marina non riciclabile al giorno, operando direttamente nei porti e nelle aree di raccolta. È un approccio che affronta esattamente l&#8217;anello debole della catena: dare una destinazione di valore anche al materiale che il riciclo meccanico non può recuperare, evitando che torni in discarica.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="31:1-31:276;4984-5259">Sullo sfondo, lo Stato grazie al <a href="https://www.mase.gov.it/portale/investimento-1-2-progetti-faro-di-economia-circolare" target="_blank" rel="noopener">Ministero dell&#8217;Ambiente e della Sicurezza Energetica</a> sostiene questa direzione anche con i fondi del PNRR: tra i progetti &#8220;<strong>faro</strong>&#8221; di economia circolare è previsto lo sviluppo di tecnologie avanzate di riciclo meccanico e chimico delle plastiche rivolte anche al marine litter, i rifiuti recuperati in mare.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="33:1-33:63;5261-5323">Cosa significa concretamente per il territorio e le imprese</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="35:1-35:667;5325-5991">Per il sistema produttivo italiano questa filiera apre opportunità tangibili. Crea un circuito virtuoso in cui i pescatori, anziché ributtare in mare i rifiuti raccolti nelle reti, hanno un canale per conferirli — anche grazie alla legge Salvamare del 2022, che ha spostato sui porti e sui comuni l&#8217;onere dello smaltimento, eliminando il disincentivo che prima gravava su chi recuperava i rifiuti. Genera nuove materie prime seconde per i settori tessile, arredo, automotive e nautica, riducendo la dipendenza dal petrolio per le fibre vergini. E fa nascere competenze tecniche e impianti sul territorio, dai centri di raccolta portuali agli impianti di trattamento.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="37:1-37:379;5993-6371">Per il cittadino e il consumatore, il segnale pratico è che acquistare prodotti realizzati con plastica o reti recuperate dal mare contribuisce, in molti casi, a finanziare direttamente le operazioni di pulizia. È bene però verificare la presenza di certificazioni e tracciabilità, perché in un settore in crescita il rischio di comunicazioni ambientali poco trasparenti esiste.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="39:1-39:27;6373-6399">FAQ – Domande frequenti</h2>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="41:1-41:38;6401-6438">Cosa si intende per blue economy?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="42:1-42:289;6439-6727">Per blue economy si intende l&#8217;economia che genera valore dal mare e dalle risorse marine in modo sostenibile. Nella sua versione circolare riguarda in particolare il recupero dei rifiuti marini e la loro trasformazione in nuove materie prime per l&#8217;industria, chiudendo il ciclo dei materiali invece di disperderli.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="44:1-44:67;6729-6795">Quali sono i principali rifiuti che inquinano i mari italiani?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="45:1-45:256;6796-7051">Secondo l&#8217;ISPRA, l&#8217;86,5% dei rifiuti sui fondali è legato alla pesca e all&#8217;acquacoltura, e il 94% di questi è costituito da reti abbandonate, le cosiddette reti fantasma. Sono fatte soprattutto di nylon e plastica e, degradandosi, generano microplastiche.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="47:1-47:60;7053-7112">Le reti da pesca recuperate si possono riciclare tutte?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="48:1-48:326;7113-7438">No. Le reti rimaste a lungo sui fondali sono spesso troppo degradate per il riciclo tradizionale, quindi solo una parte può essere rigenerata in tessuti o oggetti. Per il materiale non riciclabile si stanno sviluppando tecnologie che lo trasformano in energia, come il sistema Green Plasma sperimentato nel progetto PNRR MER.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="50:1-50:65;7440-7504">In che cosa vengono trasformati i rifiuti marini recuperati?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="51:1-51:222;7505-7726">In filati e tessuti tecnici (per arredamento, nautica, automotive), in mobili e oggetti di design, e — per la parte non riciclabile — in syngas, un gas combustibile ricco di idrogeno utilizzabile per produrre elettricità.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" data-sourcepos="53:1-53:74;7728-7801">Comprare prodotti fatti con plastica marina aiuta davvero l&#8217;ambiente?</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="54:1-54:244;7802-8045">In molti casi sì, perché l&#8217;acquisto contribuisce a finanziare la raccolta dei rifiuti dal mare. È consigliabile però scegliere prodotti con certificazioni e tracciabilità verificabili, per evitare operazioni di facciata prive di reale impatto.</p>
<h2 class="text-text-100 mt-3 -mb-1 text-[1.125rem] font-bold" data-sourcepos="56:1-56:14;8047-8060">In breve</h2>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="58:1-58:586;8062-8647"><a href="https://www.ecoseven.net/casa/sugarcrete-il-cemento-green/" target="_blank" rel="noopener">La blue economy</a> circolare trasforma un&#8217;emergenza ambientale — le reti fantasma e la plastica che soffocano i fondali, l&#8217;86,5% dei rifiuti marini secondo l&#8217;ISPRA — in una filiera industriale che produce tessuti, arredi e perfino energia. I progetti italiani, dal recupero per fini tessili come AMATEVI alle tecnologie energetiche come Green Plasma nell&#8217;ambito del PNRR MER, mostrano che il modello funziona, pur con il limite della qualità del materiale recuperato. Il salto culturale è considerare ciò che esce dal mare non più come rifiuto da smaltire, ma come risorsa da valorizzare.</p>
<hr class="border-border-200 border-t-0.5 my-3 mx-1.5" />
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" data-sourcepos="62:1-62:357;8654-9010"><em>Fonti principali: ISPRA (dati sui rifiuti marini e progetto PNRR MER – Ghost Nets), Il Sole 24 Ore e stampa specializzata per i progetti delle imprese. Le informazioni sui singoli progetti aziendali si basano su dichiarazioni delle aziende e fonti giornalistiche; i dati di raccolta dichiarati non sono verificati in modo indipendente in questo articolo.</em></p>
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			</item>
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		<title>Fattorie oceaniche con acqua di mare: coltivare sulle coste</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/eco-invenzioni/fattorie-oceaniche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Accetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:01:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eco-invenzioni]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[coltivare in mare]]></category>
		<category><![CDATA[coltivare sull'oceano]]></category>
		<category><![CDATA[Coltivazioni oceaniche]]></category>
		<category><![CDATA[ecoinvenzioni]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
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					<description><![CDATA[Le &#8220;fattorie oceaniche&#8221; propongono di coltivare piante sfruttando direttamente l&#8217;acqua di mare invece dell&#8217;acqua dolce o del suolo tradizionale. Il progetto lanciato dalla startup Agrisea, fondata da Luke Young e Rory Hornby, mira ad adattare colture terrestri a condizioni saline usando strutture simili all&#8217;idroponica ma posizionate in ambiente marino. In breve Le fattorie oceaniche con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure><img decoding="async" class="aligncenter" style="width: 100%; height: auto;" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/06/fattorie-oceaniche-acqua-di-mare.webp" alt="fattorie oceaniche" width="1717" height="1145" /></figure>
<p>Le &#8220;fattorie oceaniche&#8221; propongono di coltivare piante sfruttando direttamente l&#8217;acqua di mare invece dell&#8217;acqua dolce o del suolo tradizionale. Il progetto lanciato dalla startup <a href="https://www.agrisea.co.uk/" target="_blank" rel="noopener">Agrisea</a>, fondata da Luke Young e Rory Hornby, mira ad adattare colture terrestri a condizioni saline usando strutture simili all&#8217;idroponica ma posizionate in ambiente marino.</p>
<h2>In breve</h2>
<p>Le <strong>fattorie oceaniche con acqua di mare</strong> sono impianti che espongono le radici delle piante all&#8217;acqua salata dell&#8217;oceano per far assorbire nutrienti e crescere colture senza suolo. Agrisea afferma che il sistema può ridurre l&#8217;uso di acqua dolce, garantire raccolti continui e aumentare alcuni composti nutrizionali, ma le affermazioni richiedono verifiche indipendenti su scala commerciale.</p>
<h2>Che cosa sono le fattorie oceaniche</h2>
<p>Le fattorie oceaniche con acqua di mare sono strutture progettate per ospitare piante la cui parte radicale è direttamente in contatto con l&#8217;acqua marina. A differenza dell&#8217;idroponica tradizionale in serra, questi sistemi operano in ambiente costiero o aperto, sfruttando il movimento delle onde e il flusso naturale di nutrienti.</p>
<h2>Come funziona il metodo proposto da Agrisea</h2>
<p>Agrisea descrive il proprio approccio come un adattamento di processi naturali. Il sistema prevede:</p>
<ul>
<li>Strutture galleggianti o costiere che mantengono le piante in contatto con acqua salata;</li>
<li>Selezione o adattamento di materiale genetico già presente nelle colture terrestri per tollerare la salinità, senza modifiche proteiche estreme;</li>
<li>Uso delle correnti e del moto ondoso per portare nutrienti alle radici, riducendo la necessità di irrigazione con acqua dolce.</li>
</ul>
<p>Secondo i fondatori, il meccanismo ricorda l&#8217;idroponica ma è studiato per operare in mare aperto o in zone costiere.</p>
<h3>Aspetti tecnici e biologici</h3>
<p>Il metodo richiede che le piante tollerino salinità più elevate: ciò può essere ottenuto tramite selezione varietale e pratiche colturali non necessariamente invasive. Il controllo di nutrienti, salinità locale e malattie marine è cruciale per la riuscita.</p>
<h2>Vantaggi annunciati</h2>
<ul>
<li>Riduzione della domanda di acqua dolce: usando acqua di mare si può diminuire la pressione sulle falde e sui bacini d&#8217;acqua potabile.</li>
<li>Produzione continua: impianti in mare potrebbero offrire raccolti più regolari, meno sensibili a siccità e incendi terrestri.</li>
<li>Possibili benefici nutrizionali: Agrisea sostiene che la salinità può stimolare la produzione di antiossidanti in alcune piante.</li>
<li>Assorbimento di CO2: l&#8217;azienda afferma che certe colture marine potrebbero immagazzinare grandi quantità di CO2 rispetto a foreste, ma questo dato necessita di conferme indipendenti.</li>
<li>Estensione delle superfici coltivabili: Agrisea stima potenziali aumenti di superfici coltivabili; si tratta di proiezioni ambiziose che vanno verificate.</li>
</ul>
<h2>Limiti, rischi e questioni aperte</h2>
<p>Le promesse sono interessanti, ma esistono criticità pratiche e scientifiche:</p>
<ul>
<li>Impatto sugli ecosistemi marini: grandi installazioni possono alterare habitat, correnti locali, distribuzione di nutrienti e specie autoctone.</li>
<li>Fattibilità economica: costi di installazione, manutenzione, raccolta e logistica costiera possono essere elevati rispetto all&#8217;agricoltura tradizionale.</li>
<li>Sicurezza alimentare e regolamentazione: bisogna dimostrare che alimenti coltivati con acqua salata rispettano norme igienico-sanitarie e sono sicuri per il consumo umano.</li>
<li>Scalabilità tecnica: passare da prototipi a impianti commerciali richiede test su lunga durata, monitoraggio ambientale e soluzioni per problemi come biofouling e tempeste.</li>
</ul>
<h2>Contesto pratico e confronto con altre tecniche</h2>
<p>Le fattorie oceaniche si collocano tra idroponica, acquaponica e agricoltura verticale come alternative all&#8217;agricoltura tradizionale. A differenza delle serre chiuse, sfruttano lo spazio marino ma introducono variabili ambientali più complesse. Esempi pratici includono progetti sperimentali costieri e studi su colture sali-tolleranti.</p>
<h3>Implicazioni per agricoltori e comunità costiere</h3>
<p>Per le comunità costiere le opportunità includono nuove attività economiche e ridotta dipendenza da risorse idriche dolci locali. Tuttavia, serve coinvolgimento locale, valutazioni ambientali e piani di gestione per mitigare impatti su pesca e biodiversità.</p>
<h2>FAQ</h2>
<div>
<h3>1. Cosa sono le fattorie oceaniche con acqua di mare?</h3>
<p>Le fattorie oceaniche <a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/mare/nasce-the-blue-dream-project-per-ripulire-i-mari-dalla-plastica/" target="_blank" rel="noopener">con acqua di mare</a> sono sistemi che coltivano piante con le radici direttamente esposte all&#8217;acqua salata, utilizzando il moto delle onde e i nutrienti marini invece del suolo tradizionale.</p>
<h3>2. Come funziona il metodo Agrisea per coltivare con acqua salata?</h3>
<p>Agrisea usa strutture costiere o galleggianti e adatta materiale vegetale già esistente per tollerare la salinità, permettendo alle piante di assorbire nutrienti dall&#8217;acqua di mare. L&#8217;azienda considera il sistema simile all&#8217;idroponica ma pensato per l&#8217;ambiente marino.</p>
<h3>3. Le colture in acqua di mare sono sicure da mangiare?</h3>
<p>La sicurezza alimentare dipende da controlli specifici: bisogna verificare l&#8217;assenza di contaminanti, metalli pesanti o agenti patogeni e conformità alle normative. Agrisea sostiene la sicurezza, ma sono necessarie verifiche indipendenti.</p>
<h3>4. Quali sono i principali rischi ambientali?</h3>
<p>I rischi includono alterazioni dell&#8217;habitat marino, impatti su specie locali, cambiamenti nei flussi di nutrienti e problemi legati alla gestione dei materiali e dei rifiuti degli impianti.</p>
<h3>5. La tecnologia è già scalabile su larga scala?</h3>
<p>Attualmente molti progetti sono sperimentali. La scalabilità richiede prove su lunga durata, analisi economiche e autorizzazioni ambientali per operare su larga scala.</p>
</div>
<h2>Conclusione</h2>
<p>Le <strong>fattorie oceaniche con acqua di mare</strong> rappresentano un&#8217;idea innovativa per ridurre la dipendenza dall&#8217;acqua dolce e sfruttare spazi marini per produrre cibo. Le affermazioni di Agrisea su produttività, valori nutrizionali e sequestro di CO2 sono promettenti ma devono essere validate da studi indipendenti. Per diventare una soluzione praticabile servono test su scala commerciale, valutazioni ambientali approfondite e quadri normativi chiari.</p>
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		<title>Arriva Blue X</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/energia/arriva-blue-x/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 May 2021 18:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[energia dalle onde]]></category>
		<category><![CDATA[energia del moto ondoso]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[onde]]></category>
		<category><![CDATA[Riduzione emissioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Arriva un nuovo dispositivo per la raccolta di energia dalle onde La Mocean Energy, una società con sede nel Regno Unito che si occupa di energia del moto ondoso, ha presentato di recente Blue X, un prototipo di macchina che verrà utilizzato proprio per raccogliere energia dalle onde. Con un peso di 38 tonnellate e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-99394" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/05/waves-2211925_1280-1-e1620151930831.jpg" alt="energia del moto ondoso" width="800" height="533" /></h3>
<h3>Arriva un nuovo dispositivo per la raccolta di energia dalle onde</h3>
<p><span id="more-99388"></span></p>
<p>La <a href="https://www.mocean.energy/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mocean Energy</a>, una società con sede nel Regno Unito che si occupa di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_del_moto_ondoso" target="_blank" rel="noopener noreferrer">energia del moto ondoso</a>, ha presentato di recente Blue X, un <strong>prototipo di macchina che verrà utilizzato proprio per raccogliere energia dalle onde.</strong></p>
<h4>Con un peso di 38 tonnellate e una lunghezza di 20 metri, il prototipo sarà testato sul sito di Scapa Flow dell&#8217;European Marine Energy Centre (<a href="http://www.emec.org.uk/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">EMEC</a>).</h4>
<p>Se le prove andranno secondo i piani, il macchinario verrà spostato nel sito di test Billia Croo dell&#8217;EMEC per le prove su più larga scala.</p>
<p>Il programma di test è supportato dalla Wave Energy Scotland (<a href="https://www.waveenergyscotland.co.uk/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">WES</a>), un organismo istituito dal governo scozzese per supervisionare lo <strong>sviluppo dell&#8217;energia del moto ondoso</strong>, che lo sovvenziona attraverso il suo programma Novel Wave Energy Converter e con un fondo di 3,3 milioni di sterline (circa 3,8 milioni di Euro) che sono state elargite al progetto.</p>
<h4>Si prevede che la macchina Blue X sarà collegata a una batteria subacquea il prossimo anno e verrà utilizzata per alimentare un veicolo sottomarino telecomandato.</h4>
<p>Il governo scozzese è <strong>molto impegnato nel combattere il cambiamento climatico</strong> e ha già implementato misure per raggiungere i suoi obiettivi, che sono molto ambiziosi – il paese ha detto di voler <strong>ridurre le emissioni di carbonio del 75% entro il 2030</strong>.</p>
<p>Attraverso il suo Piano per il <a href="https://www.gov.scot/policies/climate-change/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">cambiamento climatico</a>, il governo sostiene tecnologie come Blue X per raggiungere emissioni nette zero entro il 2045.</p>
<p>A quanto spiegato da Mocean Energy, l&#8217;energia delle maree potrebbe alimentare 50 milioni di case e tagliare 50 milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno se si decidesse semplicemente di utilizzare l&#8217;1% di tutta l&#8217;energia del moto ondoso disponibile a livello globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Navi che vanno ad ammoniaca</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/mobilita/barche/navi-che-vanno-ad-ammoniaca/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2020 19:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barche]]></category>
		<category><![CDATA[ammoniaca]]></category>
		<category><![CDATA[carburante]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni zero]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
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		<category><![CDATA[navi]]></category>
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					<description><![CDATA[Diverse società stanno usando l&#8217;ammoniaca invece del carburante per le navi: una soluzione a zero emissioni di carbonio Quando pensiamo alle emissioni di carbonio che ci impensieriscono, pensiamo soprattutto ad automobili, treni e aeroplani, ma la verità è che anche le navi sono un settore di trasporto che solleva molte preoccupazioni. Come spiega BBC News, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-72155" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/ship-981597_1280-e1605600705773.jpg" alt="navi ad ammoniaca" width="800" height="450" /></h3>
<h3>Diverse società stanno usando l&#8217;ammoniaca invece del carburante per le navi: una soluzione a zero emissioni di carbonio</h3>
<p><span id="more-72154"></span></p>
<p>Quando pensiamo alle emissioni di carbonio che ci impensieriscono, pensiamo soprattutto ad automobili, treni e aeroplani, ma la verità è che anche le navi sono un settore di trasporto che solleva molte preoccupazioni.</p>
<p>Come spiega <a href="https://www.bbc.com/news/business-54511743" target="_blank" rel="noopener">BBC News</a>, <strong>oggi quasi il 90% di tutte le merci scambiate a livello globale viene trasportato via acqua</strong> ed essendo le navi enormi consumatrici di carburante incidono molto sul problema delle emissioni.</p>
<h4>Per questo, diverse società e organizzazioni stanno esplorando l&#8217;ammoniaca come possibile soluzione.</h4>
<p>Nel 2008, l&#8217;Organizzazione marittima internazionale (<a href="https://www.imo.org/" target="_blank" rel="noopener">IMO</a>) ha fissato il <strong>2050 come termine per realizzare l&#8217;obiettivo di dimezzare le proprie emissioni</strong> ed è per questo che <strong>l&#8217;ammoniaca è stata suggerita e impiegata come alternativa ai combustibili fossili</strong>.</p>
<p>L&#8217;ammoniaca, infatti, <strong>non contiene carbonio</strong>, quindi può bruciare all&#8217;interno di un motore e alimentarlo senza emettere anidride carbonica – emettendo, però, il pungente odore che conosciamo.</p>
<p>Tra le aziende che stanno testando il gas come combustibile alternativo, una società tedesca, la <strong>Man Energy Solutions</strong>, ha annunciato l&#8217;intenzione di <strong>installare un motore fatto apposta per l&#8217;ammoniaca su una nave</strong>.</p>
<p>Secondo la società, <strong>il primo modello sarà ibrido</strong>, consentendo alla nave di funzionare a gas tradizionale con un&#8217;opzione di ammoniaca.</p>
<p>Nel frattempo, <a href="https://eidesvik.no/" target="_blank" rel="noopener">Eidesvik</a>, una società con sede in Norvegia, prevede di investire in navi alimentate ad ammoniaca.</p>
<h4>Entro il 2023, la società installerà celle simili alle batterie ma alimentate ad ammoniaca su tutte le sue navi.</h4>
<p>Né troppo costosa da immagazzinare né troppo costosa da produrre, l&#8217;ammoniaca come fonte di carburante presenta solo un problema di produzione di <strong>ossidi di azoto, che possono essere tossici</strong>. Fortunatamente, però, esiste una tecnologia in grado di purificare gli ossidi prima che vengano rilasciati.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le inondazioni potrebbero essere la nostra futura &#8220;pandemia&#8221;</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/le-inondazioni-potrebbero-essere-la-nostra-futura-pandemia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2020 18:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[costa]]></category>
		<category><![CDATA[innalzamento acque]]></category>
		<category><![CDATA[inondazioni]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[riscaldamento globale]]></category>
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					<description><![CDATA[Secondo gli scienziati, gravi inondazioni costiere potrebbero colpire 287 milioni di persone entro il 2100 Un recente studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, ha rivelato che oltre il 4% della popolazione mondiale potrebbe essere esposta a gravi inondazioni entro la fine del secolo. Lo studio è stato ispirato dal continuo aumento del numero di inondazioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-64989" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/08/high-water-392707_1280-e1597664828521.jpg" alt="inondazione" width="800" height="456" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/08/high-water-392707_1280-e1597664828521.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/08/high-water-392707_1280-e1597664828521-300x171.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/08/high-water-392707_1280-e1597664828521-768x438.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3>Secondo gli scienziati, gravi inondazioni costiere potrebbero colpire 287 milioni di persone entro il 2100</h3>
<p><span id="more-64988"></span></p>
<p>Un recente <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-020-67736-6" target="_blank" rel="noopener">studio</a>, pubblicato sulla rivista <em>Scientific Reports</em>, ha rivelato che oltre il 4% della popolazione mondiale potrebbe essere esposta a gravi inondazioni entro la fine del secolo.</p>
<p>Lo studio è stato ispirato dal continuo aumento del numero di inondazioni costiere in tutto il mondo e si basa su <a href="https://www.ipcc.ch/srocc/" target="_blank" rel="noopener">ricerche precedenti</a> dell&#8217;Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).</p>
<h4>Attualmente, circa 148 milioni di persone vivono eventi di inondazioni in tutto il mondo, ma potrebbero diventare 287 milioni entro il 2100.</h4>
<p><strong>Le cause dell&#8217;aumento delle inondazioni nelle città costiere sono il riscaldamento globale causato dall&#8217;uomo, i temporali e le alte maree</strong>. Con l&#8217;aumento della temperatura globale, più ghiaccio terrestre si scioglie, portando all&#8217;innalzamento del livello del mare.</p>
<p>Secondo lo studio, purtroppo, nemmeno un&#8217;azione immediata potrebbe fermare le inondazioni estreme. Il rapporto avverte che entro il 2050 i maggiori eventi di alluvione saranno aumentati di intensità.</p>
<h4>Un evento di inondazione ogni 100 anni potrebbe verificarsi ogni 10 anni. Fino al 4% della popolazione mondiale potrebbe essere esposta a gravi inondazioni.</h4>
<p>Il professor Ian Young dell&#8217;Università di Melbourne e coautore dello studio ha affermato: &#8220;Abbiamo sicuramente bisogno di mitigare i nostri gas serra, ma questo non risolverà questo problema. L&#8217;innalzamento del livello del mare è già innescato – anche se riduciamo le emissioni oggi, il livello del mare continuerà a salire perché i ghiacciai continueranno a sciogliersi per centinaia di anni&#8221;.</p>
<h4>Lo studio ha individuato alcune regioni che rischiano di essere maggiormente colpite dal continuo innalzamento del livello del mare.</h4>
<p>Tra le aree di maggiore preoccupazione figurano la Cina sud-orientale, l&#8217;Australia settentrionale e il Bangladesh, nonché il Gujarat e il Bengala occidentale in India. Negli Stati Uniti, la Carolina del Nord, il Maryland e la Virginia sono stati identificati come i più soggetti a essere esposti. Altri paesi che potrebbero essere colpiti da gravi inondazioni includono Francia, Germania e Regno Unito.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Può uno yacht di lusso essere green?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2020 18:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barche]]></category>
		<category><![CDATA[Crociera]]></category>
		<category><![CDATA[elettrico]]></category>
		<category><![CDATA[energia solare]]></category>
		<category><![CDATA[green]]></category>
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		<category><![CDATA[motore]]></category>
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					<description><![CDATA[Ecco come unire il concetto di yacht di lusso al concetto di energia solare Lo studio neozelandese Isaac Burrough Design ha proposto un nuovo concetto di yacht di lusso progettato per massimizzare l&#8217;efficienza energetica e il divertimento in alto mare. Chiamato Kiwa, come uno dei divini guardiani dell&#8217;oceano nella leggenda Maori, lo yacht a motore combina [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-64977" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/08/sea-5464270_1280-e1597663034660.jpg" alt="yatch di lusso" width="800" height="533" /></h3>
<h3>Ecco come unire il concetto di yacht di lusso al concetto di energia solare</h3>
<p><span id="more-64976"></span></p>
<p>Lo studio neozelandese<a href="https://www.isaacburrough.com/" target="_blank" rel="noopener"> Isaac Burrough Design</a> ha proposto <strong>un nuovo concetto di yacht di lusso progettato per massimizzare l&#8217;efficienza energetica e il divertimento in alto mare</strong>.</p>
<p>Chiamato <a href="https://www.isaacburrough.com/kiwa" target="_blank" rel="noopener">Kiwa</a>, <strong>come uno dei divini guardiani dell&#8217;oceano nella leggenda Maori</strong>, lo yacht a motore combina un elegante scafo aerodinamico con una tecnologia ad energia solare.</p>
<p>Kiwa è progettato per ospitare 14 ospiti insieme a due membri dello staff e un equipaggio di 27 persone. Con 110 metri di lunghezza, lo yacht di lusso sarebbe abbastanza grande per più aree di coperta e 175 metri quadrati di spazio di magazzino.</p>
<p>I progettisti affermano che lo <strong>scafo stretto accoppiato alla trasmissione ibrida alimentata con 200 metri di pannelli solari</strong>, permetterebbe allo yacht di entrare in una modalità esclusivamente elettrica per una navigazione senza inquinamento e senza rumore.</p>
<h4>&#8220;L&#8217;intenzione di Kiwa era progettare uno yacht moderno ed elegante&#8221;, ha affermato Burrough.</h4>
<p>“La sua silhouette elegante combinata con superfici sinuose dà grazia nonostante le sue capacità di esplorazione. <strong>Uno yacht che sembrerà sofisticato sia in una crociera nel Mediterraneo che nell&#8217;Artico</strong>&#8220;.</p>
<p>Progettato per la vita interna / esterna e le viste panoramiche, il Kiwa dispone di un ponte principale ampio e versatile con porte scorrevoli e diversi servizi, come le aree lounge a schiera sulla piattaforma da bagno.</p>
<h4>Appena fuori dal ponte principale si trova una piscina a sbalzo con fondo in vetro.</h4>
<p>ùI lettini integrati sono posizionati sul ponte inferiore, mentre un ponte superiore ospiterebbe una vasca idromassaggio che è elevata per una vista privilegiata sul mare. L&#8217;area SPA offre la migliore vista a bordo e comprende piscine semi-sommerse per offrire agli ospiti viste sia sopra che sotto l&#8217;acqua. La barca ha anche spazio per un elicottero.</p>
<p>Quindi è davvero possibile? Secondo i progettisti, sì.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gli ”aspiravirus”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[aspiravirus]]></category>
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		<category><![CDATA[granchi]]></category>
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					<description><![CDATA[Sapevi che ci sono degli animali marini che mangiano i virus? Uno studio del Royal Netherlands Institute for Sea Research, pubblicato su Nature, e realizzato dalla ricercatrice Jennifer Welsh, mette in luce il ruolo degli organismi filtratori nel mantenere sotto controllo la popolazione virale in mare. Una notizia molto interessante se pensiamo che un solo bicchiere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-62930" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/07/mussel-2610332_1280-e1595278172106.jpg" alt="animali marini" width="800" height="441" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/07/mussel-2610332_1280-e1595278172106.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/07/mussel-2610332_1280-e1595278172106-300x165.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/07/mussel-2610332_1280-e1595278172106-768x423.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3>Sapevi che ci sono degli animali marini che mangiano i virus?</h3>
<p><span id="more-62929"></span></p>
<p>Uno studio del Royal Netherlands Institute for Sea Research, pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-020-61691-y" target="_blank" rel="noopener">Nature</a>, e realizzato dalla ricercatrice Jennifer Welsh, mette in luce <strong>il ruolo degli organismi filtratori nel mantenere sotto controllo la popolazione virale in mare.</strong></p>
<h4>Una notizia molto interessante se pensiamo che un solo bicchiere d&#8217;acqua di mare contiene <strong>circa 150 milioni di particelle virali.</strong></h4>
<p>Gli “aspiravirus” di cui parliamo sono organismi molto noti a tutti noi: <strong>ostriche, granchi, bivalvi</strong> e soprattutto <strong>spugne</strong>, più in generale tutti <strong>quegli organismi marini che si nutrono filtrando l&#8217;acqua di mare.</strong></p>
<p>Anche se, infatti, è raro che i virus marini in natura siano talmente concentrati da far esplodere epidemie nelle popolazioni selvatiche, lo stesso non si può dire nel caso dell’acquacoltura.</p>
<p>Una preziosa alternativa, sostenibile, alla pesca tradizione che, però, <strong>prevede di tenere pesci e altri animali marini in spazi chiusi ma a contatto diretto con il mare aperto</strong>, e che genera un altissimo rischio di epidemie tra gli animali.</p>
<h4>Epidemie che, alla luce dello studio della Welsh, potrebbero essere tenute a bada riempiendo i recinti con animali filtratori, in particolare spugne.</h4>
<p>Nel corso dell’esperimento, infatti, s<strong>ono proprio le spugne ad aver ottenuto il “punteggio” più alto, con il  94% di potere filtrante nel giro di tre ore</strong>.</p>
<p>In generale comunque un po’ tutti gli organismi filtranti hanno dimostrato di avere una qualche capacità di eliminare le particelle virali all&#8217;ambiente per trasformarle in cibo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cosa succederà al nostro mare se non ridurremo le emissioni di CO2?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2020 18:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[acidificazione mare]]></category>
		<category><![CDATA[CO2]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni]]></category>
		<category><![CDATA[ischia]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
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					<description><![CDATA[Uno studio italiano ha valutato gli effetti dell’acidificazione delle acque analizzando una pianta di mare delle coste di Ischia Un nuovo studio italiano, frutto della collaborazione scientifica tra il Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza e la Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, ha osservato e valutato gli effetti della acidificazione delle acque su una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-52313" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/05/plants-691608_1280.jpg" alt="mare" width="798" height="424" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/05/plants-691608_1280.jpg 798w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/05/plants-691608_1280-300x159.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/05/plants-691608_1280-768x408.jpg 768w" sizes="(max-width: 798px) 100vw, 798px" /></h3>
<h3>Uno studio italiano ha valutato gli effetti dell’acidificazione delle acque analizzando una pianta di mare delle coste di Ischia</h3>
<p><span id="more-52312"></span></p>
<p>Un nuovo studio italiano, frutto della collaborazione scientifica tra il <strong>Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza</strong> e la <a href="http://www.szn.it/index.php/en/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Stazione zoologica Anton Dohrn</strong></a> di Napoli, ha osservato e valutato gli effetti della acidificazione delle acque su una pianta marina delle coste di Ischia.</p>
<p><strong>L’aumento dell’anidride carbonica</strong> (CO2) <strong>nell’atmosfera</strong> a causa principalmente della deforestazione operata dall’uomo, dell’uso di combustili fossili e di altre emissioni di natura antropica, <strong>produce effetti devastanti anche sugli oceani. </strong></p>
<p>Per sua natura il mare assorbe CO2 dall&#8217;atmosfera. Ma una maggiore concentrazione di questo composto innesca una serie di reazioni chimiche che riducono il pH dell’acqua, aumentandone l’acidità.</p>
<p><strong>Ciò causa impatti diffusi che potrebbero compromettere il ruolo ecologico e le funzionalità di interi ecosistemi. </strong></p>
<p>Intorno alle coste di Ischia sono presenti alcuni siti, chiamati <em>vents</em>, con emissioni di CO2 naturale di origine vulcanica. Questi acidificano localmente le acque e rappresentano dei “laboratori naturali” per studiare l’adattamento di singole specie, comunità ed ecosistemi all’acidificazione marina.</p>
<h4><strong>Questo studio ha interessato due sistemi di vents (Castello e Vullatura) e una zona di controllo lungo le stesse coste. </strong></h4>
<p>Qui i ricercatori hanno messo sotto la lente d’ingrandimento le praterie sottomarine formate dalla Posidonia. <strong>Hanno dimostrato come il ridotto livello di pH influisca negativamente</strong> non tanto sulla crescita della pianta (anzi le praterie risultano addirittura più dense nei siti acidificati rispetto a quelli caratterizzati da pH naturali) quanto sull’intero ecosistema associato.</p>
<p>“<em>Abbiamo riscontrato i segni dell’acidificazione nelle foglie, che si presentano significativamente più corte rispetto a quelle che si formano in condizioni di acidità normale</em>. <em>Questo perché</em> &#8211; spiega <strong>Edoardo Casoli</strong> del gruppo Sapienza &#8211; <em>i ridotti livelli di pH influiscono sulla comunità epifita che vive sulle foglie della Posidonia, causando, da una parte, la scomparsa di alghe rosse, molluschi, echinodermi e di tutti gli organismi capaci di fissare il carbonato di calcio nei loro gusci e scheletri, e favorendo, dall’altra, l’adattamento di organismi non calcificanti, come alghe brune filamentose, idrozoi e tunicati</em>”.</p>
<p>I ricercatori hanno quindi analizzato la frequenza dei morsi delle salpe sulle foglie, confermando che la loro ridotta lunghezza è dovuta a una più intensa attività di pascolo di questi pesci, che trovano in questi siti una risorsa in maggiore quantità e più appetibile.</p>
<p>Lo studio mette in evidenza come <strong>una sostanziale alterazione dei livelli di acidità delle acque generi una serie di effetti a cascata che potrebbero compromettere l’intero ecosistema</strong>. Per il Mare Nostrum, la perdita di biodiversità delle praterie di Posidonia potrebbe avere ricadute sociali ed economiche importanti.</p>
<p>“Il vantaggio di questi risultati &#8211; conclude Giandomenico Ardizzone, coordinatore del team Sapienza &#8211; consiste nel fatto che questi siti sono delle vere e proprie “finestre sul futuro” per osservare i possibili scenari ecologici dei mari, sulla base dei valori di pH previsti da alcuni modelli geochimici per il non lontano 2100”.</p>
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		<title>Qual è l&#8217;impatto sull&#8217;ambiente delle mascherine protettive?</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/ambiente/inquinamento/qual-e-limpatto-sullambiente-delle-mascherine-protettive/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 07:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[mascherine]]></category>
		<category><![CDATA[Oceano]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[Con l&#8217;esplosione del Coronavirus, c&#8217;è stato anche un boom dell&#8217;uso delle mascherine usa e getta che potrebbero essere una minaccia per gli habitat della fauna selvatica. Una cosa che non avremmo mai immaginato meno di un mese fa è che saremmo finiti in isolamento per difenderci dal nuovo Covid-19 e che, per uscire, avremmo iniziato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50034" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/03/brescia-4931110_1280.jpg" alt="mascherine" width="800" height="435" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/03/brescia-4931110_1280.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/03/brescia-4931110_1280-300x163.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/03/brescia-4931110_1280-768x418.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3>Con l&#8217;esplosione del Coronavirus, c&#8217;è stato anche un boom dell&#8217;uso delle mascherine usa e getta che potrebbero essere una minaccia per gli habitat della fauna selvatica.</h3>
<p><span id="more-50032"></span></p>
<p>Una cosa che non avremmo mai immaginato meno di un mese fa è che saremmo finiti in isolamento per difenderci dal nuovo Covid-19 e che, per uscire, avremmo iniziato tutti a fare grande uso di guanti e mascherine usa e getta.</p>
<p>Come tutti le situazioni di difesa, si procede di reazione senza farsi troppe domande, ma le domande ci sono perché, come è facile immaginare, le mascherine sono molto lesive dell&#8217;ambiente.</p>
<p>Realizzate in polipropilene di plastica, <strong>le mascherine non sono facilmente biodegradabili</strong> ed è chiaramente per questo che l&#8217;esubero di utilizzo di questi dispositivi genera seri rischi per l&#8217;equilibrio degli habitat e la salute della fauna selvatica, in particolare per gli organismi marini.</p>
<p>Ne stanno dando l&#8217;allarme gli ambientalisti: <strong>le mascherine anti-coronavirus scartate stanno intensificando la situazione già molto complessa dell&#8217;inquinamento da rifiuti</strong> – di plastica e non.</p>
<p>«Abbiamo usato solo maschere nelle ultime 6-8 settimane, in un volume enorme&#8230; ora stiamo vedendo l&#8217;effetto sull&#8217;ambiente», ha spiegato <strong>Gary Stokes</strong>, fondatore di <strong>Oceans Asia</strong>, un&#8217;organizzazione per la conservazione marina.</p>
<p>Secondo quanto riportato da <a href="https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-hongkong-environme/discarded-coronavirus-masks-clutter-hong-kongs-beaches-trails-idUSKBN20Z0PP" target="_blank" rel="noopener">Reuters</a>, Stokes ha citato l&#8217;esempio delle isole Soko al largo di Hong Kong. Su un piccolo tratto di spiaggia di 100 metri, Stokes ho trovato 70 maschere e poi altre 30 la settimana successiva.</p>
<p>Hong Kong, infatti, non ricicla efficacemente tutti i suoi rifiuti – circa il 70% della sua immondizia finisce in discarica –, aggravando la sua situazione ambientale con la cattiva pratica.</p>
<p>Come sempre, quindi, dobbiamo stare molto attenti alle scelte che facciamo e, in questo caso, <strong>il punto dovrebbe essere di pensare di difendere noi stessi, gli altri e l&#8217;ambiente in cui tutti ci troviamo</strong>.</p>
<p>Per farlo, dobbiamo sia ridurre gli sprechi che gettare correttamente la mascherina al termine del suo utilizzo.</p>
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