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	<title>cervello &#8211; Ecoseven &#8211; Saper Vivere</title>
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	<description>Economia del Benessere e della Salute</description>
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		<title>Depressione: cosa succede nel cervello? Uno studio italiano riscrive il meccanismo</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/depressione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 15:56:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
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					<description><![CDATA[di Redazione Ecoseven – 21/07/2026 In breve, quando si parla di depressione si pensa quasi sempre a un problema di serotonina, il neurotrasmettitore del buonumore che gli antidepressivi più diffusi cercano di riequilibrare. Ma uno studio italiano ha individuato qualcosa di diverso e più profondo: nei cervelli colpiti dalla depressione, alcuni neuroni di un&#8217;area chiave diventano letteralmente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">Redazione Ecosev</a><a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">en</a> – 21/07/2026</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-320975 size-full" title="depressione, i neuroni della corteccia prefrontale nel cervello" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello.webp" alt="depressione cervello neuroni" width="1236" height="824" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello.webp 1236w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/Depressione-e-cervello-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1236px) 100vw, 1236px" /></p>
<p><strong>In breve,</strong></p>
<p>quando si parla di <strong>depressione</strong> si pensa quasi sempre a un problema di serotonina, il neurotrasmettitore del buonumore che gli antidepressivi più diffusi cercano di riequilibrare. Ma uno studio italiano ha individuato qualcosa di diverso e più profondo: nei cervelli colpiti dalla depressione, alcuni neuroni di un&#8217;area chiave diventano letteralmente &#8220;meno accesi&#8221;, faticano a mantenere l&#8217;attività elettrica. È un cambio di prospettiva che potrebbe spiegare perché alcune terapie funzionano dove i farmaci sulla serotonina falliscono. E c&#8217;è un dettaglio, legato a un minuscolo canale nelle cellule nervose, che apre una pista terapeutica del tutto nuova.</p>
<p>Secondo l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la depressione colpisce circa il <strong>5% della popolazione adulta mondiale</strong>, ed è tra le principali cause di disabilità. A studiarne le basi biologiche in modo nuovo è stato il <strong><a href="https://nico.ottolenghi.unito.it/" target="_blank" rel="noopener">Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi</a> (NICO) dell&#8217;Università di Torino</strong>, con una ricerca pubblicata nel 2025 sulla rivista <a href="https://www.nature.com/srep/" target="_blank" rel="noopener"><em>Scientific Reports</em></a> del gruppo Nature.</p>
<h2>Cosa succede nel cervello di chi soffre di depressione</h2>
<p>Per decenni il modello dominante ha spiegato la depressione soprattutto come uno squilibrio chimico: livelli insufficienti di serotonina e altri neurotrasmettitori. È il principio su cui si basano gli antidepressivi più comuni, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI). Questo modello è utile ma incompleto, e non spiega perché una parte dei pazienti non risponda ai farmaci.</p>
<p>Lo studio del NICO sposta l&#8217;attenzione su un piano diverso: non la quantità di una sostanza chimica, ma l&#8217;<strong>attività elettrica dei neuroni</strong> in una regione precisa, la <strong>corteccia prefrontale mediale</strong>, l&#8217;area che governa la regolazione delle emozioni e la risposta allo stress. In pratica, la domanda non è più solo &#8220;quanta serotonina c&#8217;è&#8221;, ma &#8220;quanto bene funzionano elettricamente i circuiti che gestiscono l&#8217;umore&#8221;.</p>
<h2>I neuroni &#8220;meno eccitabili&#8221;: il meccanismo scoperto a Torino</h2>
<p>I ricercatori hanno osservato che, nei soggetti che sviluppano un comportamento depressivo dopo uno stress prolungato, i <strong>neuroni piramidali</strong> degli strati 2/3 della corteccia prefrontale diventano <strong>meno eccitabili</strong>. Significa che, quando ricevono uno stimolo, faticano a mantenere l&#8217;attività elettrica necessaria per elaborare correttamente i segnali che arrivano dalle altre aree del cervello.</p>
<p>A questo si aggiunge un fenomeno chiamato <strong>adattamento della frequenza di scarica</strong>: i neuroni si &#8220;stancano&#8221; più in fretta e riducono il ritmo con cui inviano impulsi. L&#8217;analisi elettrofisiologica ha mostrato due alterazioni precise: un innalzamento della soglia di attivazione e un&#8217;accentuata iperpolarizzazione, due condizioni che rendono più difficile per la cellula generare e sostenere i propri segnali.</p>
<p>Come ha spiegato <strong>Anita Maria Rominto</strong>, dottoranda al NICO e prima autrice della ricerca, questo deficit di eccitabilità potrebbe rappresentare una base cellulare della ridotta attività della corteccia prefrontale già osservata nelle persone con depressione.</p>
<h2>Perché non tutti reagiscono allo stress allo stesso modo</h2>
<p>Un aspetto importante dello studio riguarda la <strong>vulnerabilità individuale</strong>. La ricerca ha utilizzato un modello animale basato sullo stress da &#8220;sconfitta sociale cronica&#8221;, un protocollo sperimentale ampiamente validato in letteratura.</p>
<p>Non tutte le cavie hanno reagito allo stesso modo: <strong>solo quelle &#8220;suscettibili&#8221;</strong> hanno sviluppato comportamenti di evitamento sociale insieme alle alterazioni elettriche nella corteccia prefrontale. Le cavie &#8220;resilienti&#8221;, o non esposte allo stress, non hanno mostrato quelle modifiche. Questo suggerisce un legame diretto tra la vulnerabilità allo stress e la ridotta eccitabilità dei neuroni, e aiuta a capire perché, a parità di eventi difficili, <a href="https://www.ecoseven.net/alimentazione/pillola-del-microbioma/" target="_blank" rel="noopener">alcune persone sviluppino una depressione</a> e altre no.</p>
<h2>Dai canali del potassio alle nuove terapie: cosa può cambiare</h2>
<p>Il punto più promettente riguarda il &#8220;perché&#8221; di quella minore eccitabilità. Secondo i ricercatori, il fenomeno è legato a un&#8217;<strong>iperattività di specifici canali del potassio (K⁺)</strong>, i minuscoli varchi che regolano il ritmo di scarica dei neuroni. Se questi canali lavorano troppo, tengono la cellula in uno stato di &#8220;freno&#8221; costante.</p>
<p>Come sottolineano <strong>Filippo Tempia</strong> ed <strong>Eriola Hoxha</strong>, ricercatori del NICO e autori senior dello studio, questi risultati indicano i canali del potassio come possibili bersagli farmacologici futuri. C&#8217;è di più: la corteccia prefrontale mediale è già oggi il bersaglio di terapie non invasive come la <strong>stimolazione magnetica transcranica (TMS)</strong>, che ha mostrato effetti antidepressivi. Lo studio fornisce una possibile base biologica per capire <em>perché</em> quelle terapie funzionino, agendo proprio là dove l&#8217;attività neuronale è ridotta.</p>
<p>Va ribadito con chiarezza: si tratta di <strong>ricerca di base condotta su modello animale</strong>. Non è una nuova cura né una terapia pronta, ma l&#8217;identificazione di un meccanismo. La distanza tra &#8220;abbiamo capito come funziona&#8221; e &#8220;abbiamo un nuovo farmaco&#8221; resta lunga, e va rispettata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>FAQ – Domande frequenti</h2>
<h3>Cosa succede nel cervello durante la depressione?</h3>
<p>Secondo lo studio del NICO di Torino, nella depressione i neuroni della corteccia prefrontale mediale, l&#8217;area che regola emozioni e stress, diventano meno eccitabili: faticano a mantenere l&#8217;attività elettrica necessaria per elaborare gli stimoli. È un meccanismo diverso dal semplice squilibrio di serotonina su cui si concentravano i modelli tradizionali.</p>
<h3>La depressione è solo una questione di serotonina?</h3>
<p>No. Il modello basato sul deficit di serotonina è utile ma incompleto e non spiega perché molti pazienti non rispondano agli antidepressivi. La ricerca più recente, come lo studio torinese, mostra che contano anche i deficit di attività elettrica dei circuiti neuronali, non solo i livelli dei neurotrasmettitori.</p>
<h3>Cos&#8217;è la corteccia prefrontale e che ruolo ha nella depressione?</h3>
<p>La corteccia prefrontale mediale è la regione del cervello che regola le emozioni e la risposta allo stress. Nei disturbi depressivi la sua attività risulta ridotta. Lo studio del NICO ha individuato a livello cellulare perché questo accade: una minore eccitabilità dei neuroni legata all&#8217;iperattività dei canali del potassio.</p>
<h3>Questa scoperta significa che è stata trovata una cura per la depressione?</h3>
<p>No. Si tratta di ricerca di base condotta su un modello animale: identifica un meccanismo cellulare e un possibile bersaglio farmacologico futuro, ma non è una terapia pronta. Il percorso dalla comprensione del meccanismo allo sviluppo di un nuovo farmaco è ancora lungo.</p>
<h3>Perché alcune persone si ammalano di depressione dopo lo stress e altre no?</h3>
<p>Lo studio mostra che solo i soggetti &#8220;suscettibili&#8221; allo stress sviluppano sia i comportamenti depressivi sia le alterazioni elettriche nei neuroni, mentre i soggetti &#8220;resilienti&#8221; non le presentano. Esiste quindi una diversa vulnerabilità individuale allo stress, che aiuta a spiegare perché a parità di eventi difficili non tutti sviluppino una depressione.</p>
<hr />
<p><em>ATTENZIONE: questo articolo ha finalità puramente informative e divulgativ</em><em>e e non sostituisce in alcun modo il parere di un medico, di uno psichiatra o di uno psicologo. La depressione è una condizione medica che richiede diagnosi e trattamento da parte di professionisti qualificati: chi ne riconosca i sintomi in sé o in altri è invitato a rivolgersi al proprio medico o a uno specialista, e chi segue una terapia non deve mai sospenderla o modificarla sulla base di informazioni lette online. Lo studio qui descritto è ricerca di base condotta su modello animale: identifica un meccanismo biologico e un possibile bersaglio terapeutico futuro, non una cura disponibile. In caso di grave sofferenza psicologica o pensieri di autolesionismo è importante chiedere aiuto subito a un professionista o ai servizi di emergenza. </em></p>
<p><em>Fonti principali: Rominto A.M., Montarolo F., Berrino L., Loddo M., Bertolotto A., Tempia F., Hoxha E. (2025), &#8220;Depression in mice causes decreased neuronal excitability and enhanced frequency adaptation in medial prefrontal cortex pyramidal neurons&#8221;, Scientific Reports 15(1):38402, Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO) dell&#8217;Università di Torino; dati di prevalenza dell&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).</em></p>
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		<title>Meditazione e cervello: cosa dicono gli studi di Harvard del 2026</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/meditazione-e-cervello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 07:36:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[Scienze della salute]]></category>
		<category><![CDATA[benessere mentale]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[Harvard]]></category>
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					<description><![CDATA[di Redazione Ecoseven – 04/07/2026 Meditazione e cervello &#124; Bastano da 2 a 7 minuti di meditazione basata sull&#8217;osservazione del respiro per produrre cambiamenti misurabili nell&#8217;attività cerebrale, anche in chi non ha mai meditato prima: lo dimostra uno studio pubblicato il 21 marzo 2026 sulla rivista scientifica Mindfulness, condotto da ricercatori della Harvard Medical School in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">Redazione Ecosev</a><a href="https://www.ecoseven.net/author/redazione-ecoseven/" target="_blank" rel="noopener">en</a> – 04/07/2026</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-320527 size-full" title="elettroencefalogramma durante una sessione di meditazione" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/meditazione-e-cervello.webp" alt="meditazione e cervello lo studio di Harvard" width="1236" height="824" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/meditazione-e-cervello.webp 1236w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/meditazione-e-cervello-300x200.webp 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/meditazione-e-cervello-1024x683.webp 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2026/07/meditazione-e-cervello-768x512.webp 768w" sizes="(max-width: 1236px) 100vw, 1236px" /></p>
<p><strong>Meditazione e cervello | Bastano da 2 a 7 minuti di meditazione basata sull&#8217;osservazione del respiro per produrre cambiamenti misurabili nell&#8217;attività cerebrale, anche in chi non ha mai meditato prima: lo dimostra uno studio pubblicato il 21 marzo 2026 sulla rivista scientifica <em>Mindfulness</em>, condotto da ricercatori della Harvard Medical School in collaborazione con l&#8217;Università di Nottingham e il National Institute of Mental Health and Neurosciences (NIMHANS) di Bangalore.</strong> Un secondo studio, pubblicato sulla stessa rivista a giugno 2026, ha inoltre rilevato che il cervello di meditatori esperti risulta in media 5,9 anni più &#8220;giovane&#8221; rispetto alla loro età anagrafica. Prima di guardare ai risultati, però, è utile sapere chi ha condotto la ricerca e su cosa si basa.</p>
<h2>Chi ha condotto lo studio e perché è rilevante saperlo</h2>
<p>L&#8217;autore senior di entrambi gli studi è il dottor <a href="https://www.health.harvard.edu/authors/balachundhar-subramaniam-md-mph-fasa" target="_blank" rel="noopener">Balachundhar Subramaniam</a>, professore associato di Anestesiologia alla Harvard Medical School e direttore del Sadhguru Centre for a Conscious Planet presso il Beth Israel Deaconess Medical Center, ospedale universitario affiliato a Harvard. Questo centro è dedicato specificamente allo studio scientifico delle tecniche di meditazione e yoga sviluppate dallo yogi indiano Sadhguru e dalla sua Isha Foundation.</p>
<p>Questo dettaglio non invalida la ricerca — entrambi gli studi sono stati pubblicati su una rivista scientifica sottoposta a revisione paritaria (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Revisione_paritaria" target="_blank" rel="noopener">peer review</a>) e coinvolgono co-autori di istituzioni indipendenti come l&#8217;Università di Nottingham e il NIMHANS — ma è un elemento di trasparenza che il lettore deve conoscere: si tratta di un centro di ricerca focalizzato sulla validazione di pratiche legate a una specifica tradizione, non di uno studio indipendente e generalista sulla meditazione.</p>
<h2>Il primo studio: cosa succede al cervello nei primi minuti di meditazione</h2>
<p>Lo studio di marzo 2026 ha monitorato tramite elettroencefalogramma (EEG) l&#8217;attività cerebrale di 103 persone mentre praticavano una tecnica di osservazione del respiro sviluppata da Sadhguru. I ricercatori hanno rilevato che:</p>
<ul>
<li><strong>Cambiamenti misurabili nell&#8217;attività cerebrale iniziano entro 2-3 minuti</strong> dall&#8217;avvio della pratica, con un aumento delle onde theta e alfa (associate a rilassamento) e beta1 (associata a concentrazione vigile).</li>
<li><strong>Il picco degli effetti si registra intorno ai 7 minuti</strong>, con un pattern che i ricercatori descrivono come &#8220;vigilanza rilassata&#8221;: uno stato in cui il cervello risulta contemporaneamente più calmo e più concentrato.</li>
<li><strong>Gli effetti si osservano anche nei principianti assoluti</strong>, non solo nei meditatori esperti — un dato rilevante perché suggerisce che i benefici non richiedano anni di pratica per manifestarsi.</li>
</ul>
<h2>Il secondo studio: l&#8217;età cerebrale dei meditatori esperti</h2>
<p>Lo studio pubblicato a giugno 2026, condotto da ricercatori del Massachusetts General Hospital e del Beth Israel Deaconess Medical Center, ha analizzato un gruppo di partecipanti al Samyama Sadhana, un ritiro intensivo di otto giorni di yoga e meditazione profonda organizzato dalla Isha Foundation. Attraverso l&#8217;elettroencefalogramma del sonno, i ricercatori hanno calcolato il Brain Age Index (BAI), un biomarcatore che stima l&#8217;età funzionale del cervello sulla base della sua attività elettrica.</p>
<p>Il risultato principale: il cervello dei meditatori esperti coinvolti nello studio è risultato in media <strong>5,9 anni più giovane</strong> rispetto alla loro età anagrafica, insieme a una migliore qualità del sonno, una memoria più efficiente e livelli più bassi di stress e solitudine percepita rispetto a persone della stessa età che non praticavano meditazione.</p>
<h3>Perché questo risultato va letto con cautela</h3>
<p>Lo studio ha un limite metodologico importante, tipico di questo tipo di ricerche: i partecipanti erano meditatori esperti e auto-selezionati, cioè persone che avevano già scelto di dedicare tempo significativo a una pratica intensiva. Questo rende impossibile stabilire con certezza un rapporto di causa-effetto: non si può escludere che le persone con caratteristiche cerebrali già favorevoli siano semplicemente più propense a mantenere nel tempo pratiche di meditazione impegnative, anziché essere la meditazione a produrre l&#8217;effetto osservato. Servono studi randomizzati su campioni più ampi per chiarire la direzione della relazione.</p>
<h2>Cosa sapere su meditazione e cervello</h2>
<ul>
<li><strong>Non serve un ritiro di otto giorni per iniziare</strong>: lo studio di marzo mostra benefici misurabili già nei primi minuti di pratica, anche per chi non ha mai meditato.</li>
<li><strong>La costanza conta più della durata</strong>: i cambiamenti cerebrali osservati raggiungono il picco a 7 minuti; sedute più lunghe non risultano necessariamente più efficaci nel breve termine secondo questi dati.</li>
<li><strong>Verificare la fonte di ciò che si pratica</strong>: esistono numerose tecniche di meditazione con basi scientifiche diverse; questi due studi specifici riguardano una tecnica particolare sviluppata da Sadhguru, non la meditazione in generale.</li>
<li><strong>Diffidare delle promesse assolute</strong>: la meditazione non è una cura per il declino cognitivo o le malattie neurodegenerative, ma un possibile fattore protettivo tra i tanti, da inserire in uno stile di vita complessivo, non da considerare come sostituto di follow-up medici quando necessari.</li>
<li><strong>Il contesto italiano rende il tema rilevante</strong>: secondo l&#8217;Osservatorio Demenze dell&#8217;Istituto Superiore di Sanità, in Italia vivono circa 1,2 milioni di persone con demenza (dato riferito al 2025); qualsiasi fattore associato a un invecchiamento cerebrale più lento merita attenzione, purché inquadrato correttamente.</li>
</ul>
<h2>FAQ – Domande frequenti</h2>
<h3>Quanti minuti di meditazione servono per vedere effetti sul cervello?</h3>
<p>Secondo lo studio pubblicato su <em>Mindfulness</em> nel marzo 2026, condotto da ricercatori di Harvard Medical School, Università di Nottingham e NIMHANS, i cambiamenti misurabili nell&#8217;attività cerebrale iniziano entro 2-3 minuti e raggiungono il picco intorno ai 7 minuti di pratica.</p>
<h3>La meditazione ringiovanisce davvero il cervello di 6 anni?</h3>
<p>Uno studio del Massachusetts General Hospital e del Beth Israel Deaconess Medical Center, pubblicato su <em>Mindfulness</em> a giugno 2026, ha rilevato che il cervello di meditatori esperti che avevano partecipato a un ritiro intensivo risultava in media 5,9 anni più giovane rispetto all&#8217;età anagrafica secondo il Brain Age Index. Va però segnalato che lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto certo, perché i partecipanti erano meditatori esperti auto-selezionati.</p>
<h3>Chi ha condotto questi studi sulla meditazione e Harvard?</h3>
<p>L&#8217;autore senior di entrambi gli studi è il dottor Balachundhar Subramaniam, professore associato di Anestesiologia alla Harvard Medical School e direttore del Sadhguru Centre for a Conscious Planet al Beth Israel Deaconess Medical Center, un centro dedicato allo studio delle tecniche sviluppate dallo yogi Sadhguru.</p>
<h3>Questi risultati valgono per qualsiasi tipo di meditazione?</h3>
<p>Non necessariamente. Gli studi citati riguardano una tecnica specifica di osservazione del respiro e un programma intensivo di otto giorni entrambi sviluppati nell&#8217;ambito della tradizione di Sadhguru e della Isha Foundation. <a href="https://www.ecoseven.net/canali/scienze/correre-la-mattina-presto/" target="_blank" rel="noopener">Altre forme</a> di meditazione, come la mindfulness o la meditazione trascendentale, sono state studiate con metodologie diverse e risultati non sempre sovrapponibili.</p>
<h3>La meditazione può prevenire l&#8217;Alzheimer o la demenza?</h3>
<p>Non esistono ad oggi prove che la meditazione prevenga l&#8217;Alzheimer o altre forme di demenza. Gli studi disponibili suggeriscono un possibile ruolo protettivo su alcuni marcatori di invecchiamento cerebrale, ma si tratta di ricerca preliminare che richiede conferme su campioni più ampi e con disegni di studio randomizzati.</p>
<h2>In breve</h2>
<p>Due studi pubblicati nel 2026 sulla rivista <em>Mindfulness</em>, condotti da ricercatori affiliati a Harvard Medical School, mostrano che la meditazione basata sull&#8217;osservazione del respiro produce cambiamenti cerebrali misurabili già entro 2-7 minuti, anche nei principianti, e che meditatori esperti coinvolti in un ritiro intensivo presentano un&#8217;età cerebrale stimata più giovane di 5,9 anni. Entrambi gli studi sono guidati dal dottor Balachundhar Subramaniam, direttore di un centro Harvard specificamente dedicato alle tecniche sviluppate dallo yogi Sadhguru — un dettaglio utile per contestualizzare la fonte, non per sminuire risultati pubblicati su rivista scientifica con revisione paritaria. Restano necessarie conferme su campioni più ampi, soprattutto per il legame tra meditazione a lungo termine ed età cerebrale.</p>
<p><em>ATTENZIONE: Questo articolo ha finalità puramente informative e non sostituisce il parere di un medico o di uno specialista in neurologia. Fonti principali: Saketh, M., Sasidharan, A., Venugopal, R. et al., &#8220;Temporal EEG Signatures of Meditation Experience: Peak Brainwave Changes at 7 Minutes During Isha Yoga Breath Watching&#8221;, Mindfulness, pubblicato il 26 marzo 2026; studio su Samyama Sadhana e Brain Age Index, Massachusetts General Hospital e Beth Israel Deaconess Medical Center, Mindfulness, giugno 2026; Istituto Superiore di Sanità, Osservatorio Demenze, dati Giornata Mondiale Alzheimer 2025.</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>TI REPUTI INTELLIGENTE?</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/ti-reputi-intelligente/</link>
					<comments>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/ti-reputi-intelligente/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2022 15:37:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[caratteristiche intelligenza]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza sopra la media]]></category>
		<category><![CDATA[umorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Le sette caratteristiche che indicano un’intelligenza sopra la media Se cerchiamo la parola “intelligenza” sul vocabolario della lingua italiana, troviamo questa definizione: “Capacità di attribuire un conveniente significato pratico o concettuale ai vari momenti dell&#8217;esperienza e della contingenza”. Benché i ricercatori nel campo non ne abbiano ancora dato una definizione ufficiale (considerabile come universalmente condivisa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-142862" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/03/man-3591573_1280.jpg" alt="intelligenza " width="800" height="533" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/03/man-3591573_1280.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/03/man-3591573_1280-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2022/03/man-3591573_1280-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3>Le sette caratteristiche che indicano un’intelligenza sopra la media</h3>
<p><span id="more-142861"></span></p>
<p align="justify">Se cerchiamo la parola “intelligenza” sul vocabolario della lingua italiana, troviamo questa definizione: “<em>Capacità di attribuire un conveniente significato pratico o concettuale ai vari momenti dell&#8217;esperienza e della contingenza</em>”.</p>
<p align="justify">Benché i ricercatori nel campo non ne abbiano ancora dato una definizione ufficiale (considerabile come universalmente condivisa dalla comunità scientifica), alcuni identificano l&#8217;intelligenza come <strong>la capacità di un agente di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti</strong>.</p>
<p align="justify">Tradizionalmente attribuita alle sole specie animali, oggi l&#8217;intelligenza viene da alcuni attribuita, in misura minore, anche alle piante, mentre il campo di ricerca dell&#8217;<strong>intelligenza artificiale</strong> tenta di creare delle macchine che siano in grado di riprodurre o di simulare l&#8217;intelligenza umana.</p>
<p align="justify">Il cervello di un uomo pesa circa 1350 grammi mentre quello di una donna ne pesa 1200 g. Con queste cifre, gli esseri umani hanno il più alto quoziente di <i>encefalizzazione</i> (un indice relativo della grandezza del cervello rispetto al corpo) ma… <strong>non sono le dimensioni che contano</strong>. I fattori che si correlano meglio con l’intelligenza sono il <strong>numero di neuroni corticali</strong> e la <strong>velocità di conduzione</strong>, come base per la capacità di elaborazione delle informazioni.</p>
<h4 align="justify"><b>Le caratteristiche delle persone intelligenti</b></h4>
<p align="justify"><a name="_GoBack"></a>Le persone con un’intelligenza sopra la media non sono definite solo dai punteggi alti che ottengono ai test di QI. Queste persone, infatti, tendono ad avere in comune molte altre particolarità. Vediamone alcune tratte da <a href="https://psicoadvisor.com/caratteristiche-che-indicano-che-sei-piu-intelligente-della-media-28161.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un articolo di <i><b>Psicoadvisor</b></i></a>.</p>
<p align="justify"><i>1. Le persone intelligenti sono più insicure</i></p>
<p align="justify">Paradossalmente, le persone intelligenti riconoscono i limiti del proprio intelletto e questo talvolta le rende molto insicure.</p>
<p align="justify"><i>2. Sono esploratori, curiosi e aperti a nuove esperienze</i></p>
<p align="justify">Una ricerca pubblicata sul <strong>Journal of Individual Differences</strong> (Furnham e Cheng, 2016) suggerisce l’esistenza di un legame tra l’apertura a nuove esperienze e l’intelligenza.</p>
<p align="justify"><i>3. Amano la solitudine</i></p>
<p align="justify">In realtà, il titolo di questo paragrafo è ingannevole. Le persone più intelligenti non amano la solitudine, piuttosto la ricerca suggerisce che <strong>tendono a trarre meno piacere dalle relazioni interpersonali</strong> rispetto alla maggior parte degli esseri umani.</p>
<p align="justify"><i>4. Hanno un buon autocontrollo</i></p>
<p align="justify">Chi ha un buon autocontrollo non è succube delle gratificazioni immediate e sa posticipare il piacere.</p>
<p align="justify"><i>5. Sono più divertenti</i></p>
<p align="justify">Gli scienziati dell’<strong>Università del New Mexico</strong>, hanno osservato che le persone con un buon senso dell’umorismo tendono ad avere punteggi più alti ai test del QI.</p>
<p align="justify"><i>6. Umorismo macabro</i></p>
<p align="justify">Sembrerebbe che le persone che ottengono punteggi più elevati nei test di intelligenza verbale e non verbale, <strong>riescano ad apprezzare maggiormente l’umorismo nero</strong>.</p>
<p align="justify"><i>7. Imparano dai propri errori</i></p>
<p align="justify">L’intelligenza umana è una qualità mentale che consiste nella capacità di <strong>imparare dall’esperienza e adattarsi alle nuove situazione</strong> usando le nozioni apprese per manipolare e migliorare l’ambiente circostante. Quando l’ambiente è immutabile, la capacità di adattamento correlata all’intelligenza prevede la facoltà di cambiare se stessi per affrontare in modo più efficace anche l’ambiente più ostile.</p>
<p align="justify">D.T.</p>
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		<title>Come fa il nostro cervello a cancellare le distrazioni?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jan 2022 07:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[attività cerebrale]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[distrazione]]></category>
		<category><![CDATA[risonanza magnetica]]></category>
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					<description><![CDATA[Per concentrarci il nostro cervello ci viene in aiuto con un sofisticato filtro La concentrazione è un bene prezioso, soprattutto in un mondo ormai pieno di rumori di fondo e distrazioni. Ma come fa il nostro cervello a cancellare tutte quelle perturbazioni sonore che invadono il nostro quotidiano? La risposta viene da un gruppo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-131997" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/12/brain-4961452_1280.jpg" alt="cervello" width="800" height="533" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/12/brain-4961452_1280.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/12/brain-4961452_1280-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/12/brain-4961452_1280-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3>Per concentrarci il nostro cervello ci viene in aiuto con un sofisticato filtro</h3>
<p><span id="more-131996"></span></p>
<p align="justify">La concentrazione è un bene prezioso, soprattutto in un mondo ormai pieno di rumori di fondo e distrazioni.</p>
<p align="justify">Ma come fa il nostro cervello a cancellare tutte quelle perturbazioni sonore che invadono il nostro quotidiano?</p>
<p align="justify">La risposta viene da un gruppo di ricercatori del <strong>Brain Science Institute dell’Istituto Giapponese RIKEN.</strong></p>
<p align="justify">I ricercatori hanno usato la risonanza magnetica funzionale per analizzare l’attività cerebrale di alcuni volontari mentre concentravano l’attenzione visiva su uno o più punti. Confrontando i dati il team ha rilevato due processi che migliorano l’attenzione. Oltre ad un filtro di selezione efficiente, hanno evidenziato un meccanismo che, come la manopola del volume di uno stereo, aumenta la sensibilità agli stimoli.</p>
<p align="justify">La nostra capacità di concentrazione sarebbe, quindi, dovuta a questi due meccanismi fondamentali per selezionare gli stimoli sensoriali più rilevanti.</p>
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		<title>Gli scienziati creano una creatura che non ha bisogno di respirare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Nov 2021 07:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[alghe]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[creatura che non ha bisogno di respirare]]></category>
		<category><![CDATA[respirare]]></category>
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					<description><![CDATA[L’obiettivo è capire quanto possiamo allontanarci da questa funzione vitale mantenendo attivo il cervello Grazie ad alcuni ritocchi biologici, un team di scienziati ha trovato un modo per mantenere in vita i girini anche dopo aver tolto loro la possibilità di respirare. I ricercatori della Ludwig Maximilians University hanno iniettato alghe fotosintetiche nei girini, creando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: left;" align="center"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-124772" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/11/tadpole-2119594_1280.jpg" alt="creatura che non ha bisogno di respirare" width="800" height="462" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/11/tadpole-2119594_1280.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/11/tadpole-2119594_1280-300x173.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/11/tadpole-2119594_1280-768x444.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></h3>
<h3 style="text-align: left;" align="center">L’obiettivo è capire quanto possiamo allontanarci da questa funzione vitale mantenendo attivo il cervello</h3>
<p><span id="more-124767"></span></p>
<p align="justify">Grazie ad alcuni ritocchi biologici, un team di scienziati ha trovato un modo per <strong>mantenere in vita i girini anche dopo aver tolto loro la possibilità di respirare</strong>.</p>
<p align="justify">I ricercatori della Ludwig Maximilians University hanno iniettato alghe fotosintetiche nei girini, creando una relazione simbiotica tra anfibio e microbo che ha mantenuto in vita gli anfibi senza ossigeno ambientale, riferisce <a href="https://www.the-scientist.com/news-opinion/scientists-use-photosynthesis-to-power-an-animal-s-brain-69307" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Scientist</a>.</p>
<p align="justify">È un esperimento che di primo acchito potrebbe sembrare strano ma in realtà ha un potenziale valore medico molto importante – <strong>per capire come mantenere in vita qualcuno quando un ictus interrompe l&#8217;apporto di ossigeno al cervello</strong>, per esempio.</p>
<h4 align="justify">Oltre a questo, però, è anche e semplicemente un affascinante passo avanti nella sperimentazione biologica.</h4>
<p align="justify">Per testare il loro nuovo ibrido, i ricercatori hanno lasciato senza ossigeno i girini fino a quando il loro cervello non si è completamente spento. Quindi, hanno acceso una luce sul serbatoio dell&#8217;acqua, attivando le alghe e facendole produrre ossigeno. Una volta fatto ciò, il cervello dei girini è tornato attivo, indicando che <strong>le alghe stavano mantenendo in vita con successo il loro nuovo ospite</strong>, come raccontano nella ricerca pubblicata sulla rivista <a href="https://www.cell.com/iscience/fulltext/S2589-0042(21)01126-3" target="_blank" rel="noopener noreferrer">iScience </a>.</p>
<p align="justify">Il biologo del Gettysburg College Ryan Kerney, che non ha contribuito al nuovo studio, ha detto a The Scientist che i ricercatori, incluso lui stesso, hanno cercato di creare <strong>relazioni simbiotiche artificiali con le alghe</strong>, con l&#8217;obiettivo di cambiare o migliorare la fisiologia animale, per circa un decennio. Ci sono ancora molte incognite in questo campo, una preoccupante mancanza di regolamenti nel campo scientifico e rischi associati alle alghe dannose.</p>
<p align="justify">&#8220;<em>Ma le potenziali implicazioni sono anche un argomento affascinante su cui speculare</em>&#8220;, ha aggiunto Kerney. &#8220;<em>Possiamo allontanarci dalla respirazione come un modo per mantenere attivo il nostro cervello?</em>&#8220;</p>
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		<title>Eppure il nostro cervello è più grande di quello di una scimmia…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[cervello scimmia]]></category>
		<category><![CDATA[cervello umano]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
		<category><![CDATA[umani con cervello più grande delle scimmie]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli scienziati scoprono come gli esseri umani sviluppano cervelli più grandi rispetto ad altre scimmie Gli organoidi del cervello umano crescono sostanzialmente più grandi di quelli di gorilla e scimpanzé: gli scienziati si sono chiesti come e ne è nato uno studio che è il primo a spiegare questo fenomeno. Se i cervelli umani crescono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-94996" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/04/artificial-intelligence-3382521_1280-e1618220940228.jpg" alt="cervello" width="800" height="533" /></h3>
<h3>Gli scienziati scoprono come gli esseri umani sviluppano cervelli più grandi rispetto ad altre scimmie</h3>
<p><span id="more-94995"></span></p>
<p>Gli organoidi del cervello umano crescono sostanzialmente più grandi di quelli di gorilla e scimpanzé: gli scienziati si sono chiesti come e ne è nato uno studio che è il primo a spiegare questo fenomeno.</p>
<p>Se<strong> i cervelli umani crescono molto più grandi di quelli delle altre scimmie</strong>, con un numero di neuroni tre volte maggiore, , secondo gli scienziati è per un interruttore molecolare.</p>
<p>Lo studio, condotto dai ricercatori del Laboratorio di biologia molecolare del Medical Research Council (MRC) a Cambridge, nel Regno Unito e pubblicato sulla rivista <a href="https://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(21)00239-7" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Cell</a>, ha confrontato gli &#8220;organoidi cerebrali&#8221; (tessuti 3-D cresciuti da cellule staminali che modellano lo sviluppo iniziale del cervello) che sono stati coltivati ​​da cellule staminali umane, di gorilla e di scimpanzé, ottenendo informazioni su come si sia sviluppato diversamente il cervello nei diversi casi.</p>
<h4>Durante le prime fasi dello sviluppo del cervello, i neuroni sono costituiti da cellule staminali chiamate progenitori neurali.</h4>
<p>Queste cellule progenitrici hanno inizialmente una forma cilindrica che facilita la loro divisione in cellule figlie identiche con la stessa forma. <strong>Più volte le cellule progenitrici neurali si moltiplicano in questa fase, più neuroni ci saranno in seguito</strong>. Man mano che le cellule maturano e rallentano la loro moltiplicazione, si allungano, formando una forma simile a un cono gelato allungato.</p>
<p>Gli scienziati hanno scoperto che <strong>nei gorilla e negli scimpanzé questa transizione si verifica nell&#8217;arco di circa cinque giorni</strong>, mentre negli umani, impiega circa sette giorni. Sostanzialmente, <strong>le cellule progenitrici umane mantengono la loro forma cilindrica più a lungo rispetto alle altre scimmie</strong> e durante questo periodo si dividono più frequentemente, producendo più cellule. Questo potrebbe essere in gran parte responsabile del numero circa tre volte maggiore di neuroni nel cervello umano rispetto al cervello di gorilla o scimpanzé.</p>
<p>È quindi il cambiamento ritardato nella forma delle cellule nel cervello iniziale a cambiare il corso dello sviluppo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>COVID19: trovato il virus nel cervello dei cadaveri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 18:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze della salute]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID19]]></category>
		<category><![CDATA[morti per covid]]></category>
		<category><![CDATA[tracce di covid nel cervello]]></category>
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					<description><![CDATA[I medici trovano conseguenze del Coronavirus nel cervello di alcuni cadaveri analizzati Da quando questa pandemia è iniziata, il Covid-19 non ha fatto altro che sorprenderci, per i sintomi, per le reazioni diversificate, per le sue dinamiche di diffusione. Ora arriva anche un&#8217;analisi post-mortem dei corpi di alcune persone decedute a causa del COVID-19 a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69357" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/10/brain-2676370_1280-e1602856379959.jpg" alt="covid19 cervello" width="800" height="533" /></h3>
<h3>I medici trovano conseguenze del Coronavirus nel cervello di alcuni cadaveri analizzati</h3>
<p><span id="more-69356"></span></p>
<p>Da quando questa pandemia è iniziata, il Covid-19 non ha fatto altro che sorprenderci, per i sintomi, per le reazioni diversificate, per le sue dinamiche di diffusione.</p>
<p>Ora arriva anche un&#8217;analisi <em>post-mortem</em> dei corpi di alcune persone decedute a causa del COVID-19 a rilevare un nuovo indizio, che risulta tra l&#8217;altro davvero allarmante: <strong>circa la metà delle persone analizzate ha mostrato segni del Coronavirus nel cervello.</strong></p>
<p><strong>Gli impatti effettivi</strong> <strong>delle infezioni neurali sembrano, nel peggiore dei casi, lievi</strong>, secondo una <a href="https://www.thelancet.com/journals/laneur/article/PIIS1474-4422(20)30308-2/fulltext" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ricerca</a> pubblicata su <em>The Lancet Neurology</em>. Ma la rivelazione che il <strong>Coronavirus può raggiungere il sistema nervoso centrale dei pazienti</strong> è un fatto e <strong>potrebbe aiutare i medici a dare un senso alle condizioni neurologiche di alcuni pazienti COVID-19</strong> e forse aiutarli a trattare meglio la malattia.</p>
<p>Ci sono molte limitazioni allo studio, riferisce <a href="https://www.medpagetoday.com/infectiousdisease/covid19/89009" target="_blank" rel="noopener noreferrer">MedPage Today</a>, come il fatto che abbia coinvolto solo un campione di soli 40 cadaveri di varie età.</p>
<p>Ma il team di ricercatori dello University Medical Center Hamburg-Eppendorf ha tratto una conclusione. Pensano che <strong>i sintomi neurologici del COVID-19 siano causati dalla risposta del sistema immunitario al virus che si manifesta nel cervello</strong> – come ha fatto in 21 dei cadaveri – piuttosto che dal virus stesso.</p>
<p>&#8220;Non abbiamo visto cambiamenti neuropatologici più gravi in ​​pazienti con alte cariche virali rispetto a quelli senza presenza di virus, ma la reazione immunitaria al virus nel cervello – che iniziamo a definire in questo studio – c&#8217;è&#8221;, ha detto a MedPage Today il neuropatologo Markus Glatzel. &#8220;Questo ci fa pensare che la reazione neuroimmune possa essere un fattore chiave che spiega alcuni dei sintomi neurologici osservati nei pazienti COVID-19&#8221;, ha aggiunto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una scoperta incredibile negli scavi di Pompei</title>
		<link>https://www.ecoseven.net/canali/scienze/una-scoperta-incredibile-negli-scavi-di-pompei/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[cellule cerebrali]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[Pompei]]></category>
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					<description><![CDATA[Cellule cerebrali preservate in un uomo del 79 d.C. Un team di scienziati ha fatto una scoperta incredibile: negli scavi di Pompei, specificatamente a Ercolano, è stato trovato il cranio di una vittima che si è riscaldato e raffreddato così velocemente che il cervello si è trasformato in un vetro nero – come riporta Ars [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69073" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/10/italy-1955925_1280-e1602520148570.jpg" alt="pompei" width="800" height="533" /></h3>
<h3>Cellule cerebrali preservate in un uomo del 79 d.C.</h3>
<p><span id="more-69072"></span></p>
<p>Un team di scienziati ha fatto una scoperta incredibile: negli scavi di Pompei, specificatamente a Ercolano, <strong>è stato trovato il cranio di una vittima che si è riscaldato e raffreddato così velocemente che il cervello si è trasformato in un vetro nero</strong> – come riporta <a href="https://arstechnica.com/science/2020/10/archaeologists-find-evidence-of-neurons-in-glassy-brain-of-vesuvius-victim/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ars Technica</a>.</p>
<p>Come è noto, le macerie sono state create dalla famosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che, a quanto pare, riesca ancora a regalare delle grandi sorprese.</p>
<p>Dopo il ritrovamento, gli scienziati hanno fatto delle analisi e hanno scoperto che anche le singole cellule cerebrali erano preservate, come se fossero creature intrappolate nell&#8217;ambra antica.</p>
<h4>È una scoperta notevole, soprattutto perché i cervelli tendono a decomporsi rapidamente dopo la morte.</h4>
<p>I resti conservati furono effettivamente scoperti negli anni &#8217;60, ma solo pochi anni fa si è scoperto che <strong>il cadavere di un uomo di 25 anni, ritrovato sdraiato su un letto di legno, conteneva materia cerebrale</strong>. A quel punto, il ricercatore di medicina legale Pier Paolo Petrone dell&#8217;Università Federico II di Napoli lo ha studiato per scoprire cosa fosse successo.</p>
<p>&#8220;La scoperta del tessuto cerebrale in antichi resti umani è un evento insolito&#8221;, ha detto Petrone ad Ars Technica. &#8220;Ma ciò che è estremamente raro è la conservazione integrale delle strutture neuronali di un sistema nervoso centrale di 2000 anni fa, nel nostro caso con una risoluzione senza precedenti&#8221;.</p>
<p>Altri scienziati non sono convinti della teoria di Petrone secondo cui il calore intenso e improvviso ha praticamente fritto il corpo dell&#8217;uomo e trasformato il suo cervello in vetro.</p>
<h4>L&#8217;antropologo forense della Teesside University Tim Thompson, ad esempio, sospetta che sia stato un calore più duraturo e di minore intensità ad uccidere l&#8217;uomo.</h4>
<p>Ma a prescindere dal &#8220;come&#8221;, rimane il fatto che i neuroni di vetro completamente conservati di quasi due millenni fa sono una scoperta straordinaria, sotto moltissimi aspetti.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Cosa succede ai cervelli degli astronauti mentre viaggiano nello spazio?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 18:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienze della salute]]></category>
		<category><![CDATA[astronauti]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti neurali]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[danni non permanenti alla vista]]></category>
		<category><![CDATA[densità ossea]]></category>
		<category><![CDATA[gonfiore cervello]]></category>
		<category><![CDATA[microgravità]]></category>
		<category><![CDATA[vista offuscata]]></category>
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					<description><![CDATA[Un team di neuroscienziati svela cosa accade al cervello degli astronauti durante i viaggi spaziali Una serie di scansioni cerebrali sui cosmonauti russi rivela che passare del tempo nello spazio fa cose strane al cervello umano. Un team di neuroscienziati provenienti da un lungo elenco di università europee ha scoperto che le missioni a lungo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-67197" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/09/astronaut-877306_1920-e1600692802879.jpg" alt="astronauta" width="800" height="531" /></h3>
<h3>Un team di neuroscienziati svela cosa accade al cervello degli astronauti durante i viaggi spaziali</h3>
<p><span id="more-67196"></span></p>
<p>Una serie di scansioni cerebrali sui cosmonauti russi rivela che <strong>passare del tempo nello spazio fa cose strane al cervello umano.</strong></p>
<p>Un team di neuroscienziati provenienti da un lungo elenco di università europee ha scoperto che le missioni a lungo termine sulla Stazione Spaziale Internazionale hanno temporaneamente &#8220;riorganizzato&#8221; – ma per fortuna senza averli danneggiati in modo permanente – i cervelli dei cosmonauti.</p>
<h4>Lo hanno raccontato in una <a href="https://advances.sciencemag.org/content/6/36/eaaz9488" target="_blank" rel="noopener">ricerca </a>pubblicata sulla rivista <em>Science Advances</em>.</h4>
<p>I cambiamenti devono ancora essere studiati in maniera approfondita, ma <strong>il fatto che non ci troviamo di fronte a danni irrecuperabili è un segno positivo per la fattibilità futura delle mission</strong>i a lungo termine nello spazio.</p>
<p>Negli ultimi anni sono emersi numerosi studi che dimostrano che<strong> passare del tempo in condizioni di microgravità può causare diversi cambiamenti biomedici</strong> – tra cui il peggioramento della vista, la riduzione della densità ossea e il gonfiore del cervello.</p>
<p>Questa nuova ricerca, in cui gli scienziati hanno effettuato centinaia di scansioni cerebrali di 11 cosmonauti maschi, ha dimostrato che <strong>il loro cervello fluttuava effettivamente in un punto diverso dal normale all&#8217;interno del cranio</strong> e che quindi era l&#8217;accumulo di fluido intorno agli occhi la causa principale della vista danneggiata.</p>
<h4>Per fortuna, gli scienziati hanno anche scoperto che i cambiamenti neurali sono tornati alla normalità circa sette mesi dopo il ritorno sulla Terra.</h4>
<p>Quindi, anche se potremmo non sapere quali effetti potrebbe avere un viaggio nello spazio profondo sul corpo umano fino a quando non verrà tentata una tale missione, gli scienziati almeno sanno che i danni causati dall&#8217;attuale portata dell&#8217;esplorazione spaziale non sembrano durare per sempre.</p>
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		<title>Quanto è rischioso investigare sulle differenze del cervello tra uomini e donne?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2020 11:00:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-65169" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/08/nerve-cell-2213009_1280-e1597825866654.jpg" alt="differenze sessuali nel cervello" width="800" height="450" /></h3>
<h3>Gli scienziati che studiano le differenze sessuali nel cervello procedono anche se temono che il loro lavoro venga strumentalizzato</h3>
<p><span id="more-65168"></span></p>
<p>Un team di scienziati del National Institutes of Health (NIH) sta perseguendo un progetto davvero delicato: <strong>uno studio su come il cervello umano differisce tra i sessi</strong>. Ovviamente, mentre lo fa, deve anche cercare di evitare che il lavoro venga travisato dai misogini.</p>
<p>Armin Raznahan, capo della Neurogenomica dello sviluppo presso l&#8217;NIH, ha pubblicato una <a href="https://www.pnas.org/content/117/31/18788" target="_blank" rel="noopener">ricerca</a> sulla rivista <em>PNAS</em> su come ci siano <strong>differenze tra i due sessi nei cromosomi che sono legate alle dimensioni delle varie regioni del cervello</strong>.</p>
<p>La ricerca, riferisce <a href="https://www.wired.com/story/a-study-finds-sex-differences-in-the-brain-does-it-matter/" target="_blank" rel="noopener"><em>Wired</em></a>, potrebbe <strong>fornire ai medici una migliore comprensione di come i disturbi dello sviluppo neurologico possano manifestarsi nei diversi gruppi</strong>.</p>
<p>&#8220;Se riusciamo a capire meglio la biologia del sesso&#8221;, ha detto Raznahan a <em>Wired</em>, &#8220;forse quei percorsi ci aiuteranno a capire cosa sta succedendo quando una persona viene messa a rischio di manifestare sintomi di disturbo dello spettro autistico, per esempio&#8221;.</p>
<h4>Ma la natura delicata della ricerca di Raznahan ha fatto sì che prima di tutto lui abbia dovuto combattere contro i fraintendimenti, fin dall&#8217;inizio della sua carriera.</h4>
<p>&#8220;Mi sono bruciato le dita quando ho iniziato&#8221;, ha detto Raznahan a <em>Wired.</em></p>
<p>A quel tempo, stava studiando le differenze tra il modo in cui il cervello degli uomini e quello delle donne cambiano nel tempo. E anche se il suo articolo ha toccato solo i cambiamenti strutturali e non le differenze funzionali, ciò non ha impedito al <em>Wall Street Journal</em> di citare <strong>il suo lavoro in un articolo del 2011 che suggeriva che gli scolari avrebbero imparato meglio in aule differenziate per sesso.</strong></p>
<p>Rispetto alle ricerche, <strong>gli scienziati si dividono tra quelli che pensano che da un argomento così complicato le conclusioni pratiche che si potrebbero trarre rimangono poco chiare e quindi sarebbe il caso di non investigare, e quelli che sostengono che sia essenziale</strong>.</p>
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