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		<title>Procida: Capitale Italiana della Cultura 2022</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 07:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Procida, colori e vivacità in un’isola ancora da scoprire Procida, una perla naturale della Campania, che conserva ancora la sua identità mediterranea. La più piccola e meno conosciuta tra le isole partenopee. Procida, rispetto a Ischia e Capri, si presenta ancora oggi come un luogo da scoprire, pieno di un fascino particolare per il silenzio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-81920" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/procida-3916980_1280-e1611668624954.jpg" alt="procida" width="800" height="529" /></h3>
<h3>Procida, colori e vivacità in un’isola ancora da scoprire</h3>
<p><span id="more-81911"></span></p>
<p>Procida, una perla naturale della <a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerari-di-viaggio-tra-le-regioni-della-penisola-la-campania/">Campania</a>, che conserva ancora la sua identità mediterranea.</p>
<p>La più piccola e meno conosciuta tra le isole partenopee. Procida, rispetto a Ischia e Capri, si presenta ancora oggi come un luogo da scoprire, pieno di un fascino particolare per il silenzio delle stradine, i colori vivaci degli antichi edifici, i quartieri affacciati a grappoli sulle marine.</p>
<h4>Un vero e proprio insieme di colori in mezzo al mare.</h4>
<p>Una particolare architettura tradizionale con archi, scale esterne e balconi. Un mare limpido e splendente ed una costa alta e frastagliata dove  trovare calette silenziose protette da falesie, spiagge di ciottoli e insenature mozzafiato. Tutti elementi che generano e descrivono scorci paesaggistici di straordinaria suggestione.</p>
<p>Le case a schiera di due o massimo tre piani si allineano lungo il mare e si contraddistinguono dal loro colore, dipinte con gruppi di tonalità pastello ben definite. Una particolarità derivata dal desiderio dei pescatori di voler riconoscere la propria casa tornando dal mare.</p>
<p>Legata alla tradizione marinara, questo singolare quartiere-città, racchiude casette medioevali con corti, giardini, chiese e palazzi. Procida va vissuta ed esplorata con calma, in modo da comprendere appieno un luogo dove le tradizioni sono più vive che mai e il tempo sembra essersi fermato.</p>
<p>L’isola si può raggiungere via mare da Pozzuoli, da cui partono traghetti che impiegano circa 40 minuti, oppure da Napoli, e precisamente dai porti di Calata di Massa e Molo Beverello. Dal primo partono solo traghetti che impiegano circa un’ ora, mentre dal secondo partono solo aliscafi e la durata della traversata è di circa 45 minuti.</p>
<p>Il principale porto e punto di attracco dell’isola è <strong>Marina Grande</strong>, chiamata anche Marina di Sancio Cattolico.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-81912" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/views-1828244_1280-e1611666488521.jpg" alt="procida" width="800" height="534" /></p>
<p>Ed è proprio qui che si viene subito catturati dal fascino delle tipiche case color pastello che si affacciano sul lungomare.</p>
<p>Nei pressi del porto si trova la <strong>spiaggia delle Grotte</strong>, così chiamata per via delle tantissime grotte di tufo, oggi adibite a semplici magazzini, scavate secoli fa con lo scopo di ripararvi le barche durante la brutta stagione.</p>
<p>Appena sbarcati dal traghetto ci si trova di fronte ad un suggestivo e variopinto esempio di architettura locale, rappresentato in modo pregevole dall&#8217;imponente <strong>Palazzo Montefusco</strong>. Detto anche Palazzo Merlato per via della splendida merlatura che lo caratterizza, questo edificio del XII secolo è stato un tempo la residenza estiva del re.</p>
<p>Pur conservando l&#8217;atmosfera tipica di un villaggio di pescatori, Marina Grande è il centro economico e sociale di Procida, luogo ideale per acquistare oggetti di artigianato come le ceramiche dipinte a mano e i quadri originali con vedute di Procida.</p>
<p>Le piccole imbarcazioni da pesca fanno da colorato contorno alla vivace Via Roma, dove ogni pomeriggio viene venduto il pesce fresco direttamente dalle barche.</p>
<p>Percorrendo la stessa strada fino alla piazzetta Sancio Cattolico si può intravedere la <strong>Chiesa di Santa Maria della Pietà</strong>, uno dei simboli religiosi dell’isola molto caro ai procidani.</p>
<h4>Santa Maria della Pietà è uno dei primi elementi visibili dal mare una volta arrivati a Procida.</h4>
<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-81915" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Santa_Maria_della_Pietà_e_San_Giovanni_Battista_Procida-e1611666660872.jpg" alt="procida" width="800" height="533" /></p>
<p>La chiesa domina la piazza della Marina Grande e fu eretta nel 1760 sulle fondamenta di una preesistente cappella fondata nel 1616 dai marinai.</p>
<p>L’edificio è caratterizzato all’interno da una sola navata lungo il cui perimetro si aprono una serie di cappelle laterali arricchite da altari in marmi policromi. Rivolgendo lo sguardo in alto non passa inosservata la decorazione della grande cupola dipinta con quattro diversi affreschi che ritraggono gli Evangelisti.</p>
<p>L’altare maggiore, sul fondo, è sovrastato da una statua lignea ottocentesca che raffigura Santa Maria della Pietà. All&#8217;esterno, accanto alla bellissima cupola che disegna e rende unica la fisionomia della Marina Grande, si erge una torre campanaria in stile barocco con un orologio a quattro quadranti.</p>
<h4>Nelle vicinanze si trova il<strong> Museo del Mare, </strong>situato nel palazzo storico dell’Istituto Nautico “Francesco Caracciolo” di Procida.</h4>
<p>Il Museo del Mare nasce nel 1996 con l’obiettivo  di esaltare e promuovere le radicate tradizioni marinare dell’isola.</p>
<p>Creato inizialmente  a scopo didattico per gli studenti dell’Istituto, oggi è un prezioso museo della memoria che custodisce l’essenza di quella devozione e passione per il mare che caratterizza da secoli gli abitanti di Procida, popolo di capitani, marinai e pescatori.</p>
<p>Il Museo del Mare presenta due sezioni. La prima, bibliografica, comprende un archivio storico che documenta la storia della tradizione marinara isolana. La seconda è dedicata alla tradizione religiosa legata all&#8217;attività marinara procidana e ad alcuni proverbi e canti popolari aventi come oggetto il mare.</p>
<h4>Continuando a scoprire lentamente l’isola si fa visita a <strong>Casale Vascello</strong>, antico borgo fortificato e zona più autentica dell&#8217;isola.</h4>
<p>Il complesso si sviluppa attorno ad un grande cortile centrale, spesso in estate utilizzato come piccolo teatro di eventi culturali, su cui si affacciano numerose abitazioni e si congiunge un sistema di stretti vicoli.</p>
<p>Il Casale Vascello conserva, oggi, tutto il fascino dell’epoca, grazie all’architettura delle sue colorate case, addossate l’una all’altra, proprio per impedire il passaggio dei nemici e contraddistinte dalla presenza del <strong>vefio</strong>, tipico di Procida, piccolo balcone coperto da una volta ad arco che ricorda il mondo arabo. Entrare in questo complesso suscita l’emozione di vivere in un piccolo mondo a parte e sospeso nel tempo, in cui il silenzio contribuisce a creare un’atmosfera unica.</p>
<h4>Poco distante ecco <strong>Semmarezio</strong>, la piazza conosciuta anche come Terrazza di Procida.</h4>
<p>Il nome non è riferito soltanto alla piazzetta dall’incantevole panorama, ma anche ai quattro Casali che delimitano l’area, primi insediamenti urbani, risalenti al XVI secolo, nati al di fuori delle mura. Abitazioni a più piani, anche esse color pastello, che si susseguono in viuzze strette e tortuose e passaggi coperti e sono raggruppate intorno ad un ampio cortile o a un vicolo cieco.</p>
<p>Sulla piazza regnano il <strong>Palazzo De Iorio</strong>, costruito nella seconda metà del XVIII sulle fondamenta di un edificio gotico,  e il <strong>Santuario di Santa Maria delle Grazie</strong>. La chiesa è situata in Piazza dei Martiri e sorse nel 1679 per volere dell’arcivescovo Innico Caracciolo, su una preesistente cappella dedicata al culto alla Madonna delle Grazie.</p>
<p>Un edificio religioso realizzato in stile barocco con pianta a croce greca. Sull’ingresso si presenta il coro e a sinistra la sagrestia, arredata con pregevoli armadi in noce ricchi d’intarsi e un prezioso dipinto del Settecento di scuola napoletana che raffigura l&#8217;Immacolata con Santa Lucia e San Gaetano da Tiene.</p>
<p>L’interno è decorato da disegni floreali e stucchi dallo stile settecentesco, mentre sull&#8217;altare centrale è possibile ammirare una tela che rappresenta la Madonna delle Grazie, arricchita d&#8217;oro e d&#8217;argento nel 1854 per volere degli abitanti dell&#8217;isola, come ringraziamento  alla Vergine per aver liberato Procida dalla peste. Oltre a quello maggiore, la chiesa è caratterizzata da altri quattro altari, intitolati all’Addolorata, a San Giuseppe, a Santa Maria Goretti e a San Francesco d&#8217;Assisi.</p>
<h4>Da Piazza dei Martiri, continuando a risalire lungo via Principe Umberto, si raggiunge  il borgo di <strong>Terra Murata</strong>, cuore storico di Procida che sorge sul promontorio più alto dell’isola a 90 metri d’altezza.</h4>
<p>Da un lato protetta da pareti a picco sul mare, dall’altro lato dalle mura fortificate, Terra Murata, pur essendo stata da sempre un centro abitato, appare una vera e propria fortezza. Un intero borgo costruito in funzione difensiva per proteggere i cittadini dalle numerose invasioni, prima da quelle barbariche dell’alto medioevo, poi dai saccheggi saraceni che finirono solo agli inizi del ‘600.</p>
<p>Centro storico e culturale dell’isola, letteralmente a picco sul mare, Terra Murata è raggiungibile attraverso una dura salita dalla quale è possibile ammirare un panorama mozzafiato su tutto il golfo di Napoli. Una passeggiata faticosa, ma che non lascia delusi all’arrivo. A rendere particolare questo luogo non sono solo le fortificazioni medievali e le vedute scenografiche, ma anche i due cannoni a lunga gittata risalenti alla Repubblica napoletana del 1799.</p>
<p>L’interno della Terra Murata ha un tutt’altro aspetto, nonostante da fuori appaia come una cittadella fortificata.  Le abitazioni mostrano numerose aperture, terrazzi, scale esterne ed archi e le facciate sono tenute nei tipici colori pastello che si trovano anche in altre zone dell’isola.</p>
<p>Edificio dominante di Terra Murata è <strong>Palazzo d’Avalos</strong>, costruito nel ‘500 insieme alle mura dalla famiglia D’Avalos, governatori dell’isola fino al ‘700. Nel 1830 la struttura fu trasformata in carcere e fu chiusa definitivamente solo nel 1988. Attualmente il Palazzo d’Avalos si può vedere solo dall’esterno e rappresenta un complesso monumentale dai caratteri peculiari che assume anche il valore di testimonianza della storia politica, militare e urbanistica dell’isola.</p>
<p>Il nucleo religioso e culturale del borgo di Terra Murata, invece, è l ‘<strong>Abbazia di San Michele Arcangelo</strong>, la cui attuale architettura è del ‘500, ma venne fondata dai monaci Benedettini intorno al XI secolo.</p>
<p>L’imponente complesso abbaziale testimonia il ruolo che aveva in passato come centro religioso e culturale dell’isola. Dal punto di vista architettonico, è un impianto costituito da molteplici stratificazioni e trasformazioni avvenute nel corso dei secoli.</p>
<p>All’interno dell’ abbazia si possono ammirare altari, dipinti e statue, mentre i piani inferiori custodiscono il complesso museale con ossario ed una biblioteca dotata di 8.000 libri e manoscritti antichi. L’Abbazia di San Michele Arcangelo è tra le chiese più prestigiose e ricche del meridione d’Italia in cui è possibile visitare anche il Presepe permanente composto prevalentemente da antichi pastori di scuola napoletana del XVIII secolo, in legno e terracotta.</p>
<p>Un altro importante edificio religioso è<strong> Santa Margherita Nuova, </strong>costruita verso la seconda metà del XVI secolo, quando i monaci domenicani che possedevano l’antico Cenobio di S.Margherita Vecchia alla Chiaolella, si trasferirono a causa delle incursioni saracene.</p>
<p>Nonostante i crolli subiti dalla chiesa e dal convento, anche a seguito del cedimento dei grandi archi che lo sorreggevano, alcuni ambienti dei livelli inferiori sono riusciti a restare quasi intatti e si sviluppano attorno all’interessante sistema delle cisterne per la raccolta delle acque piovane.</p>
<p>Attualmente la chiesa è sede di mostre ed eventi culturali, mentre la sua posizione, a metà tra l’abitato della Corricella all’ingresso del complesso e il borgo di Terra Murata, si trova in un luogo di straordinaria suggestione paesaggistica, la terrazza che si apre sul borgo della Corricella</p>
<h4>E proprio in questa zona prosegue la visita dell’isola.</h4>
<p>Caratteristica, affascinante e romantica, <strong>Marina Corricella</strong> è il borgo marinaro più antico di Procida. Disposto ad anfiteatro sul mare e circondato dalle reti adagiate sulla banchina, questo piccolo villaggio di pescatori è un rifugio tranquillo e seducente.  L&#8217;odore di mare, le stradine caratteristiche, la singolare architettura e l&#8217;assenza totale di autoveicoli rendono la Corricella un mondo a parte.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-81916" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Procida-_Corricella-e1611667338932.jpg" alt="" width="800" height="600" /></p>
<p>Unico patrimonio di architettura popolare del Settecento, Marina Corricella è un porticciolo famoso e apprezzato per la sua peculiare architettura. Qui è possibile scorgere un intreccio di archi, cupole, finestre, gradinate, logge e facciate variopinte che danno vita a un complesso edilizio più unico che raro per forme, colori e disposizione delle abitazioni.</p>
<h4>Marina Corricella è raggiungibile via mare o attraverso quattro gradinate che disegnano differenti itinerari.</h4>
<p>La <strong>Gradinata del Pennino</strong> e la <strong>Gradinata Scura</strong> rappresentano il percorso principale per arrivare al borgo. Dalle estremità del porticciolo è invece possibile risalire il borgo percorrendo altre due gradinate, di cui una termina nei pressi del Santuario di Santa Maria delle Grazie, mentre l&#8217;altra è il luogo ideale per ammirare l&#8217;isola di Capri e il promontorio di Terra Murata.</p>
<p>Sulla parte opposta dell’isola, invece, si trova <strong>Marina di Chiaiolella</strong>, il luogo preferito dai bagnanti, una bella insenatura semicircolare chiusa dal promontorio di Santa Margherita Vecchia. Il lungomare è la passeggiata turistica per eccellenza dell’isola. La spiaggia sabbiosa della Chiaiolella guarda verso Ischia, con vista a perdita d’occhio sul mare aperto</p>
<p>Nonostante il vivace turismo estivo che l’ha indotta ad apportare qualche necessario cambiamento, la Chiaiolella ha sempre mantenuto il suo carattere di borgo di pescatori, con case centenarie perfettamente incorniciate nel paesaggio.</p>
<p>Costruzione principale dell’intero borgo è il <strong>Santuario di San Giuseppe</strong>, edificato nel 1836 e restaurato nel corso degli anni. Oltre alla torre campanaria con il grande orologio che si affaccia su tutti i lati del campanile, meritano la dovuta attenzione anche le splendide tele custodite all’interno della chiesa.</p>
<p>Il caratteristico porticciolo, costituito da un antico cratere vulcanico ormai spento, è circondato a ovest dall’<strong>altura di Solchiaro</strong>, un tempo meta preferita dai Borbone per la caccia, e ad est dal <strong>promontorio di Santa Margherita</strong>, sede nell’VIII secolo di un monastero Benedettino.</p>
<p>Da Marina di Chiaiolella si può raggiungere anche un altro piccolo tesoro come l’<strong> Isola di Vivara, </strong>misteriosa e affascinante porzione di terra collegata a Procida da un vecchio ponte percorribile a piedi. Un’oasi protetta dal 1974 e riserva naturale dello Stato dal 2002, che è possibile visitare accompagnati da guide naturalistiche autorizzate.</p>
<h4>L’isola di Vivara è ciò che resta di un cratere vulcanico circolare un tempo legato a Procida da una falesia.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-81917" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Procida_panorama_dallIsola_di_Vivara_-_panoramio-e1611668262763.jpg" alt="" width="800" height="600" /></p>
<p>Piccolo, selvaggio e incontaminato, l’isolotto, oltre a essere popolato da piante rare, conigli selvatici e numerosi uccelli acquatici, è sede di importanti ritrovamenti archeologici di origine micenea.</p>
<p>L’unico edificio presente a Vivara è la casa fatta realizzare dal Duca De Guevara nel 1681 che divenne <strong>Casino di Caccia Borbonico</strong> adiacente alla Casa Colonica. Splendida la terrazza dalla quale è possibile ammirare scorci mozzafiato sulla vicina Ischia e su tutto il litorale campano.</p>
<p>L’isola di Procida, oltre a rappresentare un incantevole cornice naturale in mezzo al mare, è anche protagonista di un romanzo. Nel 1849 lo scrittore Alphonse de Lamartine scrisse <strong>Graziella</strong>, una storia d’amore nata sull’isola dove, Graziella, una giovane fanciulla dagli occhi neri e dalle lunghe trecce, fa perdutamente innamorare il protagonista, grazie alla sua semplicità e alla sua bellezza.</p>
<p>Un legame nato durante le lunghe giornate trascorse insieme a lavorare il corallo o a leggere storie d’amore nella piccola casetta di pescatori procidani, che viene interrotto dalla partenza improvvisa di lui per la Francia, costretto a lasciare la sua amata Graziella con la promessa che sarebbe ritornato presto da lei.</p>
<p>La ragazza, nell’attesa, si ammala di tubercolosi e prima di morire, gli spedisce una lettera contenente una treccia dei suoi capelli. Alphonse conserverà per tutta la vita quella lettera e quella treccia insieme al ricordo di quell’amore che non riuscirà più a trovare in nessun’ altra donna.</p>
<p>A duecento anni da quest’evento l’associazione culturale “La casa di Graziella”, in unione col Comune di Procida, ha voluto ricostruire un’ipotetica <strong>casa- museo di Graziella</strong>, che si trova al secondo piano del Palazzo della cultura, ex conservatorio delle orfane, a Terra Murata.</p>
<p>La riproduzione si presenta molto più ricca rispetto ad un casa di pescatori e tutto il corredo dell’abitazione è datato tra 1800 e 1900, ma nulla è appartenuto a Graziella. Il museo ha lo scopo di salvaguardare e tramandare la storia di Procida alle future generazioni, attraverso il mito di Graziella che visse e morì per amore.</p>
<p>In più  tra luglio e agosto, durante la festa della sagra estiva, in un concorso di bellezza viene eletta la Graziella, una giovane procidana che indossa il costume tradizionale dell&#8217;isola, rifacendosi alla storia raccontata nell&#8217;omonimo romanzo di Alphonse De Lamartine.</p>
<h4>Quasi un secolo dopo Procida raggiunge di nuovo fama internazionale con un libro.</h4>
<p>Nel 1957 Elsa Morante vince il Premio Strega con il romanzo <strong>L&#8217;isola di Arturo</strong>, ambientato a Procida negli anni  che precedono la seconda guerra mondiale.</p>
<p>La storia di un ragazzo, Arturo, che trascorre un’infanzia felice sull’isola spezzata, però, dalle prime disillusioni della vita e dalla crudele realtà dell’età adulta. Nelle pagine del libro Elsa Morante descrive gli assolati e silenziosi paesaggi procidani, la marina con le sue viuzze strette, le case variopinte, il castello che domina completamente l&#8217;isola, ma resta allo stesso tempo affascinata dagli usi e costumi di questa terra, ancora oggi fortemente radicati nell’animo dei procidani.</p>
<p>Ogni settembre, in ricordo della scrittrice e del suo libro, il comune di Procida organizza una settimana della cultura durante la quale viene anche conferito il noto <strong>Premio Elsa Morante</strong>,  assegnato annualmente ad opere letterarie italiane pubblicate nell&#8217;anno di riferimento.</p>
<p>Ma Procida è anche luogo di eventi tradizionali, in cui sono molto seguite le manifestazioni religiose legate al periodo della Settimana Santa.</p>
<h4>Molto suggestive, tra queste, la <strong>Processione degli Apostoli </strong>del Giovedì Santo e la <strong>Processione dei Misteri</strong> del Venerdì Santo.</h4>
<p>La processione degli <strong>“Apostoli Incappucciati</strong>&#8221; è organizzata dall&#8217;Arciconfraternita dei Bianchi, fondata nel 1581 dal cardinale Innico d&#8217;Avalos d&#8217;Aragona. Terminata la celebrazione della lavanda dei piedi, i dodici &#8220;apostoli&#8221;, con la veste di confratello, si incappucciano e, con una croce sulla spalla e una corona di spine sul capo, sfilano in processione per le strade dell&#8217;isola, seguiti dai cerimonieri e dagli altri confratelli.</p>
<p>La mattina del Venerdì Santo, invece, rappresenta il momento culminante dei riti della settimana. L’evento più famoso e suggestivo a Procida è la Processione dei Misteri, talvolta anche indicata come Processione del Cristo morto.</p>
<h4>Le origini del rito risalirebbero alla fine del XVI secolo, organizzata dalla <strong>Confraternita dei Turchini,</strong> fondata nel 1629 dai Gesuiti.</h4>
<p>Fino alla metà del XVIII secolo si presentava essenzialmente come una processione di flagellanti, trasformata in seguito in una cerimonia in cui sfilavano esclusivamente i Misteri.</p>
<p>Questi sono carri allegorici di carattere religioso costruiti artigianalmente di anno in anno dai Procidani, composti da una o più tavole di legno, sulle quali vengono allestite interpretazioni simboliche della Passione di Cristo e di passi del Nuovo o del Vecchio Testamento.</p>
<p>Un tratto distintivo della processione è la partecipazione quasi totale della popolazione isolana, ed in particolare, dei giovani procidani che, lungo un percorso che va dal borgo di Terra Murata fino al porto della Marina Grande, portano a braccia i Misteri indossando un saio bianco con mantello turchese, classica veste di &#8220;confratello dei Turchini”.</p>
<p>Nel generale silenzio, il suono della tromba e del tamburo caratterizza il passaggio della processione, che si conclude con l’esposizione della statua del Cristo morto, opera realizzata nel 1728  dallo scultore napoletano Carmine Lantriceni.</p>
<h4>Un altro aspetto da non tralasciare è sicuramente la<strong> cultura gastronomica </strong>di Procida<strong>. </strong></h4>
<p>Il mare, qui,  è un elemento imprescindibile e i protagonisti naturali della cucina procidana sono proprio i pesci ed i frutti di mare, sempre freschissimi.</p>
<p>Una ricetta in particolare è il <strong>calamaro ripieno alla procidana</strong>, in cui i tentacoli del mollusco vengono tagliati a pezzetti e passati in padella con aglio tritato e olio, per poi  diventare parta della farcitura, che si compone di pane ammorbidito in acqua, formaggio grana e pecorino grattugiati, uovo, basilico, prezzemolo, sale e pepe. I calamari, imbottiti in questo modo, vengono fatti rosolare dolcemente e poi sfumati col vino, fino a proseguire lentamente la cottura con l’aggiunta di pomodori tagliati a pezzi.</p>
<h4>Ma anche i prodotti della terra svolgono un ruolo importante.</h4>
<p>Tra tutti il <strong>limone procidano</strong>, che ha la particolarità di essere molto grande e poco acre. Uno dei piatti più particolari in cui viene utilizzato è la tradizionale <strong>insalata di limoni</strong>, preparata appunto con limoni di Procida a tocchetti, cipolla, olio, peperoncino, sale e menta.</p>
<p>Un secondo piatto molto gustoso è, invece, il <strong>coniglio alla procidana</strong> con aglio, olio extravergine di oliva , pomodorini datterini maturi,  vino bianco, rosmarino e sale. La <strong>Falanghina,</strong> bianco, e l’<strong>Aglianico</strong>, rosso, sono i vini locali che, per il loro gusto leggero si sposano molto bene con i sapori della cucina procidana.</p>
<p>Tra i dolci della tradizione si presenta il <strong>casatiello dolce</strong>, una soffice ciambella tipicamente pasquale preparata con il lievito madre, sulla cui superficie, a volte, viene posto uno strato di glassa e canditi.</p>
<p>Poi le <strong>lingue procidane</strong>, preparate con due strati di pasta sfoglia tirata a mano, alla quale viene conferita una forma ovale. Il ripieno è a base di crema pasticcera al limone e la copertura è realizzata con lo zucchero, per rendere la superficie croccante. Chiamate anche lingue di bue sono ottime per la colazione, per la merenda o per un delizioso dopo cena.</p>
<p><em><strong>Alessandro Campa</strong></em></p>
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		<title>PARMA, Capitale Italiana della Cultura 2020- 2021</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 07:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Parma, incantevole scrigno di arte e sapori unici La città di Parma è stata eletta Capitale Italiana della Cultura per l’anno 2020. Il governo italiano, con il Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020 ( DL Rilancio), emanato per supportare la ripresa del Paese di fronte all’emergenza sanitaria internazionale dovuta al diffondersi del COVID-19, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-80926" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Duomo_e_Battistero_di_Parma-scaled-e1611050517570.jpg" alt="Parma" width="800" height="600" /></h3>
<h3>Parma, incantevole scrigno di arte e sapori unici</h3>
<p><span id="more-80779"></span></p>
<p>La città di Parma è stata eletta Capitale Italiana della Cultura per l’anno 2020. Il governo italiano, con il <strong>Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020</strong> ( DL Rilancio), emanato per supportare la ripresa del Paese di fronte all’emergenza sanitaria internazionale dovuta al diffondersi del COVID-19, ha deciso di estendere la nomina anche per l’anno 2021.</p>
<p>Parma, elegante e raffinata città dell’<a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerari-di-viaggio-tra-le-regioni-della-penisola-l-emilia-romagna/">Emilia-Romagna</a> sorprende per i suoi incantevoli monumenti, le sue chiese ed i suoi centri, ricchi di capolavori artistici e tesori di epoche diverse.</p>
<p>Una città policentrica, appunto. Sono tre, infatti, i luoghi di maggior interesse che racchiudono le tracce culturali e le bellezze di Parma.</p>
<h4>Il primo è <strong>Piazza Duomo</strong>, cuore artistico e capolavoro architettonico del Medioevo.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-80908" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Piazza_Duomo_Parma_2009-08-scaled-e1611048298985.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>Qui si affaccia la <strong>Cattedrale di Santa Maria Assunta</strong>, Duomo di Parma, luogo di arte, storia e sacralità e uno dei più preziosi tesori della città. La Cattedrale fu edificata a partire dal 1074 dal Vescovo-Conte Guibodo a seguito del terribile incendio che distrusse la precedente basilica paleocristiana.</p>
<p>Da allora è sempre stato simbolo della viva tradizione religiosa di Parma, dove il rigore della scultura romanica convive con la magnificenza della pittura rinascimentale, dando vita ad uno dei più suggestivi luoghi di fede dell’Emilia.</p>
<p>L’interno del Duomo, a croce latina, è  suddiviso in tre navate da grandi pilastri a forma di croce. Lungo tutta la navata centrale si viene accompagnati da un imponente ciclo affrescato ad opera di Lattanzio Gambara. Un racconto dipinto della Vita di Cristo e di episodi tratti dal Vecchio Testamento.</p>
<p>Ma si resta estasiati dall’ Assunzione della Vergine di Antonio Allegri detto il Correggio,  dipinta sulla cupola della cattedrale. Una grandiosa opera prospettica, dove luce, composizione e movimento si fondono in un capolavoro di illusionismo visivo. Un insieme di figure che accompagnano la Vergine verso il cerchio dei beati con il Cristo al centro della cupola.</p>
<p>Un’altra particolarità del Duomo di Parma riguarda la sua cripta, circondata da una fitta serie  di colonne a crociera. Qui sono conservate le reliquie di San Bernardo degli Uberti, patrono della Diocesi.</p>
<h4>Dalla cripta si accede inoltre a due preziose cappelle rinascimentali, la <strong>cappella Rusconi</strong> e la <strong>cappella Ravacaldi</strong>.</h4>
<p>La prima è la cappella laterale di destra della cripta e conserva gli eleganti affreschi voluti dal Vescovo Giovanni Rusconi nel 1398, tra cui lo splendido affresco votivo che rappresenta il Vescovo inginocchiato accanto al trono della Vergine e raccolto in preghiera.</p>
<p>La seconda è l’altra cappella laterale della cripta, dove è conservato l’affresco dell’Annunciazione e il ciclo pittorico delle storie della Vergine, testimonianze del fine gusto narrativo e artistico di Bertolino de’ Grossi.</p>
<p>Sempre su Piazza Duomo ecco il meraviglioso<strong> Battistero di San Giovanni, </strong>uno dei monumenti più significativi della città e il più grande esempio di passaggio dallo stile romanico al gotico per  l’armonica fusione di stili architettonici e scultorei tra quelli edificati in Italia.</p>
<p>Un vero e proprio capolavoro d’arte progettato da Benedetto Antelami e costruito tra il 1196 e il 1216.</p>
<h4>Un edificio in marmo rosa di Verona che spicca sulla piazza per la sua caratteristica pianta ottagonale.</h4>
<p>All’esterno è decorato da archi, colonne e bassorilievi che rendono l’enorme struttura molto elegante. All’interno la struttura muta con le sedici arcate e le nicchie completamente affrescate che costituiscono un repertorio di raffigurazione di santi e di racconti delle loro vite, rari episodi della tradizione pittorica emiliana del XIV e XV secolo.</p>
<p>La cupola del Battistero è stata affrescata nel terzo decennio del XIII secolo da maestranze padane, influenzate da modelli iconografici bizantini. La volta è divisa in sei fasce orizzontali concentriche che rivestono totalmente la cupola. Risalgono al XII- XII secolo, illustrano personaggi biblici e sono l’unica testimonianza rimasta a Parma della cultura bizantina.</p>
<p>A fine 1200 al centro del Battistero fu collocata la grande vasca ottagonale in pietra di Verona, sopraelevata su doppio gradino che ne segue la forma. La vasca, che veniva riempita d’acqua per il battesimo per immersione, racchiude un’altra vasca di dimensioni più piccole a forma di quadrifoglio, simbolico richiamo alla croce.</p>
<h4>In Piazza Duomo si trova anche il <strong>Palazzo Vescovile</strong> di Parma risalente all’XI secolo.</h4>
<p>Il primo nucleo del Palazzo è sorto fra il 1045 e il 1055 per iniziativa del vescovo filo imperiale Cadalo. L’edificio è stato ristrutturato più volte, ma si possono ancora ammirare elementi medievali e rinascimentali.</p>
<p>A partire dal 1172 il vescovo Bernardo II iniziò una campagna di lavori di ampliamento, ma le modifiche più rilevanti alle strutture del palazzo sono da attribuire al vescovo Grazia che, fra il 1232 e il 1234, fece erigere la grande facciata su piazza Duomo,  riportata alla luce negli anni ‘20 del secolo scorso.</p>
<p>Nel XVIII secolo, il vescovo Camillo Marazzani trasformò definitivamente l’edificio in un’ imponente architettura barocca, modificando il fronte principale. Il cortile interno, invece, nel corso dei restauri degli anni’50, fu riportato alla forma in chiave umanistica che gli era stata data dal vescovo Sangiorgio tra il 1499 e il 1509, pur mantenendo sul lato nord le colonne duecentesche.</p>
<p>Un’ala del palazzo ospita oggi il <strong>Museo Diocesano</strong> dove si possono ammirare opere d’arte provenienti dalle Cattedrale e dal Battistero assieme a  preziosi mosaici romani risalenti al V secolo e reperti ancora più antichi emersi durante i lavori di scavo e restauro.</p>
<h4>Proprio dietro al Duomo si presenta l<strong>’Abbazia di San Giovanni Evangelista</strong>, complesso benedettino nel centro storico di Parma.</h4>
<p>Un vasto insieme di edifici che comprende la chiesa, il monastero e l&#8217;antica spezieria.</p>
<p>La basilica abbaziale venne edificata nel 1519, con la facciata e il campanile sul lato destro risalenti ai primi del Seicento. La chiesa ha un impianto originario romanico, pianta a croce latina, e tre navate sulle quali si aprono sei cappelle.</p>
<p>Lungo la navata centrale della chiesa si può ammirare il fregio del Sacrificio Ebraico e Pagano, disegnato dal Correggio, mentre la navata sinistra presenta interessanti lavori del Parmigianino. Nel monastero benedettino si presentano tre chiostri, il primo con leggere colonne ioniche, il secondo cui si accede dalla sala capitolare, dove si trovano due affreschi del Correggio, e il terzo, o di San Benedetto, con affreschi del 1510 circa.</p>
<p>In un complesso tanto ricco non poteva mancare la Biblioteca, dove in ambienti cinquecenteschi affrescati sono ospitati circa 20.000 volumi, tra cui codici miniati del Quattrocento e del Cinquecento.</p>
<h4>Sul retro del monastero si ha accesso direttamente all&#8217;<strong>Antica Spezieria </strong>di San Giovanni, storica farmacia fondata dai monaci benedettini.</h4>
<p>Le prime fonti della sua esistenza sono databili al 1201, ma è probabile che essa sia molto più antica e che in origine non fosse aperta alla cittadinanza, ma solo ai frati dell&#8217;abbazia.</p>
<p>L’Antica Spezieria è costituita da tre sale con scaffalature risalenti al XVI e XVII secolo, in cui sono collocati piccoli e grandi vasi, fiaschette, boccali e mortai. La <strong>Sala del Fuoco</strong> presenta il Banco delle Consegne con bilancia di precisione e un piccolo locale dotato di pozzo, alambicchi e vari oggetti che servivano per la preparazione dei farmaci.</p>
<p>Nella <strong>Sala dei Mortai</strong> si possono ammirare gli affreschi nelle lunette che raffigurano maestri della Medicina Antica come Ippocrate ed Esculapio, mentre la <strong>Sala delle Sirene</strong> custodisce una raccolta di documenti di illustri maestri parmensi della medicina e dell’antica arte di preparazione dei farmaci. Acquistata nel 1896 dal Demanio, nel 1951 la farmacia fu trasformata in museo aperto al pubblico</p>
<h4>Il secondo importante centro della città di Parma è <strong>Piazzale della Pace.</strong></h4>
<p>Un tempo chiamato <strong>Piazza della Pilotta</strong> per la presenza del meraviglioso <strong>Complesso Monumentale della Pilotta</strong>, imponente palazzo simbolo del potere ducale dei Farnese.</p>
<p>Il nome proviene dal gioco della pelota basca, uno sport derivato dalla pallacorda praticato dai soldati spagnoli nel cortile del Guazzatoio. Il committente del palazzo fu Ranuccio I Farnese che desiderava realizzare un edificio che ospitasse sia gli appartamenti ducali che molte delle istituzioni cittadine.</p>
<p>Oggi, il Complesso Monumentale della Pilotta accoglie al suo interno la bellissima Biblioteca Palatina, il Teatro Farnese, la Galleria Nazionale ed il Museo Archeologico.</p>
<h4>La <strong>Biblioteca Palatina</strong> fu fondata nel 1761 da Filippo di Borbone e aperta al pubblico nel 1769.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-80909" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Parma_biblioteca_palatina_03-scaled-e1611048908518.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>Collocata al primo piano del Palazzo della Pilotta è un luogo appositamente creato per lo studio grazie all’opera del bibliotecario Paolo Maria Paciaudi che adottò, primo in Italia, il catalogo per autori a schede mobili.</p>
<p>La Biblioteca è divisa in tre sale: la <strong>Sala di Maria Luigia</strong>, la <strong>Sala Dante</strong>, affrescata da Scaramuzza con scene dalla Divina Commedia dantesca e la <strong>Galleria del Petitot</strong> che ancora conserva scaffalature d’epoca.</p>
<p>Dotata in origine di 40.000 volumi, fu ampliata attraverso donazioni e acquisti, tra i quali il Fondo Orientale De Rossi, la Biblioteca privata dei Duchi di Borbone-Parma e la Raccolta di stampe Ortalli.</p>
<p>La Biblioteca Palatina, attualmente, raccoglie più di 700.000 volumi, 6.600 manoscritti, 50.000 stampe, codici miniati dell’XI-XII secolo e il Fondo Tarchioni che comprende 11.500 volumi di carattere letterario, linguistico, filosofico e religioso con testi compresi tra il XVI e il XX secolo.</p>
<p>Il <strong>Teatro Farnese</strong>, opera lignea di Giovan Battista Aleotti del 1618, fu un desiderio di Ranuccio I Farnese per festeggiare la sosta a Parma di Cosimo II de’ Medici e venne collocato nel Palazzo della Pilotta trasformando l’originaria Sala d’Armi.</p>
<p>A causa di problemi di salute, Cosimo rinviò il viaggio e così fu posticipata anche l’ inaugurazione del teatro che avvenne nel 1628 per il matrimonio tra Margherita de’ Medici ed il duca Odoardo Farnese.</p>
<h4>Il teatro divenne un esempio per l’unicità di alcune delle sue soluzioni,  dalla struttura ad impianto scenico mobile alle macchine per lo spostamento dall’alto di personaggi.</h4>
<p>La novità che fa del Teatro Farnese un modello per la successiva scenografia teatrale barocca risiede nella vastità e nella particolare conformazione degli spazi, oltre che nella ricca decorazione plastica e pittorica che riveste la struttura architettonica.</p>
<p>A causa della complessità degli allestimenti scenici e i loro altissimi costi, il Teatro fu utilizzato soltanto nove volte, in occasione di matrimoni ducali o importanti visite di stato. L’ultimo spettacolo risale al 1732 e in seguito il teatro si avviò verso un lento declino, fino ad arrivare alla quasi totale distruzione durante la seconda guerra mondiale.</p>
<p>La ricostruzione operata negli anni ’50 avvenne secondo disegni originali. Le parti lignee, un tempo completamente decorate, vennero lasciate al naturale per evidenziare le poche strutture originali superstiti.</p>
<h4>Il Teatro Farnese, dal 1986, è l’ingresso scenografico della <strong>Galleria Nazionale di Parma.</strong></h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-80914" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Parma_Teatro_Farnese_7-scaled-e1611049285846.jpg" alt="" width="800" height="600" /></p>
<p>Il percorso espositivo, risultato di un ampio e complesso progetto di ristrutturazione avviato nel 1979 e concluso nel 1993, offre un itinerario ricco di curiosità ed emozioni, sviluppato secondo un percorso cronologico e per aree geografiche di produzione.</p>
<p>Istituita dai Duchi di Parma, Don Filippo e Don Ferdinando di Borbone, le collezioni della Galleria Nazionale di Parma traggono origine dalla Ducale Accademia di Belle Arti, istituita nel 1752 dal duca don Filippo di Borbone  all’interno del Palazzo della Pilotta.</p>
<p>La nascita di una vera e propria istituzione museale pubblica, avvenuta nei primi decenni dell’Ottocento ad opera di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma e Piacenza dal 1816 al 1847, coincise con un ulteriore ampliamento e una definitiva sistemazione delle collezioni ducali.</p>
<h4>Il percorso di visita si apre oggi nell’ala ovest della Pilotta.</h4>
<p>Si sviluppa poi in una lunga galleria con un nucleo di opere scultoree appartenenti al XI-XII secolo, tra cui spiccano alcuni pezzi provenienti dalla cattedrale di Parma eseguiti da Benedetto Antelami.</p>
<p>La pittura rinascimentale, che costituisce una presenza di grande rilievo nella Galleria Nazionale, propone, oltre ad alcune opere del Quattrocento locale, <strong>testimonianze importanti di scuole pittoriche italiane</strong>. Particolare rilevanza hanno la scuola emiliana del XV e XVI secolo con opere del Correggio e del  Parmigianino, la pittura emiliana e fiamminga dal XV al XVII secolo con Annibale e Lodovico Caracci e le opere venete del ‘700 di Tiepolo, Canaletto e  Bellotto.</p>
<h4>Prodotti artistici di notevole importanza sono la Testa di Fanciulla, detta Scapigliata, attribuita a Leonardo da Vinci, e il Ritratto di Erasmo da Rotterdam di Hans Holbein il Giovane.</h4>
<p>L’itinerario prosegue nell’ala nord, dove opere di diversa matrice collezionistica si inseriscono nello spazio monumentale di quello che nel Seicento era il grande fienile della corte farnesiana.</p>
<p>Attraverso una passerella che corre a ritroso lungo gli ambienti espositivi dell’ala ovest, dove trovano posto vetrine con immagini storiche e piante della città di Parma, si arriva al grande <strong>Salone di Maria Luigia</strong>, che insieme alle sale della Rocchetta ospitò la prima Galleria pubblica cittadina.</p>
<p>Nell’ampia e luminosa sala ottocentesca, divisa dalle imponenti colonne corinzie, trovano posto, distribuiti su più file, i saggi accademici premiati tra 1761 e 1795 e i ritratti dei maestri francesi di cultura illuminista legati alla corte del duca Filippo e del figlio Ferdinando di Borbone.</p>
<p>Al centro di questo grande ambiente, definito da una nicchia che inquadra la celebre statua di Canova della duchessa Maria Luigia, è collocato l’imponente Trionfo da tavola dello scultore catalano Damià Campeny  del 1803, straordinaria opera di gusto neoclassico.</p>
<p>Passando per la sala ovale, dove sono collocate le due colossali statue del II secolo d.C. raffiguranti Ercole e Dioniso e provenienti dagli Orti Farnesiani sul Palatino, si giunge, infine, al salone in cui sono esposti una serie di busti-ritratto settecenteschi.</p>
<p>Il percorso si conclude nei raccolti ambienti dell’antica Rocchetta, originariamente una fortezza di epoca viscontea, scelti da Maria Luigia per accogliere i massimi capolavori del Cinquecento parmense e della Galleria Nazionale, ovvero le opere di Correggio, tra cui la celebre Madonna del San Gerolamo e la bellissima Schiava turca del Parmigianino.</p>
<p>Il<strong> Museo Archeologico Nazionale, </strong> nell’ala sud-occidentale del Palazzo della Pilotta, fu fondato a Parma nel 1760 da Don Filippo di Borbone ai fini della conservazione dei reperti degli scavi compiuti a Veleia, una piccola città romana sull’Appennino piacentino.</p>
<p>Durante il dominio francese, agli inizi del XIX secolo, venne spogliato dei pezzi più prestigiosi, che saranno restituiti solo dopo il Congresso di Vienna. Ma è soprattutto grazie alla duchessa Maria Luigia che, dopo avergli assegnato una nuova sede, il museo diventò ancora più ricco grazie all’acquisto di collezioni numismatiche, di ceramica greca, etrusca e di oggetti egizi.</p>
<h4>L’attuale allestimento museale, che si articola su due piani, risale al 1965.</h4>
<p>Nelle sale del primo piano sono esposti i marmi della raccolta dei Gonzaga e quelli della raccolta dei Farnese. Tra questi ultimi risaltano la testa di Zeus proveniente dagli scavi di Francesco Farnese sul Palatino e una splendida replica dell’Eros di Prassitele.</p>
<p>Nella sezione dedicata a Veleia, invece, si trova la  celebre Tabula alimentare traianea, ricomposta da numerosi frammenti. Attualmente la più grande iscrizione su bronzo giunta a noi del mondo romano, elenca, con intenti pubblicitari, i nominativi di proprietari fondiari del Veleiate e di territori confinanti che sostengono finanziariamente la politica umanitaria imperiale.</p>
<p>A questa si aggiunge una tavola della lex de Gallia Cisalpina, sulle competenze giudiziarie dei magistrati operanti nella provincia, le dodici statue del ciclo giulio-claudio  e alcuni bronzi figurati. Al piano terra è possibile visitare la sezione protostorica, con materiali provenienti dagli insediamenti dell’età del Bronzo nel territorio di Parma a cui si aggiungono quelli di età romana, con le sculture del foro e del teatro, i marmi architettonici, le iscrizioni e i monumenti funerari.</p>
<h4>Terzo luogo rappresentativo di Parma è <strong>Piazza Garibaldi</strong>, o <strong>Piazza del Comune</strong>, oggi cuore pulsante e luogo di ritrovo preferito dei cittadini.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-80915" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/italy-5226982_1280-e1611049599527.jpg" alt="" width="800" height="471" /></p>
<p>L’ex Piazza Grande che, nel 1893, venne  dedicata a Giuseppe Garibaldi, presenta il suo aspetto più moderno grazie all’opera di Petitot, architetto francese chiamato a Parma dal Duca Filippo I di Borbone nel 1753 che impostò l’attuale volto di Parma, modificandone il suo assetto.</p>
<p>Il lato sud-orientale di Piazza Garibaldi ospita il <strong>Palazzo del Comune</strong>, massiccio edificio in laterizi, alleggerito da una loggia al pian terreno. Disegnato dall’architetto parmense Gian Battista Magnani nel 1623 e completato nel 1673, ricorda il prospetto interno del tardo rinascimentale Palazzo Farnese di Piacenza con l’aggiunta di un ampio portico.</p>
<p>Il suo precedente aspetto medievale con le antiche merlature venne in gran parte trasformato in stile rinascimentale, quando fu necessaria una ristrutturazione per riparare i gravi danni causati dal crollo della vicina torre civica.</p>
<p>Al lato dell’antico edificio si erge un monumento al Correggio, realizzato nel 1870 da Agostino Ferrarini, mentre dalla parte opposta si trova una fontana ottocentesca disegnata da Paolo Toschi e sormontata da un gruppo in bronzo del XVII secolo, con le figure di Ercole e Anteo, opera dello scultore fiammingo Teodoro Vandersturck.</p>
<p>Al primo piano del Palazzo del Comune ha sede la <strong>Sala del Consiglio Comunale</strong> decorata da Girolamo Magnani, mentre al piano terra si trovano i <strong>Portici del Grano</strong>, chiamati così perché un tempo ospitavano il mercato del grano.</p>
<h4>Il <strong>Palazzo del Governatore</strong>, invece, si trova sul lato settentrionale di Piazza Garibaldi e unisce, nel lungo prospetto di linee classicheggianti, due corpi di fabbrica di origini duecentesche.</h4>
<p>Sede del Capitano del Popolo alla fine del XII secolo,  il palazzo subì numerosi rifacimenti fino al 1760, anno in cui fu modificato nell’attuale aspetto sempre ad opera di Petitot, cui si deve gran parte dell’urbanistica della città.</p>
<p>La torre barocca, risalente al 1763, conserva ancora, nella cella campanaria, la campana dell’altissima torre civica crollata nel 1606. La Vergine incoronata nella nicchia del campanile è opera dello scultore francese Boudard, mentre sono degne di nota  le due meridiane risalenti al 1829.</p>
<p>Il palazzo è un prestigioso luogo d’arte moderna e contemporanea dove, oltre alla programmazione di mostre temporanee, si tengono importanti iniziative come laboratori e workshop.</p>
<h4>Un’altra importante residenza che racconta la storia di Parma è il<strong> Palazzo Ducale, </strong>edificio voluto da Ottavio Farnese nel 1561 e costruito su progetto del Vignola.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-80916" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Palazzo_Ducale_di_Parma_da_unaltra_prospettiva-scaled-e1611049904648.jpg" alt="" width="800" height="510" /></p>
<p>Nei primi decenni del Seicento, all’intero edificio verrà dato un aspetto maestoso, con logge e cortili laterali che saranno modificati successivamente, mentre nel corso del ‘700 venne ritoccato dal Petitot che aggiunse quattro padiglioni angolari e mutò decorazioni e stucchi.</p>
<p>All’interno l’avvicendarsi di pittori diede vita ad un vario programma decorativo parzialmente conservato. Entrando nel palazzo, uno scalone settecentesco conduce alla <strong>Sala degli Uccelli</strong>, curiosa e riccamente decorata con 224 figure di volatili.</p>
<p>Si accede quindi alla <strong>Sala di Alcina</strong> che contiene gli affreschi più antichi del palazzo, un ciclo datato intorno al 1568 e ispirato al libro settimo dell’Orlando Furioso. Le figure presenti nella <strong>Sala del Bacio</strong>, invece, affrescata dal Bertoja verso il 1570, si ispirano alla novella dell’Orlando Innamorato del Boiardo.</p>
<p>La piccola <strong>Sala di Erminia</strong>, opera di Alessandro Tiarini del 1628 circa, illustra vicende della Gerusalemme Liberata, mentre ad Agostino Carracci nel 1602 si deve la volta della <strong>Sala dell’Amore </strong>con scene dipinte che raffigurano le allegorie dell’amore.</p>
<h4>La <strong>Basilica di Santa Maria della Steccata </strong>è un meraviglioso esempio di architettura  rinascimentale della città di Parma.</h4>
<p>Con pianta centrale a croce greca, la Basilica Santa Maria della Steccata venne eretta ad opera di Bernardino e Giovanni Francesco Zaccagni  tra il 1521 e il 1539.</p>
<p>Verso la fine del Trecento, sulla facciata dell&#8217;oratorio che esisteva in precedenza sul sito della chiesa attuale, venne realizzato il dipinto di una Madonna allattante, divenuta presto oggetto di particolare devozione da parte dei parmigiani.</p>
<p>A causa del regolare ed intenso afflusso di numerosi pellegrini, l’edificio venne protetto da uno steccato che diede poi origine al nome attuale, invocando quella Vergine col titolo di Madonna della Steccata. Ecco che, per custodire al meglio la preziosa immagine della Madonna, venne quindi eretto il grande santuario, ad opera di Antonio da Sangallo il Giovane tra il 1526 ed il 1527.</p>
<p>All&#8217;esterno è stata posta particolare attenzione alla posizione delle finestre, studiata in funzione dei dipinti interni, con la luce che si diffonde in maniera graduale in tutta la chiesa. Le campate intermedie si trovano leggermente in penombra, l&#8217;abside riceve un&#8217;illuminazione diffusa ed abbondante, ma è la cupola che viene colpita più intensamente dalla luce.</p>
<h4>L’interno è impreziosito da affreschi di scuola parmense del XVII secolo.</h4>
<p>Il Parmigianino, al quale inizialmente venne affidata l’intera opera pittorica, realizzò solo gli affreschi del sottarco orientale, proseguiti in seguito da Michelangelo Anselmi e  Bernardino Gatti.</p>
<p>Nel 1823, per volontà di Maria Luigia d’Austria, venne realizzata una cripta per conservare i sepolcri dei duchi e dei principi delle case Farnese e Borbone. Proprio in memoria della duchessa, presso l&#8217;ingresso della chiesa, venne collocato il gruppo con la Pietà di Tommaso Bandini.</p>
<h4>Una menzione a parte merita il<strong> Teatro Regio</strong> di Parma, considerato una delle strutture di eccellenza della grande tradizione operistica italiana.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-80917" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Interior_of_Teatro_Regio_Parma_2014-09-16-scaled-e1611050055523.jpg" alt="" width="800" height="534" /></p>
<p>Costruito nel 1821-29 su commissione di Maria Luigia e su progetto di Bettoli, il teatro d’opera di Parma presenta una facciata neoclassica divisa orizzontalmente in quattro parti.</p>
<p>Partendo dal basso, la prima è formata da un portico architravato sorretto da dieci colonne ioniche, la seconda presenta cinque finestre con timpani triangolari, mentre al centro della terza parte è situato un finestrone &#8220;termale&#8221; affiancato da due Fame a bassorilievo, opera di Tommaso Bandini. La quarta ed ultima parte è occupata da un timpano con al centro una lira e due antiche maschere.</p>
<p>Dall’atrio neoclassico si accede alla platea ellittica, decorata da Magnani nel 1853, e circondata da quattro ordini di palchi e dal loggione che occupa il quinto ordine del teatro. Di notevole interesse la visita alla struttura interna tra attrezzature, scenografie, sale, soffitti e il bellissimo sipario.</p>
<h4>Il soffitto della sala fu decorato nel 1828 da Giovan Battista Borghesi con figure dei più grandi drammaturghi come Seneca, Plauto, Goldoni e Alfieri.</h4>
<p>Borghesi dipinse anche il sipario con l&#8217;allegoria &#8220;Trionfo della Sapienza&#8221;, rappresentazione del governo di Maria Luigia, la cui figura appare nell&#8217;immagine centrale di Minerva.</p>
<p>L&#8217;illuminazione è assicurata da un lampadario realizzato a Parigi e montato nel 1853 in sostituzione del precedente neoclassico. La platea è illuminata anche da piccoli lampadari ad applique in corrispondenza di ogni palco, con luminosità ed intensità regolabile e crescente, in modo da attribuire suggestivi effetti scenografici durante le rappresentazioni.</p>
<p>Al Teatro Regio, ogni anno, si svolgono la Stagione Lirica ed il Festival Verdi, ai quali prendono parte artisti di fama internazionale. Il teatro, inoltre, offre i balletti di Parma Danza tra la tarda primavera e l&#8217;estate e concerti di musica classica e sinfonica durante tutto l&#8217;arco dell&#8217;anno.</p>
<h4>La  visita a Parma non può dirsi ancora conclusa. Una tappa alla celebre <strong>Certosa</strong> è quasi d’obbligo.</h4>
<p>Poco fuori dalla città, la <strong>Certosa di San Girolamo</strong>, detta appunto Certosa di Parma, si presenta come un complesso di edifici fondato nel 1285 e che per circa 500 anni fu sede di un monastero di Certosini.</p>
<p>L’imponente complesso architettonico si configurò completamente a fine ‘400, includendo una chiesa, i due chiostri e le celle dei monaci, circondato da mura perimetrali esterne. Nel suo primo periodo la Certosa era rinomata per le attività scolastiche che si svolgevano al suo interno.</p>
<p><strong>I monaci studiavano astronomia, matematica e fisica</strong> e ospitarono per diversi anni una delle prime stamperie dell&#8217;Italia Settentrionale. Verso la metà del Cinquecento parte del complesso venne distrutto e tra il 1673 e il 1722 venne costruita, su progetto di Francesco Pescaroli, l&#8217;attuale chiesa barocca ed un nuovo chiostro, ancora ben conservati.</p>
<p>Nel 1769 il monastero certosino fu soppresso e il complesso fu drasticamente ristrutturato per accogliere una manifattura di tabacchi, la &#8220;Fabbrica Ducale dei Tabacchi di Parma&#8221;, una delle più importanti del nord Italia, che iniziò l&#8217;attività nel 1805. Lo stabilimento fu chiuso nel 1891 e verso il 1910 nuove modifiche comportarono la distruzione delle celle monastiche.</p>
<p>Il complesso attuale comprende la chiesa dedicata a San Girolamo, una sagrestia e un chiostro maggiore, entrambi del XVI secolo, e restano ancora gli arredi rinascimentali con affreschi, capitelli e altari, mentre nulla rimane delle antiche decorazioni medievali.</p>
<h4>Il fermento culturale di Parma è caratterizzato da una serie di appuntamenti di rilievo.</h4>
<p>Uno dei più importanti è il <strong>Festival Verdi</strong>, notevole evento musicale italiano di opera lirica. Il Festival è stato fondato a metà degli anni ottanta ed ha avuto luogo fino al 1993.</p>
<p>Nel 2001 è stato reintrodotto in occasione delle Celebrazioni Nazionali del Centenario Verdiano e proposto annualmente nel periodo tardo-primaverile, mentre dal 2007 ha luogo in ottobre, mese di nascita di Giuseppe Verdi.</p>
<p>Il programma generale si sviluppa con un calendario di concerti, un tour didattico all&#8217;interno delle scuole provinciali, tra dibattiti, proiezioni ed esecuzioni musicali didattiche, un concorso rivolto agli studenti sul tema “ Giueseppe Verdi ed il Risorgimento”, ed una rassegna di formazioni corali e polifoniche presenti nell&#8217;area provinciale.</p>
<h4>Il <strong>Palio di Parma</strong>, invece, è una rievocazione storica dell&#8217;antica <strong>Corsa dello Scarlatto. </strong></h4>
<p>La manifestazione trecentesca si svolgeva ogni 15 agosto, e prevedeva delle giostrate a cavallo con armi cortesi e una corsa dalla porta detta Nova fino alla piazza del Comune.</p>
<p>Nel corso dei secoli il Palio fu identificato in una corsa equestre con i bàrberi, alla quale venivano invitate a partecipare le maggiori famiglie regnanti dell&#8217;epoca. Nel 1490 la manifestazione cessò ogni attività a causa delle guerre con i francesi e fino agli inizi del XIX secolo non fu più disputata.</p>
<p>Dal 1978 il Palio è stato riorganizzato dal Centro Sportivo Italiano di Parma. Sono previste tre gare di velocità, una con asini, una corsa delle donne, e una corsa degli uomini, in ognuna delle quali  si compete per il palio, un telo dipinto a olio.</p>
<p>Quest’ultimo viene scelto ogni anno tramite un concorso indetto tra gli allievi dell&#8217;istituto superiore d&#8217;arte Paolo Toschi di Parma. Nel dipinto deve apparire la Madonna, protettrice di Parma, ed un elemento architettonico identificativo della città, oltre  agli stemmi delle cinque porte cittadine.</p>
<p>Cortei in costume, battaglie di guerrieri medievali, danze, e spettacoli tipici dell&#8217;epoca si aggiungono parallelamente alla manifestazione. Ognuna delle cinque porte della città è inoltre rappresentata da un gruppo diverso di sbandieratori che si esibiscono più volte nei due giorni dei festeggiamenti.</p>
<p>Il Palio vero e proprio si tiene nel pomeriggio, dopo che i figuranti delle cinque porte, partendo dalla propria, raggiungono in corteo il centro, Piazza della Pilotta o Piazza Duomo a seconda degli anni. Dopo l&#8217;esibizione, in successione dei cinque gruppi di sbandieratori, i festeggiamenti si spostano nel luogo delle corse, in piazza Garibaldi e via Mazzini.</p>
<h4>Parma è celebre anche per la sua tradizione gastronomica.</h4>
<p>Sapori unici che contraddistinguono la qualità dei prodotti di questo territorio. Grandi protagonisti della gastronomia parmigiana sono sicuramente il celebre <strong>prosciutto di Parma</strong> ed il <strong>parmigiano reggiano</strong>. Ma a questi seguono altre delizie come il <strong>Culatello di Zibello</strong>, la <strong>Spalla di San Secondo</strong>  e la <strong>Mariola</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-80925" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/ham-709724_1280-e1611050220765.jpg" alt="" width="800" height="450" /></p>
<p>Quest’ultima viene preparata in due differenti versioni, sia cruda che cotta. Dall&#8217;aspetto di un grosso salame da una forma particolarmente tozza, la mariola cruda si produce partendo da un misto di carni di maiale magre che vengono tritate molto finemente con aggiunta di sale, pepe nero, aglio e vino bianco.</p>
<p>L&#8217;impasto ottenuto e aromatizzato viene inserito in un budello di intestino cieco particolarmente grosso e spesso, adatto a mantenere la morbidezza del prodotto anche a fronte di lunghissime stagionature che arrivano talvolta oltre i 12 mesi.</p>
<p>La mariola cotta, invece, si ottiene dagli scarti del maiale ed è arricchita da un po&#8217; di cotenna accuratamente sminuzzata. Molto simile ad un grosso cotechino viene consumata dopo una cottura di circa tre ore.</p>
<h4>Tra gli antipasti della cucina parmigiana si presentano la <strong>Torta fritta.</strong></h4>
<p>Variante parmense dello gnocco fritto che si accompagna generalmente al Prosciutto di Parma e al Culatello di Zibello. Poi il <strong>Pesto di Cavallo, </strong>ovvero carne macinata di cavallo generalmente servita cruda con diversi condimenti.</p>
<p>I primi non sono da meno con i <strong>Tortél Dóls, </strong>tortelli tipici con ripieno agrodolce, formato da pan grattato, vino cotto e mostarda rigorosamente fatta in casa. Seguono<strong> i Tortelli di erbette alla parmigiana, </strong>rettangoli di pasta ripiegati, contenenti un ripieno a base di erbette, ricotta, uova e parmigiano reggiano conditi con burro e salvia</p>
<p><strong>Riz e tridura, </strong>invece, è una minestra in brodo con riso al quale, poco prima della fine della cottura,  viene aggiunto un composto a base di uova battute con sale, noce moscata e parmigiano reggiano, mentre  <strong>lo sformato di maccheroni </strong>si presenta con un ripieno di frattaglie in un involucro di pasta frolla dolce.</p>
<h4>Nei secondi risalta lo <strong>stracotto </strong>di carne bovina, marinato con verdure e  vino per 24 ore e poi cotto a lungo nella marinatura.</h4>
<p>La<strong> trippa alla parmigiana</strong> è una ricetta antica e povera costituita dalle diverse parti dello stomaco bovino, ed in questa variante locale, dopo essere stata cotta, viene servita con Parmigiano Reggiano.</p>
<p>Da assaggiare anche la<strong> rosa di Parma, </strong>filetto di vitello arrotolato e cotto con all&#8217;interno fette di prosciutto di Parma e formaggio parmigiano a scaglie, mentre la<strong> vécia al cavàl pist</strong> è una ricetta della tradizione povera, a base di verdure stufate, carne cruda di cavallo macinata e patate fritte.</p>
<p>Per ciò che riguarda i vini la <strong>Malvasia Colli di Parma</strong> è un bianco frizzante che si sposa benissimo con i salumi tipici parmensi e con i primi piatti tradizionali, come gli anolini o i tortelli d’erbette. Il <strong>Sauvignon,</strong> servito fresco, è un bianco che accompagna elegantemente il Prosciutto di Parma, mentre il <strong>Rosso Colli di Parma</strong> si abbina splendidamente con gli arrosti, i brasati, il Parmigiano-Reggiano e, soprattutto, i bolliti tipici della cucina parmense.</p>
<h4>La tradizione dolciaria parmigiana non è particolarmente ricca, ma ce ne sono alcuni che sono sicuramente da provare.</h4>
<p>Le<strong> Scarpette di Sant&#8217;Ilario</strong>, biscotti di pasta frolla a forma di scarpe, in ricordo del passaggio di Sant&#8217;Ilario a Parma, dove si fece rifare le scarpe da un ciabattino. Un dolce che viene preparato il 13 gennaio, in occasione della ricorrenza del santo patrono della città.</p>
<p>La<strong> Torta Maria Luigia </strong>presenta un pan di spagna arricchito di polvere di mandorla e cioccolato, farcito da cioccolato e crema di fragoline di bosco e ricoperto con cioccolato fondente, mentre la <strong>Torta Ungherese</strong> è costituita da cinque strati di torta margherita farciti con una crema al cioccolato e spolverata di cacao.</p>
<p>La<strong> Spongata di Busseto</strong> è una pasta sfoglia farcita di marmellata di mele e pere, frutta candita, pinoli e mandorle, e ricoperta da un secondo strato di sfoglia. La<strong> Torta nera di San Secondo</strong>, invece, è un dolce composto da una sottile fodera di pasta frolla che serve da contenitore per un ripieno composto da cacao dolce, mandorle tostate, zucchero e uova.</p>
<p><em><strong>Alessandro Campa</strong></em></p>
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		<title>MATERA, Capitale Europea della Cultura 2019</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2021 07:00:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[basilicata]]></category>
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					<description><![CDATA[Matera, non solo città dei Sassi, ma luogo dalle antiche atmosfere Unica e particolare. Matera, territorio magico della Basilicata, toglie il fiato a chiunque la visiti per la prima volta. Così originale e preziosa da essere incoronata Capitale europea della Cultura 2019. Un evento che ha reso l’Italia ancora più orgogliosa delle sue città, esclusive [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79990" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/italy-3635432_1280-e1610466186718.jpg" alt="Matera" width="800" height="494" /></h3>
<h3>Matera, non solo città dei Sassi, ma luogo dalle antiche atmosfere</h3>
<p><span id="more-79978"></span></p>
<p>Unica e particolare. Matera, territorio magico della <a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerari-di-viaggio-tra-le-regioni-della-penisola-la-basilicata">Basilicata</a>, toglie il fiato a chiunque la visiti per la prima volta.</p>
<p>Così originale e preziosa da essere incoronata Capitale europea della Cultura 2019. Un evento che ha reso l’Italia ancora più orgogliosa delle sue città, esclusive ed incomparabili allo stesso modo.</p>
<h4>Uno scenario incantevole si apre davanti agli occhi.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79979" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Panorama_dei_Sassi_di_Matera-scaled-e1610464792384.jpg" alt="" width="800" height="450" /></p>
<p>Sono i celebri <strong>Sassi di Matera</strong>, piccoli nuclei abitativi che si sono insediati attorno a luoghi di culto e si sono sviluppati oltre le mura che circondavano la Civita, antico centro istituzionale, religioso e commerciale della città.</p>
<p>Un agglomerato urbano che si divide in due anfiteatri scavati dall’uomo, grazie alla presenza di una roccia facile da lavorare, la calcarenite, e destinati a diversi usi e funzioni. Il <strong>Caveoso</strong>, composto soprattutto da grotte, e il <strong>Barisano</strong>, costituito da abitazioni realizzate secondo tecniche costruttive più complesse.</p>
<p>Viuzze e scale, archi e ballatoi, ampie terrazze e campanili di chiese ipogee costituiscono l’antico nucleo urbano di Matera. Un grande paesaggio emotivo e culturale da scoprire e percorrere fino a diventarne parte.</p>
<p>Il modo migliore per comprendere queste strutture abitative rupestri è visitare almeno una delle case grotta presenti nei Sassi, arredate così come erano negli anni ‘50, esempi dell’organizzazione dello spazio abitativo, con cucina, zona letto, stalla e cisterna.</p>
<p>Nell’area dei Sassi ci si imbatte in luoghi di culto, le chiese di Matera, dalle notevoli architetture, in cui sono custoditi elementi preziosi come tele, statue ed elementi sacri di straordinaria bellezza.</p>
<p>L’originalità di Matera, infatti, non si riduce alla sola presenza dei Sassi. Particolari edifici religiosi e contenitori culturali di grande valore sono altri elementi che caratterizzano un luogo  dalle antiche atmosfere come questo.</p>
<h4>A partire da <strong>Piazza San Pietro Caveoso</strong>, dove si trova l’omonima chiesa, una delle poche  interamente costruite all’interno dei Sassi.</h4>
<p>Nonostante i dettagli relativi alla sua fondazione siano poco noti, probabilmente attorno al 1218, visitare la <strong>Chiesa di San Pietro Caveoso</strong>  suscita forti emozioni.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79980" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Matera_san_pietro_caveoso_esterno_08-scaled-e1610464888158.jpg" alt="" width="800" height="580" /></p>
<p>Le numerose modifiche hanno alterato la struttura della chiesa, rendendola molto diversa da quella originaria. Le ristrutturazioni più significative sono avvenute nel XVII secolo, quando si decise di trasformare la facciata di accesso, costruire il campanile ed ingrandire l’ambiente interno aggiungendo delle cappelle laterali.</p>
<p>La facciata è costruita in stile barocco e presenta tre portali con una semplice cornice nella parte superiore. Su ciascun portale sorgono delle nicchie con le statue della Madonna della Misericordia su quello centrale, mentre rispettivamente sul portale di sinistra e su quello di destra trovano spazio le statue di  San Paolo e San Pietro.</p>
<p>Al suo interno la chiesa presenta tre navate con transetto, ornata da pitture rappresentanti “Cristo che affida il futuro della chiesa a San Pietro”, la Madonna del Confalone e la conversione di San Paolo. <strong>Nella struttura originaria della chiesa erano presenti otto cappelle, di cui solo quattro nella parte sinistra della chiesa sono ancora visibili.</strong></p>
<p>La prima cappella a sinistra è dedicata alla Vergine Addolorata, con affreschi  che risalgono molto probabilmente XV secolo. Qui è presente anche una tela seicentesca con la Pietà, realizzata dal pittore Alessandro Fracanzano. Sempre a sinistra, nella seconda cappella, dopo i lavori di restauro sono riapparsi due gruppi di affreschi seicenteschi realizzati da Martino Deghello.</p>
<p>La terza cappella, dedicata a Sant’Antonio, ospita sei pannelli in tufo datati 1531 e realizzati dallo scultore Altobello Persio e due dipinti seicenteschi raffiguranti una Madonna con Bambino e Sant’Antonio. La fonte battesimale del XIII secolo è presente nella quarta cappella a sinistra, dedicata al Sacro Cuore di Gesù.</p>
<p>L’altare settecentesco è dominato da un polittico in legno del 1540, uno degli elementi più interessanti presenti all’interno della chiesa. Un ‘opera che raffigura la Madonna con Bambino tra i Santi Pietro e Paolo, realizzata da un ignoto artista materano.</p>
<p>La scoperta di Matera prosegue attraversando i numerosi vicinati e le  piazzette su cui si affacciano le varie strutture dei Sassi e dove gli abitanti condividevano la vita di tutti i giorni.</p>
<p>Nel Sasso Caveoso è quasi impossibile non accorgersi del Monterrone, imponente sperone roccioso, al cui interno sono state scavate alcune <strong>chiese rupestri, </strong>luoghi mistici e austeri, ricchi di affreschi e di stili e tratti orientali che convivono insieme.</p>
<h4>Uno dei primi esempi è la C<strong>hiesa rupestre Santa Maria De Idris</strong> che si presenta a pianta irregolare, con una parte scavata nella roccia ed un’altra costruita.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79981" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/idris-1-e1610465000738.jpg" alt="" width="800" height="534" /></p>
<p>L’edificazione della chiesa si attesta tra il XIV ed il XV secolo, mentre la facciata, realizzata in tufo nel XV secolo, fu rifatta a seguito di un crollo avvenuto nel Quattrocento. Accanto alla facciata è presente un piccolo, ma raffinato campanile a vela che conferisce alla chiesa un aspetto elegante.</p>
<p>L’interno della chiesa è completamente diverso rispetto alla struttura originaria per via dei continui restauri che si sono verificati nei secoli. Sull’altare ottocentesco è presente una Madonna con Bambino dipinta a tempera e risalente al XVII secolo, mentre a destra si trova la conversione di Sant’Eustachio, la Sacra Famiglia e Sant’Antonio del XVII secolo.</p>
<h4>Altro notevole esempio di architettura religiosa rupestre è la <strong>chiesa di Santa Lucia e Sant’Agata alle Malve.</strong></h4>
<p>Particolarissima chiesa rupestre che comprende anche il Monastero Benedettino femminile del IX secolo.</p>
<p>Costruita alla fine del VII secolo, la chiesa è formata da Laure, piccole celle dove risiedevano le monache benedettine rimaste a Matera fino al 1283. La comunità monastica è stata parte integrante nella vita e nello sviluppo storico-urbanistico della città di Matera nel corso di un millennio.</p>
<p>A destra del complesso, blocchi squadrati di tufo delineano l’entrata della chiesa e terminano con un arco acuto che sul fondo, all’interno di una lunetta, contengono il calice con i due occhi, simbolo liturgico di Santa Lucia.</p>
<p>La chiesa è a tre navate e l’unica ancora accessibile è quella di destra, ingresso attuale della chiesa sempre rimasta aperta al culto. L’interno è ornato da affreschi molto ben conservati che vanno dal XII al XV secolo.</p>
<p>Nella parte sinistra è raffigurata una Madonna col Bambino risalente al XVI secolo. In un altro dipinto del XIV secolo sono raffigurati San Benedetto e Santa Scolastica, entrambi fondatori dei grandi ordini monastici del periodo.</p>
<p>Nella navata destra pitture raffigurano la Deposizione del Cristo dalla Croce, San Nicola e l’Incoronazione della Madonna con San Giovanni Battista. In quella centrale, invece, una raffigurazione di Sant’Agata e, subito dopo, della Madonna delle Grazie e San Michele Arcangelo.</p>
<p>Percorrendo l’unica strada carrabile dei rioni Sassi, via Madonna delle Virtù, si arriva nel Sasso Barisano. Anche in questo rione si presentano ulteriori e ampie zone scavate, tra cui <strong>Casa Cava</strong>, uno straordinario esempio di riutilizzo moderno di un ambiente dei Sassi.</p>
<p>Spazio per concerti, spettacoli, incontri, convegni, <strong>Casa Cava è l’unico centro culturale ipogeo al mondo</strong>, prestigioso simbolo della parabola storica e della rinascita culturale di Matera.</p>
<p>Un auditorium e centro culturale polifunzionale, un tempo cava per estrazione di tufo nel cuore della città. Un luogo davvero unico e suggestivo in cui vivere un’esperienza che racconta con nuovi linguaggi il patrimonio culturale di Matera e della Basilicata.</p>
<h4>Accanto a Casa Cava si trova la <strong>chiesa di San Pietro Barisano</strong>, la più grande tra le chiese rupestri presenti nei Sassi.</h4>
<p>La sua prima edificazione risale intorno all’anno Mille, ma nel corso della sua storia  ha subito diverse ristrutturazioni intorno al XV e XVIII secolo.</p>
<p>La facciata, costruita con conci di tufo, risale al 1755 e ha uno stile architettonico molto semplice che la rende particolarmente elegante. All’interno la chiesa è suddivisa in tre navate delle quali la più importante è senza dubbio quella centrale in cui si trova l’altare maggiore.</p>
<p>Lungo la navata destra, dall’entrata, si distinguono l’altare della Madonna della Consolazione, con l’immagine in tufo della Madonna con Bambino incoronata dagli angeli, e l’altare del Santissimo Sacramento con il pavimento in maiolica.</p>
<p>Tra gli anni ’50 e 70′del Novecento molte opere furono danneggiate o trafugate, tra tutte la tela dell’altare centrale. La chiesa rupestre, tuttavia, vanta ancora oggi la presenza di diversi oggetti e tele di notevole importanza, tra cui l’incoronazione della Beata Vergine, con gli Apostoli Pietro e Paolo, il Cristo nel Sepolcro e l’altare dell’Annunciazione.</p>
<p>Un’altra architettura degna di nota è  <strong>la chiesa rupestre di Santa Barbara</strong>, tra le più importanti e belle opere rupestri di Matera, dall’influenza tipicamente bizantina, formata da un’unica navata ed abbellita da numerosi affreschi.</p>
<p>Scavata tra il X e XI secolo interamente nella roccia, è caratterizzata da una facciata con due accessi, un ingresso che porta ad un piccolo ambiente secondario e l’entrata principale, impreziosita da due colonne con capitelli.</p>
<p>Sono presenti due altari, uno collocato nell’area sopraelevata cui si accede attraverso piccoli scalini, l’altro a sinistra addossato al muro della navata. Al suo interno la chiesa è divisa in  tre ambienti, mentre all’esterno trovano spazio alcune tombe antiche scavate nella roccia.</p>
<p>La sua struttura architettonica richiama la tradizione liturgica bizantina e le decorazioni pittoriche presenti all’interno sono di notevole pregio. La principale testimonianza artistica della chiesa rupestre di Santa Barbara è rappresentata dall’immagine della Madonna con Bambino.</p>
<p>Di grande interesse anche i cinque pannelli che ritraggono Santa Barbara, raffigurata con capelli biondi tenuti insieme da un diadema, sul corpo una veste bianca con manto rosso, mentre con una mano regge la palma del martirio e con l’altra la torre simbolo della Trinità.</p>
<h4>Un fascino tutto particolare viene offerto dalla <strong>Cripta del Peccato Originale</strong>, una delle chiese rupestri più interessanti presenti sul territorio materano.</h4>
<p>Questa cavità naturale nella campagna materana si raggiunge attraversando il sentiero di Pietrapenta, ed è la più antica testimonianza dell’arte rupestre del Mezzogiorno d’Italia.</p>
<p>Una grotta adibita a chiesa nel IX secolo dai monaci benedettini, scelta come luogo ideale per la meditazione e per la preghiera.</p>
<p>L’inestimabile importanza storica ed artistica dei pregevoli affreschi in stile longobardo-benedettino presenti all’interno hanno consentito alla cripta di essere definita “La Cappella Sistina dell’arte rupestre”, anche se, nella memoria locale, la cripta viene indicata come “Grotta dei Cento Santi”, dati i numerosi Santi raffigurati negli affreschi sulle pareti.</p>
<p>Il complesso di affreschi presente sul muro illustra numerose scene del vecchio testamento tratte dalla Genesi, in particolare della Creazione e del Peccato Originale, a cui la chiesa deve la denominazione. Le pitture presentano sullo sfondo distese di fiori, realizzati da un ignoto artista materano soprannominato “Il pittore dei fiori”.</p>
<p>La chiesa rupestre presenta un solo ambiente in cui trovano posto tre nicchie absidali. La prima è dedicata a San Pietro, Sant’Andrea e San Giovanni, nella seconda è raffigurata una Madonna con Bambino con due Vergini ai lati e infine nella terza sono presenti gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele.</p>
<p>La Cripta del Peccato Originale ha subito diversi secoli di abbandono prima di essere ritrovata, all’inizio del XX secolo, in circostanze tanto casuali quanto curiose.  Recentemente la cripta è stata restaurata e gli affreschi risplendono in un contesto di luci e suoni, ricreando così  l’atmosfera di preghiera che più di mille anni fa vivevano in prima persona i  monaci benedettini.</p>
<h4>La città di Matera offre interessanti luoghi da visitare anche al di fuori dei famosi rioni Sassi.</h4>
<p>Un’area molto suggestiva è il cosiddetto <strong>Piano</strong>, la zona pianeggiante di sviluppo urbano più recente, che incornicia il margine superiore dei Sassi.</p>
<p>Qui si fa tappa in <strong>Piazzetta Giovanni Pascoli</strong>, nota ai materani come Piazza del Liceo. Un importante spazio cittadino in cui si trova Palazzo Lanfranchi, prima grande costruzione del Piano. Nato come seminario per volontà dell’Arcivescovo Vincenzo Lanfranchi, divenne in seguito sede del liceo classico della città, in cui proprio Pascoli insegnò latino e greco fra il 1882 e il 1884.</p>
<h4>Oggi Palazzo Lanfranchi ospita il <strong>Museo Nazionale d’Arte medievale e moderna della Basilicata. </strong></h4>
<p>Nelle dodici sale al primo piano dello splendido edificio, propone un percorso espositivo articolato nelle sezioni Arte Sacra, Collezionismo e Arte Contemporanea. Al piano terra si viene accolti dal grande dipinto <strong>“Lucania ’61”</strong>, lungo 18 metri e realizzato da Carlo Levi in occasione del centenario dell’Unità d’Italia.</p>
<p>La sezione <strong>Arte Sacra</strong> espone dipinti murali provenienti dalle chiese rupestri di Matera, sculture in legno, tele e preziosi manufatti in cartapesta che documentano, dal Medioevo al Settecento, il percorso culturale e artistico della Basilicata.</p>
<p>Le sale del <strong>Collezionismo </strong>accolgono un’ampia selezione di dipinti su tela appartenenti alla raccolta di opere messa insieme da Camillo d’Errico di Palazzo San Gervasio, uno dei più consistenti esempi di collezionismo privato ottocentesco dell’Italia meridionale. Le tele esposte, raffiguranti scene sacre e mitologiche, paesaggi, nature morte e ritratti, offrono una sintesi della cultura figurativa napoletana del Seicento e del Settecento.</p>
<p>La sezione di <strong>Arte Contemporanea</strong> mostra una ricca selezione di dipinti di Carlo Levi,  alcune opere dell’artista materano Luigi Guerricchio e le fotografie di Mario Cresci, artista e designer tra i più importanti interpreti della ricerca fotografica in Italia negli ultimi quattro decenni del XX secolo.</p>
<p>Sempre in Piazzetta Pascoli, splendido panorama con vista sui Sassi, la <strong>chiesetta della Madonna del Carmine</strong> è un gioiello sacro da visitare. La sua storia è strettamente legata a Palazzo Lanfranchi, situato alla sua sinistra.</p>
<p>Costruita nei primi anni del ‘600, su iniziativa dei membri dell’ordine dei Carmelitani che vivevano nella città di Matera, la chiesetta della Madonna del Carmine venne poi inglobata nel Seminario Lanfranchi edificato nel 1684.</p>
<p>Una volta sul posto, lo sguardo si sofferma subito sul raffinato portale in legno al di sopra del quale spicca una nicchia con una statua della Madonna attribuibile a Stefano da Putignano, mentre le due nicchie laterali ospitano due sculture raffiguranti, a sinistra, San Nicola, a destra, San Filippo Neri. La sua unica navata oggi è sede di interessanti eventi di carattere culturale.</p>
<h4>Percorrendo via Ridola, invece, si raggiunge il <strong>Museo Archeologico Nazionale</strong>.</h4>
<p>Ospitato nell’ex convento barocco di santa Chiara, fu istituito nel 1911, quando il medico e archeologo locale, Domenico Ridola, a cui il Museo è intitolato, donò allo Stato le sue collezioni, risultato di importanti ricerche effettuate nel territorio materano. A Domenico Ridola è anche intitolata l’omonima sala nel museo che conserva documenti delle sue attività di medico, parlamentare e archeologo.</p>
<p>Il museo custodisce al suo interno numerosissimi reperti rinvenuti nei dintorni di Matera. Le testimonianze rinvenute vanno dal Paleolitico inferiore, circa 10.000 anni fa, principalmente con oggetti in pietra levigata, fino al Neolitico, con utensili sempre più lavorati, come raschiatoi, punte, grattatoi in selce o calcare.</p>
<p>All’interno del museo suscitano particolare interesse due sezioni dedicate alla Preistoria: la prima consiste in una riproduzione di una cavità carsica, le cui pareti mostrano esempi di arte parietale, la seconda propone una capanna neolitica in scala reale, compresa di recinto per gli armenti, focolare esterno e forno per la cottura della ceramica. Nell’area dedicata alla Magna Grecia sono presenti  numerosi reperti funerari ed oggetti votivi rinvenuti sulle alture che dominano le vallate fluviali</p>
<p>Continuando lungo via Ridola, si raggiunge Piazza del Sedile, situata in posizione centrale tra i due Sassi, Caveoso a sud e Barisano a nord, era il cuore politico ed economico della città nel XVI secolo. Sede dell’omonimo <strong>Palazzo del Sedile</strong>, allora palazzo comunale, oggi ospita il Conservatorio di musica intitolato al musicista materano Egidio Romualdo Duni.</p>
<h4>Palazzo del Sedile si raggiunge dopo aver oltrepassato la <strong>chiesa di San Francesco di Assisi</strong>, edificata nel 1218 sulla chiesa ipogea dei SS. Pietro e Paolo  a cui si accede attraverso una botola dalla terza cappella sulla sinistra.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79985" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Matera_san_francesco_facciata-scaled-e1610465399176.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>Rinnovata nel 1670 per volere dell’arcivescovo Lanfranchi, presenta una struttura attuale frutto di alcuni lavori di ampliamento datati XV e XVII secolo, che l’hanno dotata del convento e della facciata in stile barocco-pugliese,  impreziosita, in alto, dalle statue della Madonna Immacolata con San Francesco d’Assisi a sinistra e Sant’Antonio da Padova a destra.</p>
<p>Al suo interno, la chiesa presenta una pianta ad una sola navata e tante piccole nicchie dedicate ai nobili materani, ad esclusione della prima nicchia a sinistra, nella quale sono collocate le statue della Madonna della Bruna e Sant’Eustachio, patroni di Matera.</p>
<h4>A questi ultimi è dedicata la <strong>Cattedrale di Matera.</strong></h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79986" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Duomo_di_matera_esterno_01-scaled-e1610465508798.jpg" alt="" width="800" height="570" /></p>
<p>Situata in Piazza Duomo e costruita nel XIII secolo in tipico stile romanico pugliese sullo sperone più alto della Civita, che divide i due rioni Sassi, Barisano e Caveoso.</p>
<p>Il Duomo di Matera,  uno dei più importanti edifici di culto della città,  presenta un portale molto decorato su cui risalta un rosone formato da sedici raggi che simboleggia la vita intesa come una ruota.</p>
<p>Costruito interamente in blocchi di calcarenite, è suddiviso all’interno in tre navate che si presentano oggi in stile barocco in seguito alle varie modifiche fra XVII e XVIII secolo. Alcuni elementi dell’originaria decorazione della struttura medievale si possono ancora ammirare come, per esempio, l’affresco del Giudizio universale e quello della Madonna della Bruna, attribuiti a Rinaldo da Taranto e risalenti al 1270.</p>
<p>Sempre all’interno del Duomo è possibile osservare anche un presepe realizzato interamente in pietra nel 1534 da Giulio Persio, vero e proprio esempio di arte popolare che fa rivivere la magia dei Sassi.</p>
<p>Ad opera dello stesso artista la cinquecentesca Cappella dell’Annunciazione ornata con sculture in pietra policroma e particolarmente degna di attenzione tra gli arredi interni della Cattedrale.</p>
<p>A fianco al Duomo si trova il Museo Diocesano, suddiviso in tre ampie sale  e caratterizzato da un percorso che si  articola in un viaggio che parte dai giorni nostri e giunge alle origini della Chiesa materana.</p>
<h4>A pochi passi dal Duomo, immersa nei vicoli della Civita, ecco <strong>Casa Noha</strong>, antica dimora che ospita il racconto emozionante della storia di Matera.</h4>
<p>Una casa diventata centro culturale nel cuore dei Sassi che riassume il percorso della città di Matera e delle storiche case grotta.</p>
<p>A Casa Noha si viene coinvolti in un inedito e avvincente viaggio multimediale che narra il territorio da diverse prospettive : dall’architettura alla storia dell’arte, dall’archeologia alla storia del cinema e offre una ricostruzione completa della storia della città dalle origini a oggi.</p>
<p>Con la sua struttura in tufo, i soffitti a volta, i delicati intagli e le cornici, l’edificio rappresenta un esempio di architettura privata dei Sassi, mentre una scala esterna conduce dall’ariosa corte ai cinque ambienti interni, proprietà, un tempo, della nobile famiglia Noha.</p>
<p>Percorrendo in discesa via Duomo si arriva in via delle Beccherie che conduce in Piazza Vittorio Veneto, spazio principale e salotto della città di Matera. Da qui, e precisamente dal belvedere Guerricchio, si possono ammirare la bellezza del Sasso Barisano e della Civita, l’area alla cui sommità si innalza la Cattedrale.</p>
<p>Proprio a sinistra dei tre archi che offrono un affaccio sui Sassi da Piazza Vittorio Veneto si presenta  la graziosa <strong>Chiesa di Materdomini. </strong>Secondo fonti locali, la sua edificazione risale al 1680 commissionata da Silvio Zurla, commendatore dei Cavalieri di Malta.</p>
<p>L’attuale chiesa, infatti, apparteneva ai Cavalieri di Malta e nacque molto probabilmente per svolgere funzioni civili, diventando in seguito edificio religioso</p>
<p>La parte superiore del portale è decorata da una statua della Madonna con Bambino, mentre la facciata presenta un loggiato su cui sorge un campanile a torre piatta con al centro gli stemmi dei Cavalieri di Malta e della famiglia Zurla. Un solo e accogliente spazio caratterizza l’interno, di cui si possono ammirare l’altare maggiore, dedicato all’Annunziata, e le statue in pietra policroma dell’Arcangelo Gabriele e della Madonna.</p>
<p>Da Piazza Vittorio Veneto, percorrendo via San Biagio, si raggiunge Piazza San Giovanni in cui è imperdibile la visita alla suggestiva <strong>Chiesa di San Giovanni Battista.</strong></p>
<h4>Uno dei migliori esempi di stile romanico pugliese presenti a Matera.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79987" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/San_Giovanni_Battista_Matera_01-scaled-e1610465713972.jpg" alt="" width="800" height="600" /></p>
<p>Costruita al di fuori delle antiche mura della città e dei Sassi, la sua edificazione risale agli inizi del XIII secolo e si presenta come uno degli edifici architettonici medievali più importanti del sud Italia.</p>
<p>Durante il medioevo, infatti, la chiesa si imponeva già come tesoro architettonico per l’eleganza strutturale e la raffinata decorazione. Un particolare, questo, che si può dedurre dal portale finemente intagliato e  sormontato da una piccola nicchia che ospita una statua in pietra policroma di San Giovanni Battista.</p>
<p>L’attuale nome si deve a Monsignor Del Ryos, che la riaprì al culto nel 1695, mentre l’ affascinante architettura interna è opera dell’abate Marcello Morelli, che nei primi decenni del Novecento decise di rimuovere la copertura settecentesca.</p>
<p>Un’atmosfera intima si respira all’interno, con pianta a croce latina, in cui sono presenti tre navate separate da otto pilastri con capitelli e decorazioni zoomorfe che dividono le tre navate e sorreggono grandi arcate trasversali che formano enormi volte a crociera.</p>
<p>La navata sinistra è arricchita da diversi elementi, tra cui una prima cappella dove è presente un affresco raffigurante la Madonna delle Nove  risalente al XVI secolo, ed una seconda cappella  dedicata ai Santi Medici Cosimo e Damiano con statue lignee e i caratteristici mantelli rosso e verde.</p>
<h4>Un’eccezionale opportunità per ripercorrere la storia e la cultura di Matera viene offerta anche dal <strong>Museo Laboratorio della Civiltà Contadina. </strong></h4>
<p>Proiettati nei luoghi e nei mestieri di un passato mai tramontato, qui si rivive lo stile di vita dei cittadini materani fino agli anni ’50, quando gli abitanti degli antichi rioni furono trasferiti nei nuovi quartieri della città moderna.</p>
<p>Una serie di abitazioni collegate tra loro ed un’estensione di oltre 500 metri quadri rendono il Museo Laboratorio della Civiltà Contadina un luogo unico nel suo genere ed uno degli spazi espositivi più grandi del sud Italia.</p>
<p>Proprio per garantire una ricostruzione di ambienti il più possibile fedele alla realtà, l’allestimento delle sale espositive è stato preceduto da anni di raccolta mirata degli oggetti di uso quotidiano e degli attrezzi di vari mestieri alla base della vita economica e sociale della città dei Sassi.</p>
<p>La fase operativa dell’allestimento è stata animata da antiche ed originali  testimonianze ricche di particolari derivanti da esperienze personali, mentre di recente è stato attivato un vero e proprio laboratorio artistico, finalizzato alla produzione di materiale grafico-pittorico, decorazione di ceramica e lavorazione di argilla e legno.</p>
<p>Un tocco più moderno viene illustrato dal <strong>MUSMA- Museo della Scultura Contemporanea di Matera, </strong>che racconta la storia della scultura italiana e internazionale dalla fine del 1800 ad oggi. Unico museo in grotta al mondo, dove si sperimenta una perfetta simbiosi tra le sculture e alcuni tra i più caratteristici luoghi scolpiti nei Sassi di Matera.</p>
<h4>L’originale museo ha sede nello splendido <strong>Palazzo Pomarici</strong>, o Palazzo delle Cento Stanze, che domina sul Sasso Caveoso.</h4>
<p>I suoi spazi espositivi coprono non solo le aree edificate del Palazzo, ma anche gli ampi ipogei scavati.</p>
<p>Al piano superiore dell’edificio il percorso si articola in dieci sale, mentre al piano inferiore le opere sono disposte in tre cortili, in sette grotte scavate nel tufo e nelle <strong>Sale della Caccia</strong>, in modo da consentire la sperimentazione di una straordinaria integrazione tra gli ambienti secolari “cavati” dall’uomo e la scultura contemporanea.</p>
<p>Le particolari atmosfere di Matera la rendono un luogo ideale per eventi speciali. Festività come Pasqua o Natale qui assumono un valore ancora più forte dal punto di vista emotivo. Esperienze che difficilmente si possono ripetere altrove, data la conformazione del territorio molto simile all’originale e l’intensità in cui vengono rievocati questi momenti.</p>
<h4>Nella <strong>Mater Sacra Pasqua, </strong>ad esempio, il senso religioso della festività è vissuto ancora con l’entusiasmo di un tempo.</h4>
<p>La Mater Sacra ricorda quella che fu la passione di Cristo, un evento carico di significato, che a partire dal Giovedì Santo si svolge a ridosso dei Sassi.</p>
<p>A seguire, il Venerdì, le suggestive letture e narrazioni sacre si fondono nell’affascinante  paesaggio  e il racconto della Passione avviene per mezzo di rievocazioni storiche e processioni. Nel coinvolgimento emotivo, l’evento del Venerdì Santo culmina nell’emozionante Via Crucis, mentre durante la Domenica di Pasqua le manifestazioni, gli eventi e le rappresentazioni si intensificano anche con installazioni scenografiche teatrali e molte cerimonie liturgiche in tutte le chiese.</p>
<p>La Pasqua a Matera assume una valenza del tutto particolare, ma anche le festività natalizie sono cariche di suggestione. Durante il <strong>Natale</strong> materano, la rappresentazione più rilevante è il Presepe Vivente, una vera e propria manifestazione sacra teatrale che riporta alla mente scenari tipici di 2000 anni fa. Momenti di approfondimento religioso ricchi di atmosfera mistica e coinvolgimento, sia per gli abitanti che per i molti turisti del periodo.</p>
<h4>Ma oltre alle due festività più importanti Matera celebra anche la sua patrona con la <strong>Festa della Madonna della Bruna, </strong>un altro evento molto sentito in città, che si svolge ogni anno il 2 Luglio.</h4>
<p>Festa antichissima le cui origini risalgono alla fine del 1300, è considerata  il giorno più lungo per i materani, poiché le celebrazioni iniziano alle 4 del mattino e proseguono fino a notte fonda.</p>
<p>Al tramonto si svolge un’altra processione con un carro di cartapesta dipinta che trasporta la Madonna. Il carro, alla fine della processione, viene preso letteralmente d’assalto dai materani, che cercano ad ogni costo di accaparrarsi un pezzo dello stesso, sperando che porti fortuna.</p>
<p>Festività religiose, ma anche tradizioni popolari come le celebri sagre, occasione ideale per conoscere le realtà tipiche di Matera e delle zone circostanti. La più famosa fra queste è <strong>la Sagra della Crapiata</strong>. Considerata la festa dell’estate, ha luogo il 1° agosto e nasce come rituale per celebrare il buon raccolto.</p>
<p>Il momento centrale della sagra è proprio la preparazione della  <strong>crapiata,</strong> piatto a base di legumi e cereali, che viene preparata in piazza, in grandi pentoloni, dove cuoce con molta calma assistita dalle donne materane. Nel frattempo, la città si riempie di bancarelle, concerti di musica folkloristica, allegria e colori, in un convivio che unisce abitanti e turisti, in una vera grande festa popolare.</p>
<h4>E restando in tema di sapori non resta che parlare della <strong>tradizione gastronomica materana. </strong></h4>
<p>La cucina dei Sassi fa parte di una tradizione culinaria molto antica. Sebbene pietanze di una cultura povera, racchiudono tutta la storia della vita rupestre offrendo prodotti unici dal gusto autentico.</p>
<p>Nessun piatto può essere apprezzato come merita senza il gustoso <strong>Pane di Matera</strong>. Profumo, sapore e  fragranza di un prodotto di semola di grano duro proposto nelle forme a cornetto o a pane alto, che rimanda alla conformazione del paesaggio materano.</p>
<p>Vero simbolo gastronomico della città, spesso è ingrediente indispensabile anche nella preparazione di piatti tipici. La <strong>Ciallèd</strong>, infatti, ne rappresenta l’esempio principale. Un piatto povero a base di pane raffermo lasciato indurire per circa due settimane e condito con patate, cipolla ed erbette della Murgia.</p>
<p>Spazio poi alla pasta fatta in casa con innumerevoli varianti nel condimento tra cime di rapa, broccoli, funghi cardoncelli. Una pasta tipica della zona materna è quella di <strong>grano arso,</strong> il grano duro che si bruciava, quando dopo il raccolto si dava fuoco alle stoppie, e da cui si ottiene una pasta dal sapore unico e squisito.</p>
<p>Le <strong>Gnmmred</strong> risaltano tra i secondi piatti, preparati con frattaglie miste di agnello o capretto da latte (fegato, polmone e rognone),strette all&#8217;interno del loro stesso budello, insieme a foglie di prezzemolo e semi di finocchio selvatico. Cucinati in prevalenza alla griglia vengono poi serviti al piatto o, più raramente, in un panino.</p>
<h4>Un’altra antichissima e fiera tradizione gastronomica lucana è la <strong>Pignata</strong>.</h4>
<p>In una piccola pentola di terracotta, chiamata appunto pignata, vengono cucinati e farciti strati di carne di pecora assieme a patate, cipolle, sedano, pomodori a cui si aggiungono parti di salame o soppressata.</p>
<p>Le pietanze tipiche vengono accompagnate da ottimi vini. E sulle tavole materane non manca  di certo la scelta, dai rossi come l’<strong>Aglianico</strong>, ai bianchi come il <strong>Greco di Matera</strong>, la <strong>Malvasia </strong>e il <strong>Moscato.</strong></p>
<p>Tra i dolci<strong>,  </strong>lo<strong> sporcamuso</strong> è famoso per la sua golosità. Un dolce di notevoli dimensioni che si presenta con due strati di tenera sfogliata e al centro una parte rigonfia di crema pasticcera. Al primo morso è molto difficile non sporcarsi il viso.</p>
<p>Poi le celebri <strong>strazzate materane</strong>, piccoli biscotti tipici preparati con albume d’uovo e mandorle dolci a cui seguono <strong>u’ cartddet</strong>, le cartellate, uno dei principali dolci natalizi dalla forma accartocciata e preparate con farina, fritte e cosparse di abbondante miele.</p>
<p><em><strong>Alessandro Campa</strong></em></p>
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		<title>PALERMO, Capitale Italiana della Cultura 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 12:00:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[capitale italiana della cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Palermo, l’incontro di differenti culture in un luogo di suggestione e meraviglia Palermo, capoluogo dell’incantevole Sicilia. Una città in cui convivono edifici arabeggianti, memorie normanne e tracce rinascimentali e barocche , dove perdersi e restare incantati da tanto splendore. Arabo- Normanno, la parola chiave che contraddistingue le bellezze di Palermo. Uno stile architettonico che coniuga [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78409" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/palermo-5632353_1280-e1609592389628.jpg" alt="Palermo" width="800" height="533" /></h3>
<h3>Palermo, l’incontro di differenti culture in un luogo di suggestione e meraviglia</h3>
<p><span id="more-78388"></span></p>
<p>Palermo, capoluogo dell’incantevole <a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerari-di-viaggio-tra-le-regioni-della-penisola-la-sicilia/">Sicilia</a><strong>. </strong>Una città in cui convivono edifici arabeggianti, memorie normanne e tracce rinascimentali e barocche , dove perdersi e restare incantati da tanto splendore.</p>
<p>Arabo- Normanno, la parola chiave che contraddistingue le bellezze di Palermo. Uno stile architettonico che coniuga elementi del romanico nord-europeo a tracce  bizantine, e li unisce alla tradizione ornamentale della civiltà araba.</p>
<h4>Un grande esempio di questa eleganza artistica è rappresentato da <strong>Palazzo dei Normanni</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78389" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Palazzo_Normanni_vista_Palermo-scaled-e1609589274718.jpg" alt="palermo palazzo dei normanni" width="800" height="600" /></p>
<p>Una solenne fortezza, nota anche come Palazzo Reale, prodotto di costruzioni e modifiche ad opera di arabi, spagnoli, italiani e  normanni che si sono succeduti nei secoli di storia.</p>
<p>Palazzo dei Normanni è l’attuale sede dell’Assemblea Regionale Siciliana e rappresenta la più antica residenza reale d&#8217;Europa. La dimora dei sovrani del Regno di Sicilia che, nei secoli, fu sede di attività amministrative, di laboratori artigianali di oreficeria e di produzione di tessuti e di attività culturali tra cui  va ricordata la Scuola Poetica Siciliana.</p>
<p>La fortezza divenne reggia nel 1130 per volere di Ruggero II, primo re normanno di Sicilia, ma l’opera di trasformazione da struttura fortificata a dimora reale venne proseguita dai suoi successori, Guglielmo I e Guglielmo II. Questi realizzarono un complesso dagli ambienti finemente decorati, adatti ad accogliere un pubblico nobile e cosmopolita. Il palazzo rimase reggia reale fino alla fine del Trecento per poi riprendere questa funzione solo nel Cinquecento con l’insediamento del viceré spagnolo.</p>
<p>Una struttura particolare, composta da edifici a forma di torre collegati tra di loro da portici e giardini.</p>
<h4>Le quattro torri normanne,  <strong>la Greca, la Chirimbi, la Pisana, la Ioaria</strong>, furono aggiunte in seguito e oggi rimangono solo le ultime due, di forma quadrangolare.</h4>
<p>All’interno della medievale torre Ioaria si trova  la <strong>Sala dei Venti</strong>, una delle sale più suggestive del palazzo sul cui soffitto è rappresentata una rosa dei venti. La <strong>Sala di Ruggero</strong>  è dedicata al primo sovrano normanno di Sicilia, nonostante gli stupendi mosaici con scene di caccia e immagini allegoriche del potere normanno si debbano al figlio Guglielmo I.</p>
<p>La sede dell’Assemblea Regionale Siciliana è <strong>Sala d’Ercole</strong>. Un nome che riconduce chiaramente all’eroe mitologico greco Ercole, qui ritratto in un ciclo pittorico settecentesco dell’artista Giuseppe Velasco, soprannominato “il Velazquez di Sicilia”</p>
<p>Al primo piano del palazzo accade qualcosa di mistico tanto da restare immobili ed incantati. Qui si trova l’ingresso della <strong>Cappella Palatina</strong>, un importante e splendido esempio delle architetture bizantine e saracene.</p>
<p>Basilica a tre navate, divise da colonne di granito con ricchi capitelli corinzi dorati, è dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Un luogo di culto edificato per volere di Ruggero II, consacrato il 28 aprile 1140, con funzioni di cappella privata della famiglia reale. Iniziata nel 1130, anno dell’incoronazione di Ruggero II a primo re di Sicilia, fu completata nell’arco di dieci anni.</p>
<p>La struttura e le decorazioni della Cappella Palatina sono pervase da elementi che testimoniano la politica di tolleranza e apertura nei confronti di altre culture portata avanti dal re Ruggero II. Elementi distintivi di questo luogo meraviglioso sono gli straordinari mosaici bizantini che decorano la cupola, il transetto e le absidi al suo interno e raccontano storie del Vecchio e Nuovo Testamento, con un’ eccezionale abilità nel ritrarre dettagli ed espressioni.</p>
<p>I mosaici di datazione più antica sono quelli della cupola, risalenti alla costruzione originaria, in cui accanto al Cristo Pantocratore sono raffigurate le gerarchie di angeli, profeti e santi. Un’altra particolarità della Cappella Palatina è il suo particolarissimo soffitto ligneo in stile muqarnas, una  decorazione propria dell’architettura musulmana. In ogni spicchio sono presenti stelle lignee con rappresentazioni di animali, danzatori e scene di vita della corte islamica.</p>
<h4>Un’altra fondamentale struttura di rilevanza storica è la <strong>Cattedrale,</strong> principale luogo di culto nella città di Palermo.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78395" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Cattedrale_di_Palermo._-_panoramio-scaled-e1609589896430.jpg" alt="Palermo cattedrale " width="800" height="468" /></p>
<p>Fondata nel tardo XII secolo,  è uno dei monumenti più caratteristici della città, in particolar modo per l’originale fusione armonica di stili diversi. Qui si alternano elementi di arte greca, romana, araba, normanna, gotica, diretta conseguenza delle differenti culture e  popolazioni che, nel corso dei secoli, hanno abitato il  suolo siciliano.</p>
<p>Costruita nel 1170 per opera dell’arcivescovo Gualtiero Offamiglio, nel luogo in cui si trovava un’antica basilica fondata da San Gregorio, divenne poi una moschea durante il periodo saraceno.  Questo è il primo nucleo dell’attuale cattedrale, mentre il suo aspetto odierno è il risultato di innumerevoli modifiche e ristrutturazioni avvenute nel corso del tempo.</p>
<p>Gli interventi architettonici ed ornamentali dal 1170 fino ai nostri giorni si possono ammirare seguendo un breve itinerario che, dal prospetto orientale a quello meridionale, offre una panoramica completa del grandioso esterno della Cattedrale di Palermo, riccamente decorato in stili differenti, che descrive le pagine storiche della città.</p>
<p>L’interno della Cattedrale di Palermo è il risultato dei lavori di trasformazione realizzati tra il 1781 e il 1801, con i quali si è sostituito l’originale impianto architettonico normanno con uno neoclassico,  in base ai gusti dell’epoca. La Cattedrale viene impreziosita ancora di più dagli splendidi affreschi e mosaici del XII e XII secolo e dalla famosa Assunzione del Velasquez che accompagna altri dipinti di autori sconosciuti</p>
<p>L’ampia navata centrale è affiancata da due laterali, sulle quali si aprono numerose cappelle, tra cui la Cappella delle <strong>tombe reali</strong>, luoghi di sepoltura dei monarchi siciliani e una delle maggiori attrattive per chi visita la Cattedrale di Palermo.</p>
<h4>Famosa e sorprendente la tomba dell’imperatore Federico II, in porfido rosso, sormontata da un baldacchino e appoggiata su un basamento formato da due coppie di leoni.</h4>
<p>In un sarcofago di marmo bianco decorato con mosaici è invece sepolto l’Arcivescovo Gualtiero Offamilio, fondatore della Cattedrale normanna, mentre un importante luogo di venerazione per i palermitani è la <strong>Cappella di Santa Rosalia,</strong> dove, in una preziosa urna d’argento, sono conservate i resti della patrona della città.</p>
<p>La visita alla Cappella Palatina e alla Cattedrale di Palermo rappresenta l’inizio di un grande viaggio tra arte e spiritualità cittadina, testimoniato da una serie di altrettanti edifici di culto di notevole importanza.</p>
<h4>A partire dalla <strong>Chiesa di San Giovanni degli Eremiti</strong>, che sorge sotto le mura del Palazzo dei Normanni e fu fondata  tra il 1130-1154.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78396" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Chiesa_di_San_Giovanni_degli_Eremiti_-_Palermo-scaled-e1609590965354.jpg" alt="palermo chiesa di san giovanni " width="800" height="532" /></p>
<p>Le sue decorazioni in  stile arabo,  i giardini dai maestosi alberi e gli eleganti piccoli conventi la elevano ad altro importante esempio di architettura arabo-normanna della città di Palermo.</p>
<p>Una chiesa romanica a croce commissa che esternamente richiama edifici orientali, dettaglio che viene ancor più enfatizzato dalle cupole di colore rosso acceso, restaurate nell&#8217;Ottocento dell&#8217;architetto Giuseppe Patricolo.</p>
<p>Il chiostro, a pianta quadrata, è la parte meglio conservata del primitivo monastero. Abbellito da colonnine con capitelli a foglie d&#8217;acanto che reggono archi ogivali a doppia ghiera, presenta un gioco di volumi di impronta islamica in cui si alternano blocchi compatti quadrangolari e cupole emisferiche.</p>
<p>L&#8217;interno della chiesa ha tre absidi semicircolari ed è suddiviso in cinque campate quadrate coperte da cupolette che si collegano alle pareti tramite nicchie. Dall’interno della chiesa si accede a un ambiente confinante, denominato “sala araba”, edificio originariamente costituito da tre unità architettoniche come l’aula rettangolare, il portico e un recinto.</p>
<h4>La <strong>Chiesa di San Cataldo</strong> , invece, rappresenta un compiuto capolavoro architettonico concepito da maestranze islamiche secondo criteri romanico-occidentali.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78399" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/San_Cataldo_Palermo_msu2017-0098-scaled-e1609591416985.jpg" alt="palermo chiesa di san cataldo" width="800" height="572" /></p>
<p>La chiesa, oggi adibita ad uso esclusivamente turistico, dal 1937 appartiene all’Ordine Equestre dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme.</p>
<p>L’edificio ,esternamente, è animato da arcate cieche che inquadrano le tre finestre con luce unica, prive di suddivisioni e aperte su ciascun lato. L’interno rettangolare è scandito dalle tre cupole che individuano le tre campate quadrate della navata centrale. Le pareti,  prive di qualsiasi decorazione, esaltano lo splendore  architettonico della chiesa, arricchita dalle colonnine angolari del santuario e dagli archi a sesto acuto.</p>
<p>Il pavimento in opus sectile, antica tecnica artistica che utilizza marmi per realizzare decorazioni a intarsi, rende ancora più preziosa questa chiesetta. Un chiaro esempio dell’epoca di Guglielmo I, assicurata dalla presenza di artigiani islamici capaci di interpretare in modo nuovo ed originale la tradizione orientale di matrice bizantina.</p>
<h4>Un altro magnifico luogo di culto è la <strong>Chiesa della Martorana</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78400" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/palermo-695683_1280-e1609591497366.jpg" alt="" width="800" height="532" /></p>
<p>Le sua fondazione risale al XII secolo, di origine greco- ortodossa fu in seguito convertita in chiesa cattolica durante il periodo normanno. Venne fondata per volontà di Giorgio di Antiochia, ammiraglio della flotta del re Ruggero II d’Altavilla, per ringraziare la Vergine Maria della protezione che gli aveva concesso durante tutti gli anni spesi in mare.</p>
<p>Il nome completo, infatti, è Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, ma tutti la chiamano Chiesa della Martorana dal nome di Eloisa Martorana, fondatrice di un convento di monache benedettine che nel 1453 ereditarono la chiesa.</p>
<p>Proprio a queste monache si deve l’invenzione della <strong>frutta martorana</strong>, il tipico dolce di pasta reale che i siciliani usano consumare il giorno dei morti. La perfetta imitazione o riproduzione di frutta, internamente, è simile al marzapane, ma la sua ricetta a base di farina di mandorle e miele la rende molto più dolce e saporita.</p>
<p>Una chiesa che, dietro una facciata semplice e lineare, nasconde un’esaltazione di mosaici e decorazioni in un’armonica fusione di stili artistici, anche questi testimonianza delle diverse popolazioni che hanno vissuto e governato in Sicilia nei corsi dei secoli.</p>
<p>Appena entrati si resta abbagliati dalla lucentezza del suo ciclo di mosaici dorati dall’immenso valore artistico, che  fu completato prima del 1151, risultando  il più antico di tutta la Sicilia. Le caratteristiche originali dell’elegante architettura arabo- normanna sono ancora presenti, in particolare in uno dei più famosi mosaici, in cui viene rappresentata l’incoronazione di Ruggero II da parte di Cristo, e nella parte superiore delle pareti e della cupola con la rappresentazione del Cristo Pantocratore.</p>
<h4>La chiesa non è solo unica nella sua bellezza, ma anche nella sua funzione religiosa.</h4>
<p>Rappresenta infatti il punto di riferimento per più di 15.000 fedeli albanesi di rito greco – bizantino presenti in Italia.</p>
<p>Oggi la chiesa appartiene all’Eparchia di Piana degli Albanesi, diocesi cattolica con rito greco – bizantino. Una comunità che, pur appartenendo alla Chiesa Cattolica, segue il culto e le tradizioni della Chiesa Orientale Ortodossa, introdotti in Sicilia dagli albanesi che qui si rifugiarono per sfuggire alle persecuzioni turche.</p>
<p>Nel cuore del centro storico, in uno degli angoli più affascinanti e ricchi di storia della città, i cosiddetti “Quattro Canti”, si trova la <strong>Chiesa di San Giuseppe dei Teatini</strong>, il più significativo esempio dello stile barocco in Sicilia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78401" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Palermo-San-Giuseppe-dei-Teatini-bjs2007-01-e1609591641183.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>Costruita all’inizio del XVII secolo, la chiesa possiede una meravigliosa facciata in stile neoclassico  ed una grande cupola ricoperta da maiolica con classici colori blu e gialli. Una sontuosa decorazione interna caratterizza questa chiesa, in cui anche gli arredi lignei sono concepiti secondo un calibrato spirito decorativo barocco.</p>
<p>L’interno è grandioso, ripartito in tre navate da altissime colonne monolitiche, che fanno da cornice a bellissimi affreschi nella navata centrale. Tra questi spicca un’opera di Filippo Tancredi come “Episodi della vita di S. Gaetano”, mentre nelle vele degli archi si presentano le “Figure degli Apostoli”, iniziate nel 1798 da Giuseppe Velasquez e completate da Vincenzo Manno.</p>
<h4>Tra gli edifici di culto palermitani, merita una menzione particolare il <strong>Santuario di Santa Rosalia.</strong></h4>
<p>Uno dei monumenti più suggestivi della città dalla particolare struttura, che si raggiunge a piedi con una lunga gradinata oppure  in auto con una strada a tornanti da cui si gode di una splendida vista sulla città di Palermo.</p>
<p>Il santuario, costruito intorno al XVII secolo in seguito al miracoloso evento che portò alla fine della peste di Palermo, conserva la memoria del prodigioso ritrovamento delle ossa di santa Rosalia.</p>
<p>Un luogo sacro che si trova all&#8217;interno di un anfratto di roccia, quasi sulla cima del monte Pellegrino, il cui soffitto è attraversato da un sistema di canaline in metallo che servono a raccogliere l’acqua, considerata santa, che esce dalla grotta. Uno spazio che colpisce Per il suo significato simbolico e religioso, per la sua originalità e per la fusione perfetta di natura e costruzione umana</p>
<p>Una volta entrati, si attraversa un vestibolo e una sala con una cupola aperta al cielo fino a raggiungere il cuore del santuario, ovvero la grotta carsica profonda circa 25 metri. Qui, sulla sinistra e sotto un baldacchino di forme barocche, è custodita la statua della santa, ritratta al culmine dell’estasi mistica nel momento del suo trapasso con addosso una fastosa veste dorata, opera dell’artista fiorentino Gregorio Tedeschi realizzata  intorno al 1630.</p>
<p>L’arte a Palermo non si manifesta solo attraverso la spiritualità, ma anche grazie all’incredibile arte ingegneristica e architettonica di altri edifici, caratterizzati anche questi dai diversi stili culturali.</p>
<h4>Un esempio è il bellissimo <strong>Palazzo</strong> <strong>della Zisa, </strong>dall&#8217;arabo al-ʿAzīza, ovvero &#8220;la splendida”.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78402" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Palermo-Zisa-bjs2007-03-e1609591743142.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>Fondato da re Guglielmo I nel 1165 come residenza estiva dei re Normanni, il palazzo della Zisa sorgeva fuori le mura della città di Palermo, all&#8217;interno del  Genoardo, il “paradiso in terra” e parco reale che si estendeva con splendidi padiglioni, rigogliosi giardini e bacini d&#8217;acqua.</p>
<p>Un palazzo che rappresenta uno dei migliori esempi del connubio tra arte e architettura normanna e decorazioni e ingegnerie arabe per il ricambio d&#8217;aria negli ambienti. Il Palazzo della Zisa, infatti, è rivolto a nord-est, verso il mare, per poter usufruire delle brezze più temperate, specialmente notturne, che venivano percepite dentro il palazzo.</p>
<p>L’edificio, a pianta rettangolare, si sviluppa su tre livelli. Anche gli ambienti interni erano condizionati da un complesso sistema di circolazione dell&#8217;aria che, attraverso canne di ventilazione  e finestre esterne stabilivano un flusso continuo che garantiva un clima gradevole anche nella stagione estiva.</p>
<p>All’interno del palazzo, proprio al centro del piano terreno, si trova la <strong>sala della fontana</strong>, un particolare tipo di sala a iwan, caratteristica dell’architettura islamica, che costituisce il cuore nevralgico di tutto il palazzo.</p>
<p>La sala è decorata con mosaici e tarsie marmoree in opus sectile che arricchiscono il pavimento, mentre sul lato occidentale si trova un raro esempio di mosaico bizantino con temi profani e iconografie islamiche.</p>
<p>In molti ambienti sono frequenti le nicchie a muqarnas e ai lati della sala a iwan si presentano gli  ambienti residenziali e le scale che conducono ai piani superiori. La sala centrale del secondo piano, in origine, presentava un atrio quadrato scoperto con al centro una vasca, di cui si conservano ancora le tracce, ma è stata profondamente modificata nel XVII secolo.</p>
<p>Il Palazzo della Zisa è attualmente un Museo d’Arte Islamica, che costituisce una significativa testimonianza dell’incontro tra i differenti elementi  culturali che caratterizzò la civiltà della Sicilia normanna.</p>
<h4>I giardini rigogliosi e gli elementi tipici dell’arte araba in un edificio di carattere normanno si ritrovano anche nel <strong>Palazzo della Cuba</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78403" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Palermo_Cuba01-scaled-e1609591972333.jpeg" alt="" width="800" height="532" /></p>
<p>Quest’ultimo, dall&#8217;arabo Qubba, &#8220;cupola&#8221;, era uno dei più sontuosi e celebri Sollazzi Regi, edifici utilizzati dai re Normanni per lo svago.</p>
<p>Costruito nel 1180 per  re Guglielmo II e  definito  padiglione di delizie, era destinato ad accogliere il re e la sua corte che qui trascorrevano piacevoli momenti al fresco delle fontane e dei giardini di agrumi, riposandosi nelle ore diurne o assistendo a feste e cerimonie serali.</p>
<p>Viene chiamato anche &#8220;Cuba sottana&#8221; per distinguerlo dalla Cuba soprana, oggi inglobata nella settecentesca villa Di Napoli e dalla Piccola Cuba, entrambe un tempo situate nell&#8217;antico parco reale del Genoardo.</p>
<p>L’esterno dell’edificio si presenta in forma rettangolare e al centro di ogni lato si presentano quattro corpi a forma di torre, di cui il  più sporgente costituiva l&#8217;unico accesso al palazzo dalla terraferma. I muri spessi e le poche finestre erano dovuti ad esigenze climatiche e offrivano maggiore resistenza al calore del sole. La maggior superficie di finestre aperte, inoltre, era sul lato nord-orientale, perché meglio disposta a ricevere i venti freschi provenienti dal mare.</p>
<p>L&#8217;interno della Cuba era diviso in tre spazi allineati e comunicanti tra loro. Nonostante non siano rimaste molte decorazioni che un tempo adornavano il palazzo, al centro dell&#8217;ambiente interno si presentava un grande spazio quadrato e scoperto. Una specie di atrio con due fontane in nicchia sui lati nord e sud, una vasca centrale, decorazioni musive sul pavimento e quattro colonne poste in corrispondenza dei quattro angoli, molto simile sia all’atrio del piano superiore della Zisa che alla Sala dei Venti di Palazzo Reale.</p>
<p>Proprio alla Cuba, Boccaccio ambientò una delle novelle del suo Decameron, la sesta della quinta giornata, la vicenda d’amore del giovane Giovanni da Procida per una giovane fanciulla destinata a Federico II d’Aragona e chiusa nel palazzo reale.</p>
<p>Nel tempo, le destinazioni d’uso di Palazzo della Cuba furono molteplici, da lazzaretto a residenza privata, fino a passare sotto l’amministrazione della Regione Siciliana. Negli anni’80 iniziò una serie di interventi di restauro che riportarono all’antico splendore questo straordinario edificio, una tra le più originali creazioni di architettura civile della gloriosa epoca normanna.</p>
<h4>Un’altra residenza civile, ma di epoca più recente è <strong>Palazzo Abatellis.</strong></h4>
<p>Dimora di Francesco Abatellis, maestro Portulano del Regno, ufficiale regio preposto alla gestione e al coordinamento dei porti in ampie circoscrizioni territoriali, risale alla fine del XV secolo ed è un magnifico esempio di architettura gotico-catalana.</p>
<p>Dopo essere stato un’abitazione nobiliare, nel 1527, l’edificio divenne il convento delle benedettine appartenenti alla vicina chiesa di Santa Maria della Pietà, che lo adattarono alle esigenze della clausura.</p>
<p>Oggi, invece, è la sede della <strong>Galleria Regionale d’Arte Moderna della Sicilia</strong>, uno dei musei più noti in tutto il mondo. Appartenente al complesso museale è la grande ala settecentesca che si trova sul retro dell’edificio, che venne realizzata a partire dal XVI secolo dalle benedettine della vicina Chiesa della Pietà.</p>
<p>Il complesso presenta due piani e si sviluppa intorno ad un ampio atrio caratterizzato sul lato occidentale da un doppio loggiato e da una scala esterna che conduce al piano nobile. L’obiettivo del progetto era quello di creare armonia tra la struttura e le  opere che conservava al suo interno. L’esposizione presenta , per la gran parte, una raccolta di opere scultoree al piano terreno, mentre il primo piano è destinato alle opere pittoriche.</p>
<p>La sistemazione delle opere è innovativa attraverso l’uso di supporti metallici o lignei su fondi colorati di pannelli in tessuto, in stucco veneziano o in legno, che esaltano la bellezza dei quadri. Questi ambienti espositivi presentano una significativa raccolta della pittura siciliana, dal tardo manierismo al realismo e al barocco, distribuita cronologicamente nella <strong>“Sala Verde”</strong> al primo piano e nella <strong>“Sala Rossa</strong>” al secondo piano.</p>
<p>Nelle meravigliose stanze del palazzo storico si trovano importanti capolavori di Domenico e Antonello Gagini, Filippo Paladini, Antonello da Messina, Francesco Laurana, mentre è  famosissima la sala che ospita lo splendido affresco “Il Trionfo della Morte”, staccato nel 1944 dal cortile di Palazzo Sclafani.</p>
<h4>Un altro edificio civile degno di nota è il <strong>Teatro Massimo,  </strong>il più grande complesso lirico d’Italia e uno dei teatri più grandi d’Europa, classico esempio di Art Nouveau.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-78408" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2021/01/Palermo-Teatro-Massimo-bjs2007-04-e1609592124365.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>Costruito nel 1875 dall’architetto Giovan Battista Filippo Basile e portato a termine dal figlio Ernesto, questo splendido edificio neoclassico è divenuto un simbolo di Palermo</p>
<p>All’esterno affascina la sua monumentalità, con un’enorme cupola e una magnifica scalinata ai lati della quale risaltano due fieri leoni in bronzo. Passeggiando tra le sue sale si scoprono i segreti della sua  produzione artistica, in cui rivivere l’atmosfera raffinata di altri tempi, anche se il modo migliore per gioire della magia di questo luogo storico è assistere a uno degli spettacoli in programma.</p>
<p>L’atrio principale del Teatro Massimo è una magnifica anticipazione della bellezza che caratterizza  le sale interne. Una sala rettangolare decorata con statue e candelabri in bronzo dal colore rosso che  ricorda le foglie autunnali, e per questo viene anche chiamato “ottobrino”.</p>
<p>La <strong>Sala Grande</strong> è la celebre sala principale del Teatro Massimo. A forma di ferro di cavallo, adornata da magnifiche decorazioni, da sempre viene esaltata  dagli appassionati di teatro di tutto il mondo per la sua acustica perfetta.  Dal magnifico <strong>Palco del Re</strong> i nobili di un tempo potevano godersi lo spettacolo, mentre oggi tutti possono ammirare questa meraviglia di mogano e broccato, specchi e lampadari in vetro di Murano.</p>
<p>L’elegante <strong>Sala Pompeiana</strong>, anch’essa riservata ai nobili della Palermo di fine Ottocento, si presenta con la sua forma circolare e le sue decorazioni che rimandano al numero 7 e ai suoi multipli. Una simbologia legata ai sette pianeti e ai sette giorni del periodo lunare, ai sette peccati capitali e alle sette virtù così come alle sette note musicali</p>
<h4>Una piccola curiosità sul teatro riguarda proprio la sua costruzione, che avvenne abbattendo la chiesa di San Francesco delle Stimmate e l&#8217;annesso convento e la chiesa di San Giuliano.</h4>
<p>La tradizione narra che sia stata involontariamente profanata la tomba di una suora, detta &#8220;la monachella&#8221;, la prima Madre Superiora del convento, e che il suo fantasma si aggiri ancora per le sale del teatro.</p>
<p>Dal 1974 al 1997 il Teatro Marcello rimase chiuso per lavori di ristrutturazione; lo spettacolo scelto per la riapertura del teatro fu un concerto della Filarmonica di Berlino diretta da Franco Mannino e Claudio Abbado.</p>
<p>Cultura e tradizione a Palermo non si esauriscono, però, nelle meravigliose strutture che raccontano epoche e stili diversi, ma si manifestano anche all’interno di un’anima popolare, quotidiana e  verace rappresentata dagli antichi mercati.</p>
<h4>Primo fra tutti la <strong>Vucciria</strong>.</h4>
<p>Un nome che deriva dal francese “boucherie”, macelleria. Il mercato, infatti, era inizialmente destinato al macello e alla vendita delle carni, ma in seguito diventò anche luogo per la vendita del pesce, della frutta e della verdura.</p>
<p>Ma “Vuccirìa”, in palermitano, significa confusione. Oggi, proprio questa viene rappresentata distintamente  dalle voci che si accavallano e dalle grida dei venditori, diventando uno dei tratti peculiari che maggiormente caratterizza questo mercato palermitano.</p>
<p>Muovendosi all&#8217;interno del fitto intreccio di vicoli e piazzette del mercato della Vucciria si possono ritrovare tutti gli ingredienti della cucina siciliana tra le coloratissime bancarelle che traboccano di magnifica merce fresca. A partire dagli anni 2000 la Vucciria è diventata una delle sedi della movida palermitana, dal tardo pomeriggio  fino a notte inoltrata</p>
<h4>A questo segue <strong>Ballarò</strong>, il più antico e pittoresco tra i mercati di Palermo.</h4>
<p>Il nome deriverebbe da Souk el Ballarak, mercato degli specchi in arabo, ma anche da Bahlara, villaggio presso Monreale da dove provenivano i mercanti arabi.</p>
<p>Famoso per la vendita delle primizie che provengono dalle campagne del palermitano e frequentato giornalmente da centinaia di persone,  viene animato dalle cosiddette abbanniate, chiassosi richiami dei venditori che cercano di attirare l&#8217;interesse dei passanti.</p>
<p>Due luoghi davvero speciali e  perfetti per assaggiare  le prelibatezze del tradizionale cibo da strada, eredità delle diverse influenze del capoluogo siciliano. Il cibo di strada è una tradizione che viene da lontano, ma più viva che mai ed illustra un modo facile e rapido per attraversare millenni di  arte, profumi, sapori e civiltà diverse.</p>
<p>Un grande esempio sono le famose <strong>arancine</strong>, palle di riso impanate e fritte, del diametro di 8–10 cm, farcite generalmente con ragù, piselli e caciocavallo. Il nome deriva dalla forma originale e dal colore dorato tipico, che ricorda appunto un&#8217;arancia</p>
<p>Poi a <strong>quarum</strong>i ( il caldume), letteralmente &#8220;pietanza calda&#8221;. Uno dei tipici piatti da strada di Palermo, composto da vari parti della trippa di vitello bollite nella tipica quarara con cipolle, sedano, carote, prezzemolo e servito caldo con il brodo di cottura o asciutto, con sale, pepe, e olio.</p>
<p>Da provare <strong>pani câ meusa</strong> (panino con la milza) la cui preparazione finale viene eseguita sul momento e consiste in un panino morbido superiormente spolverato di sesamo, imbottito con pezzetti di milza, polmone e, talvolta, trachea di vitello. Questi, precedentemente bolliti o cotti al vapore interi, vengono poi tagliati a fettine sottili e soffritti.</p>
<p>Il panino può essere <strong>schettu</strong>, ossia semplice e senza condimenti, accompagnato da limone o pepe, oppure <strong>maritatu,</strong> integrato con caciocavallo grattugiato o ricotta .</p>
<p>Lo spuntino più popolare a Palermo è sicuramente rappresentato da <strong>pane e panelle</strong>, ovvero un panino imbottito con una frittella di farina di ceci. Le panelle sono generalmente accompagnate dai <strong>cazzilli</strong> o <strong>crocchè</strong>, crocchette fritte di patate e prezzemolo.</p>
<p>Panelle e cazzilli vengono spesso mangiati insieme in unico panino e si possono acquistare in moltissimi luoghi della città, in particolare nelle “friggitorie&#8221;, anche ambulanti, presenti nelle strade di Palermo.</p>
<h4>La <strong>stigghiola, </strong>invece, è un piatto che viene generalmente preparato e servito per strada dal cosiddetto stigghiularu.</h4>
<p>Budella di agnello, ma anche capretto o vitello, lavate in acqua e sale, condite con prezzemolo, infilzate in uno spiedino o arrotolate attorno a un cipollotto, e cucinate direttamente sulla brace, da  mangiare calde e condite con sale e limone.</p>
<p>Da provare anche lo <strong>sfinciùni</strong> ( sfincione) una sorta di pizza morbida dalla base alta, farcita con pomodoro, cipolle e acciughe, origano e caciocavallo. Una prelibatezza da gustare solo a Palermo e dintorni.</p>
<p>Ma oltre al cibo da strada, Palermo è nota per altre specialità che caratterizzano la sua cucina. E sulla tavola ecco che si presentano gli <strong>anellètti ô furnu</strong> (anelletti al forno).Un tipo di pasta a forma di anello di circa un centimetro e con uno spessore simile a quello del bucatino accompagnati da un ragù di carne con l’aggiunta di piselli.</p>
<p>Altre pietanze squisite sono la celebre <strong>pasta chî sardi</strong> ( pasta con le sarde) rigorosamente preparata con l’aggiunta di finocchietto selvatico e la <strong>pasta chî vròcculi arriminàti</strong>, cioè con broccoli , uva passa, pinoli e pan grattato tostato.</p>
<p>Tra i secondi ecco le <strong>sardi â beccaficu</strong> (sarde a beccafico). Sarde al forno arrotolate intorno a un composto di pan grattato, aglio e prezzemolo tritati, uva sultanina, pinoli, sale, pepe e olio d&#8217;oliva. Le sarde a beccafico sono considerate un secondo, ma vengono anche servite come ricco antipasto soprattutto nei pranzi cerimoniali.</p>
<p>A queste seguono altri secondi come <strong>le purpètt&#8217;i sardi</strong> ( polpette di sarde), il <strong>crapèttu chî patati</strong> ( il capretto con le patate) e i <strong>babbalùci</strong> ( lumache) condite con abbondante soffritto d’aglio, peperoncino e prezzemolo. Secondi piatti accompagnati da uno squisito contorno come la <strong>capunata,</strong> ortaggi fritti, specialmente melanzane, conditi con sugo di pomodoro, sedano, cipolla, olive e capperi, in salsa agrodolce.</p>
<h4>Il palato continua ad essere deliziato con i dolci siciliani.</h4>
<p>A partire da un’abbondante colazione a base di <strong>granita</strong> al caffè, alla mandorla o al pistacchio e accompagnata dall’inseparabile brioche, ma anche un tipico e squisito <strong>cannolo </strong>con ricotta di pecora può dare la giusta carica per rendere la giornata più allegra.</p>
<p>Tra i dolci da provare non possono mancare le <strong>paste di mandorla</strong>, dolcetti tipici domenicali, ma che si possono assaggiare in un qualunque giorno della settimana. A questi segue la <strong>cassata</strong>,  regina delle specialità dolciarie siciliane. Una torta tradizionale a base di ricotta zuccherata pan di Spagna, pasta reale e frutta candita.</p>
<p>La <strong>cuccìa,</strong> invece, è un altro dolce tipico siciliano, a base di grano bollito e ricotta di pecora o crema di latte bianca o al cioccolato. Viene guarnito con cannella, pezzetti di cioccolato e scorza di arancia grattugiata, tradizionalmente preparato e consumato il 13 dicembre,  in occasione della festa di Santa Lucia.</p>
<h4>Nel periodo natalizio si presenta anche un altro tradizionale dolce come il <strong>buccellato</strong>.</h4>
<p>Un impasto di pasta frolla, steso a sfoglia non sottile e farcita con un ripieno di fichi secchi, uva passa, mandorle, scorze d&#8217;arancia e poi chiuso a forma di ciambella. Il buccellato casereccio viene solitamente ricoperto di glassa, mentre  quello di pasticceria è ricoperto di zucchero a velo o di frutta candita.</p>
<p>Legata ad un’altra festività è la <strong>sfinc&#8217;i San Giusieppi </strong>( sfincia di San Giuseppe) che viene consumata tradizionalmente il 19 marzo, durante la festa di San Giuseppe, considerata in tutta la Sicilia come  la prima festività della nuova stagione primaverile, oltre che la festa del papà.</p>
<p>Col tempo, il prodotto ha perso il legame con la stagione primaverile ed è diventato disponibile al consumo in tutti i giorni dell&#8217;anno. Si tratta di un dolce fritto, grande quanto un pugno, che una volta  acquisita la doratura, viene tolto dalla padella e ricoperto con una crema di ricotta di pecora, pezzetti di cioccolato e zuccata e guarnito da scorza d&#8217;arancia candita.</p>
<p>L’esperienza gastronomica siciliana non può dirsi conclusa se non comprende anche un buon bicchiere di vino. Il clima ventoso e secco, con temperature miti, unito alla fertilità del terreno, fanno della Sicilia una terra ideale per la coltivazione della vite. Un ottimo accompagnamento ai prodotti più famosi della pasticceria siciliana sono i vini dolci tipici della Sicilia, come il Malvasia, il Moscato di Noto, il Passito di Pantelleria e lo Zibibbo..</p>
<h4>Alcune specialità gastronomiche descritte in precedenza sono anche le vere protagoniste di un evento che rispecchia le tradizioni ed il folclore di Palermo come la <strong>Festa di Santa Rosalia</strong>.</h4>
<p><strong>U fistinu</strong>, come viene comunemente chiamato, è la festa dedicata alla santa patrona che dal 1624 in poi rappresenta ogni anno un evento a cui prendono parte migliaia di persone che si svolge con la processione dei carri trionfali .</p>
<p>Ancora adesso il &#8220;festino&#8221; è un grande evento popolare che ha luogo dal 10 al 15 luglio. Ogni anno viene sviluppato un tema differente. Dalla fine degli anni novanta lo spettacolo, un tempo sfarzosa sfilata che includeva tutte le autorità civili, militari e religiose, è divenuto una rappresentazione teatrale a tutti gli effetti, con giochi di luce spettacolari e danze acrobatiche, mantenendo però di base la storia del miracolo della vittoria sulla peste.</p>
<p><em><strong>Alessandro Campa</strong></em></p>
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		<title>PISTOIA, Capitale Italiana della Cultura 2017</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Dec 2020 12:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pistoia, sorprendente città in un’armonia di arte e tradizioni Un angolo di Toscana poco conosciuto. Una “città di pietra incantata dalle larghe strade e dalle belle chiese”, decantata da poeti e scrittori che ne hanno celebrato il suo fascino. Pistoia si presenta come un piccolo centro in cui scoprire un percorso ricco di chiese, palazzi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-77296" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/italy-3603912_1280-e1609155066652.jpg" alt="pistoia duomo" width="800" height="503" /></h3>
<h3></h3>
<h3>Pistoia, sorprendente città in un’armonia di arte e tradizioni</h3>
<p><span id="more-77295"></span></p>
<p>Un angolo di <a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerari-di-viaggio-tra-le-regioni-della-penisola-la-toscana/">Toscana</a> poco conosciuto.</p>
<p>Una “città di pietra incantata dalle larghe strade e dalle belle chiese”, decantata da poeti e scrittori che ne hanno celebrato il suo fascino. <strong>Pistoia si presenta come un piccolo centro</strong> in cui scoprire un percorso ricco di chiese, palazzi, musei e monumenti disposti  intorno ad una Piazza del Duomo tra le più incantevoli d’Italia.</p>
<p>Proprio quest’ultima, monumentale centro della vita politica e religiosa della città, racchiude attrazioni culturali di grande pregio.</p>
<h4>A partire dalla <strong>Cattedrale di San Zeno</strong>, meraviglioso edificio romanico nel cuore della città, che risale a prima dell’anno Mille.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-77296" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/italy-3603912_1280.jpg" alt="" width="1280" height="804" /></p>
<p>La chiesa venne completamente rinnovata all’inizio del XII secolo e fu oggetto di una serie di interventi successivi. L’esterno è caratterizzato da un triplice ordine di logge e dalla tipica decorazione di strisce di marmo bianco e nero. Nella parte superiore della facciata si notano le due bellissime statue di marmo che raffigurano i due patroni, San Jacopo a destra e San Zeno a sinistra.</p>
<p>L’interno della chiesa, a tre navate, è originario del Trecento ed è stato impreziosito dagli affreschi di Domenico Cresti, detto il Passignano, che ne decorano le volte e le pareti. Tra le altre opere d’arte custodite nella Cattedrale spiccano <strong>l’altare argenteo di San Jacopo</strong>, realizzato tra il Duecento e il Quattrocento dai migliori orafi dell’epoca, e il grande Crocifisso di legno tavola realizzato nel 1274 da Coppo di Marcovaldo.</p>
<h4>Accanto alla cattedrale, dall’alto dei suoi 67 metri, si erge l&#8217;elegante <strong>campanile del Duomo</strong>, uno dei più belli d’Italia.</h4>
<p>Nato come torre di guardia longobarda, fu in seguito abbellito dallo scultore ed architetto Giovanni Pisano. Un simbolo di Pistoia, ma anche un luogo dove poter ammirare tutta lacittà ed il panorama circostante una volta arrivati in cima.</p>
<p>Di fronte alla cattedrale, invece, si trova il <strong>Battistero di San Giovanni in corte</strong> o <strong>Ritondo di Pistoia</strong>. Sorto sull’area dell’antica chiesa battesimale di Santa Maria e San Giovanni in corte, da cui ha ripreso il nome, si presenta come una delle massime espressioni dell’architettura gotica toscana.</p>
<p>Un imponente monumento a base ottagonale che raggiunge un’altezza di circa 40 metri, la cui ricostruzione iniziò a partire dal 1301. L&#8217;esterno è interamente rivestito di marmo bianco e verde con il portale principale sormontato da un timpano triangolare intero con un rosone traforato al centro. Nella lunetta sopra la porta che affaccia sulla piazza del Duomo si ammirano tre statue raffiguranti la Vergine col Bambino al centro e San Giovanni e San Pietro ai lati.</p>
<p>L’interno del battistero non è stato decorato, Sui mattoni della struttura, infatti, manca il rivestimento marmoreo. La <strong>fonte battesimale</strong> che si trova al suo interno fu realizzata nel 1226 da Lanfranco da Como e rappresenta una testimonianza delle prime origini dell’edificio, data   dall’iscrizione con data e firma dell’artista che ne eseguì l’opera. La fonte battesimale si mostra rialzata di due gradini, ornata con formelle o rosoni, ai cui angoli si presentano i quattro pozzetti in cui si posizionavano i battezzatori.</p>
<h4>Sempre su Piazza Duomo ecco<strong> Palazzo Pretorio</strong>, attuale sede della Prefettura di Pistoia.</h4>
<p>Un edificio di origine medievale costruito per ospitare il Podestà comunale del tempo e da sempre emblema del  potere giudiziario della città. Nella prima metà dell’Ottocento il palazzo fu soggetto ad un importante intervento di ampliamento, che mantenne però inalterate molte parti della struttura originale.</p>
<p>La visita del palazzo si concentra principalmente nel suo affascinante cortile interno. Un grande spazio coperto con soffitto a volte e decorato da una serie di affreschi che raffigurano gli stemmi dei podestà e dei commissari in servizio nel palazzo.</p>
<p>Anche l<strong>’Antico Palazzo dei Vescovi </strong>si trova nella splendida Piazza Duomo<strong>. </strong>Costruito alla fine dell&#8217;XI secolo come residenza dei vescovi, venne ristrutturato ed ampliato nei secoli successivi. L’aspetto odierno del palazzo appare elegante e signorile, nonostante siano presenti alcune caratteristiche medievali che ricordano il suo passato di struttura fortificata e merlata.</p>
<p>Alcune modifiche sostanziali all&#8217;architettura del palazzo furono eseguite tra la metà del XII secolo e gli inizi del XIII. Una di queste modificò la corte vescovile, con la costruzione della <strong>sacrestia di San Iacopo,</strong> dove era custodita la reliquia del santo.</p>
<p>Nel 1786 l&#8217;antico palazzo dei Vescovi fu venduto a privati. Nei decenni successivi la struttura fu profondamente modificata, aumentando il numero dei piani interni e suddividendola in appartamenti e negozi, mentre nel 1936 fu eseguito un primo intervento di restauro della facciata principale, che fece riemergere alcuni tratti delle linee gotico-rinascimentali.</p>
<h4>Attualmente il palazzo è utilizzato come complesso museale e ospita il <strong>Museo della Cattedrale di San Zeno. </strong></h4>
<p>Una raccolta d&#8217;arte sacra che comprende oreficerie medievali e rinascimentali di straordinaria importanza come lo splendido reliquiario di San Jacopo di Lorenzo Ghiberti del 1407.</p>
<p>Il percorso museale include una sezione archeologica dove si possono ammirare i cippi funerari etruschi di un periodo compreso tra il VI e il V sec. a.C., una raccolta di arredi sacri e ornamenti liturgici, ma anche gli affreschi trecenteschi della Cappella di San Niccolò.</p>
<p>Un altro edificio di notevole importanza è il<strong> Palazzo degli Anziani, </strong>attuale sede del Municipio di Pistoia<strong>, </strong>la cui costruzione risale intorno al 1294. Lo stile di tutto l’edificio indica un carattere gotico, mentre la facciata è completamente in pietra serena.  Sopra ogni arco è presente uno stemma: nell’arco centrale è scolpito quello dei guelfi, a destra si presenta lo stemma cittadino e a sinistra è raffigurato il giglio di Firenze.</p>
<p>Sulla parete a destra del balcone centrale si trova una testa in marmo sovrastata da una mazza. La persona raffigurata è oggetto di varie teorie e racconti. Alcuni pensano appartenga a <strong>Museto II</strong>, vinto nella guerra delle Baleari proprio da un pistoiese, mentre altri ritengono sia di <strong>Filippo Tedici</strong>, il più grande traditore di Pistoia secondo la tradizione popolare.</p>
<h4>All’interno del Palazzo Comunale ha sede il<strong> Museo Civico d’arte antica,</strong> la prima e maggiore istituzione museale cittadina di origine tardo ottocentesca.</h4>
<p>L’intera storia artistica di Pistoia, dal XII al XX secolo, viene qui rappresentata attraverso oltre 300 opere fra dipinti, sculture e oggetti di arte applicata come oreficerie e ceramiche. Una raccolta dal carattere territoriale che si connette al tessuto storico, religioso, architettonico e urbanistico da cui provengono.</p>
<p>Le autorevoli opere esposte documentano le vicende culturali della città nel suo alternato rapporto di dipendenza politica e di autonomia da Firenze. Eventi che fecero nascere nel tempo originali formulazioni stilistiche dell’arte locale. La scuola trecentesca, con un considerevole nucleo di fondi oro, e la corrente pittorica della prima metà del Cinquecento, con una ricca serie di pale d’altare con il tema della ‘Sacra Conversazione’, rappresentano i principali motivi di interesse del museo.</p>
<p>Il percorso si conclude nel mezzanino, dove sono collocati il Centro di Documentazione Giovanni Michelucci, dedicato al grande architetto e urbanista pistoiese, un ‘area lettura ed uno spazio per attività educative e conferenze.</p>
<p>Il museo civico d’arte è il primo dei musei civici di Pistoia, che in realtà si presentano come quattro luoghi d’arte e di storia in un unico racconto della città e del suo territorio. Quattro importanti istituti culturali che, oltre ad illustrare il percorso storico-artistico di Pistoia nel tempo, sono di supporto e di stimolo alla visita della città e alla storia a cui sono strettamente legati.</p>
<h4>Segue, infatti, il <strong>Museo dell’Ospedale del Ceppo</strong> che ha sede nella parte storico-monumentale dell’ex complesso ospedaliero.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-77297" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Pistoia_Ospedale_del_Ceppo_4-scaled.jpg" alt="" width="2000" height="1500" /></p>
<p>Fondato nel 1277, ha svolto funzioni sanitarie per ben oltre sette secoli di storia, fino al completamento del nuovo ospedale San Jacopo avvenuto nel 2013. L’importanza esercitata dall’ospedale nella vita sociale dei pistoiesi è stata determinante durante tutta la storia della città.</p>
<p>L’Ospedale del Ceppo è sicuramente uno degli edifici più significativi e caratteristici di Pistoia. Lo splendido <strong>fregio</strong>, che ancora oggi caratterizza la facciata con loggia, è un elemento di singolare bellezza. Un fregio in terracotta rivestita con ceramica policroma e lucente simile in apparenza ad una maiolica, realizzato da Luca della Robbia nel 1440. Un capolavoro della scultura rinascimentale e fra le opere più note ed emblematiche di Pistoia.</p>
<p>Entrando nell’antico ospedale, il percorso museale ne racconta le vicende storiche, architettoniche e artistiche. Nell’ex corsia maschile di San Jacopo e in alcuni spazi del complesso monumentale la visita prosegue con l’ampia sezione sulla storia della sanità pistoiese.</p>
<p>Qui vengono illustrati specifici approfondimenti dedicati alla ricca collezione storica dei ferri chirurgici, all’ex Ospedale psichiatrico delle Ville Sbertoli e alle biografie dei medici che più hanno contribuito allo sviluppo e alla fama dell’ospedale. Una testimonianza della Scuola medico-chirurgica, attiva a partire dal XVII secolo, è il settecentesco Teatrino Anatomico, al quale si accede dal giardino, tappa finale del percorso.</p>
<h4>Un altro luogo della cultura civica di Pistoia è il <strong>Museo del Novecento e del Contemporaneo</strong> di <strong>Palazzo Fabroni</strong>, residenza che prende il nome dalla nobile famiglia pistoiese che vi abitò fino al 1842.</h4>
<p>Il museo espone la collezione permanente di arte moderna e contemporanea del Comune di Pistoia che, costituita da fondi civici originari, acquisizioni e donazioni, presenta un itinerario attraverso il panorama artistico dagli anni Venti del Novecento ai giorni nostri.</p>
<p>Il percorso museale, ordinato cronologicamente e per nuclei omogenei di opere, inizia dalle sale del pianoterra. Qui si trova la sezione dedicata al Novecento artistico pistoiese dalla seconda metà degli anni Venti alla fine degli anni Sessanta.</p>
<p>Al primo piano, intorno al grande salone centrale a doppio volume, il percorso prosegue con le sale monografiche riservate ai pistoiesi Mario Nigro, Fernando Melani, Gualtiero Nativi e Agenore Fabbri, e con le sale collettive che ospitano le opere donate al Comune di Pistoia da molti degli artisti intervenuti dal 1990 a Palazzo Fabroni con mostre personali o tematiche.</p>
<p>Un percorso affascinante che offre un significativo itinerario attraverso l’Arte Povera, il Concettuale, la Minimal Art, la Poesia visiva, con un totale rinnovamento del linguaggio e dei materiali artistici. Undici ritratti fotografici di artisti di Aurelio Amendola sono distribuiti in varie sale, mentre gli spazi del secondo piano sono destinati alle mostre temporanee.</p>
<h4>Una naturale sintesi della visita di palazzo Fabroni è la <strong>casa-studio dell’artista pistoiese Fernando Melani</strong>, oltre che importante e singolare elemento dell’intero insieme dei musei di Pistoia.</h4>
<p>La casa- studio fu acquistata dal Comune di Pistoia nel 1987 insieme alee oltre 2800 opere in essa contenute. La sua sede è all’interno di Palazzo Fabroni e rappresenta un contenuto di eccellenza per lo studio dell’arte contemporanea.</p>
<p>In seguito a restauri effettuati nel pieno rispetto dell’edificio, oggi la struttura costituisce un esempio unico di spazio dove, in perfetta armonia, si manifesta l’intera esperienza artistica dell’autore e il suo percorso di ricerca attraverso i principali movimenti dell’arte della seconda metà del Novecento.</p>
<p>Nei diversi ambienti una gran quantità di opere occupano i soffitti, le pareti, i pavimenti, secondo la disposizione che Melani stesso aveva predisposto fin dalla loro realizzazione. Un percorso intenso e ricco di fascino lungo le tracce del pensiero di questo straordinario protagonista dell’arte del Novecento italiano, tra sperimentazioni sui metalli, lamiere e fili di ferro che pendono dai travicelli del soffitto.</p>
<h4>Proprio di fronte a Palazzo Fabroni si presenta la<strong> pieve di Sant’Andrea</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77298 size-large" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Pistoia_santandrea_esterno_01-1024x864.jpg" alt="" width="1024" height="864" /></p>
<p>Una delle più belle chiese cittadine che risale all&#8217;VIII secolo ed è sede dell&#8217;omonima parrocchia retta dal clero diocesano di Pistoia.</p>
<p>La facciata, incompleta nella parte superiore, è caratterizzata da cinque arcate cieche tra le quali si aprono i tre portali d’ingresso. La decorazione della facciata, con ornamenti marmorei a due colori, tipico delle chiese romaniche pistoiesi, fu realizzato da Gruamonte, a cui si deve anche tutto il repertorio scultoreo e in particolare l&#8217;architrave del portale mediano. Su quest’ultimo viene raffigurato il Viaggio dei re Magi. Un’immagine abbastanza rara in un contesto simile, ma che si potrebbe spiegare con la posizione della chiesa.</p>
<p>La pieve di Sant’Andrea, infatti, affacciava sulla via Francigena, uno dei più importanti percorsi dei pellegrinaggi medievali. Al suo interno è contenuto il celebre <strong>Pulpito di Sant&#8217;Andrea</strong> di Giovanni Pisano, scolpito nel XIII secolo e sul quale si possono ammirare le Storie della vita di Cristo.</p>
<h4>Altri due luoghi di culto rendono la visita a Pistoia ancora più interessante.</h4>
<p>Il primo è la <strong>Chiesa di San Giovanni Fuorcivitas</strong>, così chiamata perché era collocata fuori dal nucleo originario della città di Pistoia, che nel Medioevo corrispondeva alla prima cerchia muraria.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77302 size-large" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Pistoia_chiesa_di_San_Giovanni_Fuorcivitas_01-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" /></p>
<p>Un luogo dal valore unico per i pistoiesi che, in origine, era occupato da una chiesa costruita dai Longobardi. Questi, una volta convertiti al cattolicesimo, vollero dar prova della loro fede dedicando al santo apostolo un nuovo luogo di culto. La costruzione del nuovo edificio iniziò nel XII secolo seguendo i canoni dell’architettura romanica.</p>
<p>Anche la chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, infatti, si presenta come un complesso ampiamente decorato da una riproduzione di marmi a due colori. La facciata è coperta da lunghe linee orizzontali bianche e verdi che costituiscono la parte più caratteristica delle decorazioni esterne della chiesa, mentre l’interno si arricchisce delle opere di importanti artisti del Rinascimento italiano.</p>
<h4>Luca della Robbia manifesta il suo genio con la splendida <strong>Visitazione</strong>, scultura in terracotta invetriata bianca.</h4>
<p>In mezzo alla navata della chiesa spicca la splendida <strong>acquasantiera in marmo</strong> di Giovanni, una vasca poligonale sorretta dal gruppo di tre figure femminili che simboleggiano fede, speranza e carità. E poi un capolavoro come il <strong>Pergamo</strong> di Fra Guglielmo da Pisa, un pulpito in marmo bianco di forma rettangolare addossato al muro e con tre facce scolpite.</p>
<p>Il secondo è la <strong>Chiesa del Tau, </strong>edificata insieme all’annesso convento intorno alla prima metà del 1300 per volontà di Fra Giovanni Guidotti. Dedicata a Sant’Antonio Abate, che viene raffigurato come un vecchio con la barba lunga e bianca, la chiesa del Tau prende il nome dalla croce cucita sulla veste che portavano i religiosi.</p>
<p>L’esterno della Chiesa, visibile su tre lati, è costituito da tre campate rettangolari con grandi archi a tutto sesto. L’intero complesso mostra una somiglianza con la cultura fiorentina, ben evidente nell’utilizzo della pietra forte, unico esempio di questo genere in città. Sulle pareti della chiesa è rappresentato un importante ciclo di affreschi a cura del pittore fiorentino Niccolò di Tommaso, attivo tra il 1346 e il 1375.</p>
<p>La sua opera si può osservare nelle fasce laterali della chiesa, in cui sono illustrate, su tre ordini sovrapposti, storie dell’Antico e del Nuovo Testamento e della vita di S. Antonio Abate, in particolare del suo rapporto con la comunità e della leggenda legata alle sue reliquie. Soppressa nel 1787 la chiesa subì notevoli modifiche, ma i restauri degli anni Sessanta riuscirono a recuperare gran parte delle strutture e decorazioni pittoriche originali.</p>
<h4>A Pistoia, nel mese di luglio, musica e tradizione si incontrano e danno vita ad appuntamenti unici e particolari.</h4>
<p>Primo fra tutti <strong>Pistoia Blues, </strong>rassegna internazionale di musica blues, considerata una tra le più importanti in Europa. Nata nel 1980 si svolge a cadenza annuale nella seconda settimana del mese di luglio. La suggestiva Piazza Duomo fa da cornice alla musica, creando così un evento esclusivo che coinvolge il centro storico della città.</p>
<p>Da sempre sul palco i più grandi nomi internazionali si esibiscono in quello che è diventato un appuntamento immancabile per gli amanti della musica. Il Festival, negli anni, ha accolto con entusiasmo grandi interpreti e leggende del rock e del blues come Jimmy Page, Rory Gallagher e BB King.</p>
<p>La tradizione, invece, viene rispettata ogni 25 luglio con <strong>la Giostra dell’Orso</strong>, locale palio cittadino di origine medievale dedicato a San Jacopo, patrono della città. Una ricorrenza molto sentita, un importante momento di raccoglimento culturale della provincia toscana. La corsa era di tale rilevanza per i cittadini che, durante i secoli, non veniva interrotta se non in casi eccezionali, come guerre, epidemie o lotte politiche interne.</p>
<p>In occasione di questo evento un suggestivo corteo di circa 300 persone, nei loro caratteristici costumi medievali, sfila lungo le vie del centro storico fino alla piazza del Duomo.</p>
<h4>I veri protagonisti della Giostra dell’Orso, però, sono i rioni cittadini che si sfidano tra loro.</h4>
<p>Ogni rione è rappresentato, come nei tempi antichi, da tre compagnie, ciascuna di esse con un capitano, una bandiera, un cavaliere, un trombettiere e un buon numero di alabardieri.</p>
<p>La gara viene disputata fra dodici cavalieri, tre per ciascuno dei quattro rioni che prendono il nome dalle porte della città ed hanno come simbolo il Leone, il Cervo, il Drago e il Grifone. Annunciati solennemente dai trombettieri e da un rullo di tamburi, i dodici cavalieri entrano nella piazza seguiti dal pittoresco corteo e, salutate le Autorità ed i rappresentanti di ciascun rione, prendono posto sotto l&#8217;arcata del Palazzo Comunale.</p>
<p>La Giostra ha inizio dopo la lettura delle norme che regolano il torneo. I cavalieri, due a due, percorrono al galoppo l&#8217;apposito tracciato, creato lungo il perimetro della piazza, fino a raggiungere le figure di due orsi stilizzati che rappresentano il bersaglio da colpire e per il quale vengono assegnati dei punteggi.</p>
<p>Al termine viene proclamato il rione vincitore, mentre il cavaliere che individualmente ha conseguito il maggior punteggio ottiene il titolo di &#8220;<strong>Cavalier speron d&#8217;oro di Pistoia e contado</strong>&#8220;.  La Giostra dell&#8217;orso è stata sospesa dopo gli incidenti che costarono la vita a due cavalli nell&#8217;edizione del 2014, ma due anni dopo è stata ripresa dopo un referendum cittadino sul suo mantenimento, apportando alcune sostanziali modifiche al regolamento.</p>
<h4>Come buona parte della cucina toscana, la cultura gastronomica di Pistoia è caratterizzata da un utilizzo sapiente e parsimonioso degli ingredienti che la rende sana e gustosa allo stesso tempo.</h4>
<p>Tra gli antipasti è famosa la <strong>fett&#8217;unta</strong>, un piatto povero contadino costituito da una fetta di pane rustico abbrustolito nel forno o sulla piastra, sulla quale si strofina uno spicchio d&#8217;aglio e viene condita con olio extravergine di oliva toscano, sale e pepe. Il pane resta sempre protagonista con <strong>i crostini di frattaglie di pollo</strong> ed <strong>i crostoni di cavolo nero</strong>, ma gioca un ruolo importante anche nei primi piatti.</p>
<p>Pane raffermo e varie tipologie di verdure sono, infatti, gli ingredienti principali della <strong>zuppa di pane alla pistoiese</strong>. Ma uno dei primi piatti più celebri è sicuramente la <strong>zuppa del carcerato</strong>. Una ricetta che nasce proprio nel carcere di Pistoia, un tempo circondato da macelli. La facile reperibilità degli scarti di vitellone ed il poco prezzo richiesto per le parti utilizzate diedero vita ad un’incredibile zuppa ancora oggi molto apprezzata, a base di parti molli del vitello, pane raffermo, formaggio e pepe.</p>
<h4>Un altro particolare primo piatto è <strong>la farinata con le leghe. </strong></h4>
<p>Una pietanza esclusiva di Pistoia, il cui nome molto originale è dato dalle “leghe”, ovvero le striscioline di cavolo nero, che una volta mescolate nel piatto sembra vogliano legare la farinata. E per i pranzi importanti ecco i <strong>maccheroni sull’anatra</strong>, piatto tipico della festa del patrono San Jacopo. Le sue dimensioni tozze la rendono un elemento prefetto per creare un piatto unico, dato che viene usata sia come condimento per la pasta che come carne per la seconda portata.</p>
<p>I secondi più rinomati sono <strong>la trippa</strong> e <strong>il lesso rifatto.</strong> Un piatto di recupero, quest’ultimo, quando la carne era un lusso e non doveva essere sprecata, che viene riproposto con lesso avanzato accompagnato da funghi secchi, pancetta e pomodori.</p>
<p>Tra i dolci tipici di Pistoia il <strong>berlingozzo</strong> occupa un’importante posizione. A forma di ciambella, particolarmente adatto per la colazione, ma anche per merenda o dopo cena da inzuppare nel vin santo. Un dolce semplice, preparato con pochi ingredienti quali uova, farina, zucchero, scorza di limone, gli stessi con cui si ottiene la ricetta dei <strong>brigidini </strong>al forno, altro dolce caratteristico di questa splendida città toscana.</p>
<h4>Poi <strong>i cenci</strong>, dolce tipico del carnevale.</h4>
<p>Molto friabili, fritti e cosparsi con un’abbondante spolverata di zucchero semolato, molto simili alle frappe o alle chiacchiere. Una somiglianza con le crepes, invece, è data dai <strong>necc</strong>i, golosi dolci con una pastella a base di farina di castagne e con un cremoso ripieno di ricotta, che un tempo venivano consumati anche in versione salata.</p>
<p>Pistoia, inoltre, è famosa per i diversi tipi di confetti che si producono, ma il migliore resta sicuramente il “Birignoccoluto”, o semplicemente <strong>“confetto a riccio di Pistoia</strong>, ottenuto seguendo antichissimi sistemi di lavorazione ed una ricetta rimasta invariata nel tempo.</p>
<p><em><strong>Alessandro Campa</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>MANTOVA, Capitale Italiana della Cultura 2016</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2020 07:00:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[capitale italiana della cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Mantova, tre laghi e tre dinastie presentano un grande capolavoro rinascimentale Un mondo fuori dal tempo. Un fiume, il Mincio, che qui si estende in tre romantici laghi, Superiore, di Mezzo ed Inferiore, e regala una città dalla singolare bellezza come Mantova, preziosa meraviglia rinascimentale della Lombardia. Canossa, Bonacolsi e Gonzaga, le tre dinastie che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76732" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Aerial_view_of_Mantova_Lombardy-scaled-e1608652824297.jpg" alt="mantova" width="800" height="536" /></h3>
<h3>Mantova, tre laghi e tre dinastie presentano un grande capolavoro rinascimentale</h3>
<p><span id="more-76707"></span></p>
<p>Un mondo fuori dal tempo. Un fiume, il Mincio, che qui si estende in tre romantici laghi, Superiore, di Mezzo ed Inferiore, e regala una città dalla singolare bellezza come Mantova, preziosa meraviglia rinascimentale della <a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerari-di-viaggio-tra-le-regioni-della-penisola-la-lombardia/">Lombardia</a>.</p>
<p>Canossa, Bonacolsi e Gonzaga, le tre dinastie che guidarono il destino di Mantova e che lasciarono tracce indelebili e monumenti di inestimabile valore.</p>
<p>Una tappa consigliata per iniziare a scoprire Mantova è <strong>Piazza delle Erbe</strong>, su cui si presentano alcuni tra i più importanti edifici della città.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76708" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_piazza_erbe_con_palazzo_della_ragione-scaled.jpg" alt="" width="2000" height="1333" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_piazza_erbe_con_palazzo_della_ragione-scaled.jpg 2000w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_piazza_erbe_con_palazzo_della_ragione-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_piazza_erbe_con_palazzo_della_ragione-1024x683.jpg 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_piazza_erbe_con_palazzo_della_ragione-768x512.jpg 768w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_piazza_erbe_con_palazzo_della_ragione-1536x1024.jpg 1536w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_piazza_erbe_con_palazzo_della_ragione-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></p>
<h4>Uno di questi è sicuramente<strong> Palazzo del Podestà</strong>, detto anche &#8220;Palazzo del Broletto&#8221;.</h4>
<p>Costruito nel 1227 come dimora amministrativa per la massima carica civica della città, da metà del 1400 venne sottoposto ad un&#8217;importante ristrutturazione a opera di Giovanni da Arezzo su incarico di Ludovico III Gonzaga. Oggi è sede del Municipio di Mantova ed è riconoscibile soprattutto per la statua di Virgilio posta sulla sua facciata.</p>
<p><strong>Palazzo della Ragione</strong>, invece<strong>, </strong>fa parte di quel nucleo di edifici cittadini sorti in epoca medioevale. Chiamato anche <strong>Palatium Novum</strong>, come riportato da alcuni documenti dell’epoca, fu edificato nel 1250 per assolvere alle funzioni civili pubbliche e destinato ad accogliere le assemblee cittadine. Al di sotto della struttura vi erano le case/botteghe dei mercanti e dei commercianti.</p>
<h4>Nel XV secolo vennero eretti i portici e nel 1472, al lato dell’edificio, fu innalzata la <strong>Torre dell&#8217;Orologio</strong>, realizzata su disegno di Luca Fancelli.</h4>
<p>L&#8217;anno seguente la Torre fu arricchita da un pubblico orologio ideato dal matematico ed astrologo Bartolomeo Manfredi.</p>
<p>Un orologio astrologico, con fasi lunari, segni zodiacali, consigli legati alla vita quotidiana che segnava il sorgere ed il tramontare del sole e l’influenza degli astri in qualsiasi momento della giornata. Un oggetto unico, in cui scienza, astrologia e magia si fondevano insieme.</p>
<p>Oggi è possibile salire all’interno della torre fino ad arrivare alla stanza dove si può ancora ammirare il complesso meccanismo più volte restaurato. Dal 1997 Palazzo della Ragione è diventato una prestigiosa sede espositiva dei Musei Civici di Mantova, ospitando numerose ed importanti mostre d&#8217;arte organizzate dall&#8217;amministrazione comunale.</p>
<h4>Anche la<strong> Rotonda di San Lorenzo</strong> o chiesa della “Rotonda”, così chiamata dai mantovani, si trova su Piazza delle Erbe.</h4>
<p>Una struttura dalla forma molto particolare rappresenta questa chiesa, la più antica della città di Mantova, edificata nel XI secolo e dedicata a San Lorenzo.</p>
<p>La sua costruzione fu voluta da Matilde di Canossa, granduchessa di Toscana, in onore al Santo Sepolcro di Gerusalemme, di cui riprese le sembianze. L’interno della chiesa, in stile romanico, ha un grande impatto visivo e presenta un abside semicircolare che espone affreschi d’arte di scuola bizantina. La chiesa di San Lorenzo, chiusa nel 1579, venne coperta da edifici circostanti e fu in seguito riportata alla luce solo nel 1906.</p>
<p>Un altro luogo di notevole importanza è <strong>Piazza Sordello</strong>, cuore della Mantova antica e moderna. Anche qui si affacciano altrettanti monumenti significativi.</p>
<h4>Primo fra tutti è sicuramente<strong> il Duomo, </strong>dedicato a San Pietro Apostolo.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76717" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_-_Il_Doumo_-_Piazza_Sordello_-_panoramio.jpg" alt="" width="896" height="672" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_-_Il_Doumo_-_Piazza_Sordello_-_panoramio.jpg 896w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_-_Il_Doumo_-_Piazza_Sordello_-_panoramio-300x225.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_-_Il_Doumo_-_Piazza_Sordello_-_panoramio-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 896px) 100vw, 896px" /></p>
<p>Originariamente edificato in epoca paleocristiana e più volte rimaneggiato nel corso dei secoli, l’esterno del Duomo, nel 1545, fu completamente ristrutturato su progetto di Giulio Romano, che si ispirò alla Basilica di San Pietro a Roma.</p>
<p>L’attuale facciata, in marmo roseo e decorata da rosoni e pinacoli in tipico stile barocco, risale al 1755 ed è stata realizzata da Nicolò Baschiera, ma in origine l&#8217;esterno medievale presentava forme gotiche. Il campanile romanico-gotico, invece, è stato costruito sopra una più antica torre e conserva lo stile originario.</p>
<p>Nella cattedrale, e precisamente all’interno dell’altare maggiore, è custodito il corpo intatto di Sant&#8217;Anselmo, patrono della città e della diocesi, vissuto nel XI secolo, mentre tutto l&#8217;apparato scultoreo e pittorico che decora la cattedrale si presenta molto ricco, opera di diversi artisti tra cui l&#8217;Andreasino, Teodoro Ghisi, Domenico Fetti e Giambettino Cignaroli.</p>
<h4>Incantevole e maestoso ecco il <strong>Palazzo Ducale,</strong> la <strong>Reggia dei Gonzaga</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76718" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_Palazzo_Ducale_Innengarten_01-scaled-e1608651806899.jpg" alt="" width="800" height="562" /></p>
<p>Uno degli esempi architettonici più affascinanti di tutta l&#8217;Italia delle signorie. Il palazzo si estende su una vasta area di oltre 34.000 metri quadri compresa tra Piazza Sordello ed i laghi di Mezzo e Inferiore.</p>
<p>La splendida Reggia di Mantova non rappresenta un’unica struttura, bensì un complesso di palazzi, piazze interne, porticati, che testimonia in maniera perfetta gli stili architettonici tra il XIV e il XVIII secolo.</p>
<p>Costruito a più riprese mettendo insieme edifici di varie epoche, la reggia comprende più di cinquecento stanze, cortili e giardini e rappresenta una sintesi perfetta del Rinascimento italiano grazie ai capolavori e alle opere dei più importanti pittori di quel periodo che in esso sono preservati.</p>
<p>Fu edificato dalla famiglia Bonacolsi, primi signori della città nel XII secolo, ma con il matrimonio di Francesco Gonzaga ed Isabella d’Este, figlia dei duchi di Ferrara, diventò il magnifico custode d’arte che si può ammirare ancora oggi.</p>
<p>Il<strong> Museo di Palazzo Ducale</strong> presenta tutto lo splendore delle sue opere d’arte, degli arredi, dei gioielli, delle statue, dei suoi reperti romani, del vasellame e le ceramiche. Raffinate ricchezze di cui solo una piccola parte rimane ancora visibile nel palazzo.</p>
<p>Tra le poche opere sono incluse il dipinto di Domenico Morone raffigurante la cacciata dei Bonacolsi del 1494 ed il ciclo dei nove arazzi raffaelleschi con storie degli Atti degli Apostoli che decoravano la basilica palatina di Santa Barbara.</p>
<h4>Dalle numerose camere, corridoi, scale, cortili che accompagnano la visita a Palazzo Ducale, si raggiunge il <strong>Castello di San Giorgio</strong>, diventato parte integrante della grande Reggia di Mantova.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76719" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_Castello_di_San_Giorgio_02-scaled-e1608651878448.jpg" alt="" width="800" height="446" /></p>
<p>Il castello di San Giorgio fu fatto realizzare dalla famiglia Gonzaga, appena preso possesso della città, con lo scopo sia difensivo che di ostentazione del potere economico e politico.</p>
<p>Costruito da Bartolino da Novara alla fine del Trecento quasi sulle rive del lago, proprio dove il Ponte San Giorgio divide il Lago di Mezzo dal Lago Inferiore, fu ristrutturato solo mezzo secolo dopo, perdendo la caratteristica struttura militare. Al suo interno sono conservate importanti testimonianze storiche ed artistiche della Mantova di un tempo.</p>
<p>Tra queste <strong>l’Appartamento dei Nani</strong>, la <strong>Galleria dei Mesi</strong>, e <strong>l’Appartamento Estivale</strong> che si affaccia su un cortile a giardini pensili. Ma la sala che riscuote maggiore successo artistico rimane la ben nota <strong>Camera Picta o Camera degli Sposi</strong>, opera di <strong>Andrea Mantegna</strong> che la realizzò dal 1465 al 1474 e situata negli appartamenti che furono di Isabella d’Este.</p>
<p>La stanza del piano nobile fu riadattata fino a diventare un vero e proprio capolavoro. L’affresco descrive un momento di vita quotidiana di incredibile naturalezza. Un’ eccellente abilità dell’artista che riuscì a trasformare un ambiente angusto e quadrato di 8 metri per 8 in una loggia aperta verso spazi infiniti.</p>
<p>Nelle stanze a seguire, la preziosa <strong>Collezione Freddi</strong>, parte del percorso del Castello, che riunisce quadri, manufatti e affreschi mantovani ritrovati dall’imprenditore Romano Freddi ed acquistati presso le più grandi case d’asta mondiali.</p>
<h4>Un altro luogo di fondamentale importanza è la <strong>Basilica di Sant’Andrea</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76720" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/mantova-1582830_1280-e1608651951685.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>La più grande chiesa di Mantova è anche una dei monumenti rinascimentali più importanti della città. La sua costruzione venne commissionata da Ludovico II di Gonzaga a Leon battista Alberti nel 1462, del quale si riconosce la splendida facciata del Quattrocento, mentre la cupola settecentesca è di Filippo Juvarra.</p>
<p>L’intero edificio, infatti, venne costruito in oltre tre secoli. L’interno, a croce latina, presenta uno spazio proporzionato e centrato in una sola navata, mentre nella prima cappella a sinistra si può notare la tomba del magnifico pittore Andrea Mantegna, morto a Mantova nel 1506.</p>
<p>Nella cripta, invece, è ospitata una teca che secondo i fedeli contiene i <strong>Sacri Vasi</strong> che conservano il sangue di Gesù, portati a Mantova dal centurione romano <strong>Longino</strong> che trafisse il costato di Gesù facendo uscire sangue misto ad acqua.</p>
<p>La storia narra che alcune di queste gocce, cadendo sui suoi occhi ormai ciechi, gli resero la vista e lo fecero convertire alla religione Cristiana. La reliquia, però, è visibile solo un giorno all’anno e precisamente il venerdì Santo dal mattino alla sera, quando viene portata in processione per le vie della città.</p>
<h4>Un’ altra opera ideata da Leon Battista Alberti è il <strong>Tempio di San Sebastiano.</strong></h4>
<p>La costruzione fu iniziata circa nel 1460 e, come la maggior parte dei progetti dell’artista, venne completata da Luca Fancelli.</p>
<p>Un edificio solenne e austero diviso su due piani, con quello inferiore seminterrato, che ricorda un podio classico, mentre la parte superiore della facciata è originale e richiama un&#8217;elaborazione del tempio classico. Oggi il tempio di San Sebastiano rappresenta una costruzione destinata alla memoria dei caduti.</p>
<h4><strong>La Chiesa di San Francesco, </strong>invece, sorta nel 1304, custodiva le tombe della famiglia Gonzaga.</h4>
<p>La tradizione narra che sarebbe stato lo stesso Francesco, proprio qui, a fondare la prima delle numerose case francescane che sopravvivono in città ed in provincia. Fu Luigi Gonzaga, però, che la volle come mausoleo per la sua famiglia e nel tempo venne arricchita di numerosissime opere d’arte.</p>
<p>Alla fine del XVIII secolo venne soppressa dagli austriaci ed adibita ad arsenale. Nella seconda guerra mondiale fu quasi interamente distrutta dai bombardamenti, ma in seguito ricostruita riprendendo quanto possibile le forme trecentesche. Da visitare la sopravvissuta cappella di San Ludovico da Tolosa con i restanti e pregevolissimi affreschi che rappresentano la vita del Santo.</p>
<p>Un’altra meraviglia di Mantova è<strong> Palazzo Te.</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76721" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_Palazzo_Te_Palasthof_2-scaled-e1608652092674.jpg" alt="" width="800" height="417" /></p>
<p>La villa capolavoro nata dall’incontro tra Giulio Romano e Federico II Gonzaga, avvenuto nel 1524, anno in cui l’artista arrivò a Mantova. Il nome ha origine da una delle isole una volta presenti nel grande canale di Mantova: l’isola di Tejeto abbreviata a Te, mentre il palazzo venne costruito come dimora di piacere e tranquillità.</p>
<p>Il complesso edilizio è suddiviso intorno ad una corte quadrata, il <strong>Cortile d’Onore</strong>, dalla quale attraverso <strong>la Loggia di Davide</strong> si passa nel giardino retrostante. Ma l’attrazione di maggior pregio artistico risiede nelle stanze affrescate, che nelle rappresentazioni pittoriche restituiscono le abitudini degli abitanti del palazzo. Sale affrescate come la <strong>Camera del Sole e della Luna</strong>, con le volte in stucco bianco e azzurro, oppure la <strong>Sala dei Cavalli</strong>, luogo di rappresentanza del palazzo con affreschi delle scuderie dei Gonzaga.</p>
<p>Da questa si passa nella <strong>Camera di Psiche</strong>, in cui le pareti sono affrescate con un ciclo pittorico che illustra 22 passi del racconto di Amore e Psiche tratto dalle Metamorfosi di Apuleio.</p>
<h4>E poi la splendida <strong>Camera dei Giganti</strong>, ad opera di Giulio Romano, affrescata con scene classiche di gruppi di Titani e antiche divinità pagane.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76722" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Mantova_Palazzo_Te_Innen_Camera_dei_Giganti_Decke_1-scaled-e1608652184667.jpg" alt="" width="800" height="616" /></p>
<p>Oggi Palazzo Te ospita un Centro Internazionale di Arte e Cultura, volto alla promozione artistica e culturale che cura la realizzazione di mostre, pubblicazioni e ricerche scientifiche. Il sottotetto dell’edificio principale ospita il Museo Civico suddiviso in diverse sezioni</p>
<p>Tra queste la donazione di Mondadori che consiste in numerosi dipinti ottocenteschi, la sezione di monete, stampi, pesi e misure raccolti fra ‘300 e ‘700, la collezione egizia che vanta circa 400 pezzi ed infine la raccolta d’arte mesopotamica, donazione dell’architetto mantovano Ugo Sissa.</p>
<h4>Il <strong>Palazzo di San Sebastiano</strong>, invece, è originario del XVI secolo ed è stato costruito per conto di Francesco II Gonzaga.</h4>
<p>Dopo varie destinazioni d’uso, tra cui deposito d’armi, caserma, lazzaretto, scuola, l’edificio fu ristrutturato e riportato al suo antico splendore alla fine del XX secolo.</p>
<p>Un tempo ospitava le imponenti tele dei <strong>“Trionfi di Cesare</strong>” di Andrea Mantegna che, oggi, sono conservati nel palazzo reale di Hampton Court a Londra. L’edificio, originariamente, presentava oltre alle stalle anche un grande loggiato che veniva adibito a teatro per rappresentazioni in occasione del carnevale.</p>
<p>Il Palazzo San Sebastiano oggi è sede del museo della città e racchiude le Collezioni Civiche con opere e reperti di grande valore sia storico che artistico. Tra le sezioni offerte nel percorso di visita figura “<strong>La città e l’acqua</strong>” che spiega, attraverso statue ed epigrafi, il grande valore dei laghi e delle vie fluviali per la città. Segue “<strong>Il sistema delle famiglie</strong>” che decifra gli emblemi presenti nella decorazione delle sale del Palazzo, per chiarirne i significati nascosti, per scoprire le vicende storiche a loro legate.</p>
<p>A questi si aggiungono “<strong>Il culto dell’antico</strong>” che racconta di come il collezionismo rinascimentale ricercasse ed ambisse a possedere i pregiati marmi provenienti da scavi di epoca romana. E poi <strong>“I trionfi del Mantegna</strong>”, in cui viene presentata la serie completa di copie seicentesche dei nove affreschi che il Mantegna dipinse tra il 1486 e il 1492.</p>
<h4>Le origini di <strong>Palazzo d’Arco, </strong>invece, sono più recenti rispetto agli altri palazzi storici di Mantova.</h4>
<p>La sua costruzione risale, infatti, al 1784 ad opera di Antonio Colonna, celebre architetto dell’epoca. Il palazzo è un museo e le sue stanze racchiudono collezioni d’arte e capolavori di varie epoche raccolti nel tempo dalla famiglia d’Arco.</p>
<p>Il Museo di Palazzo d’Arco deve la sua esistenza alla contessa Giovanna dei conti d’Arco, che con atto testamentario ha voluto che il Palazzo e le sue collezioni, diventassero appunto un museo a beneficio della città e del mondo della cultura. Il Palazzo, venne aperto al pubblico nel 1980 e offre le sue sale con mobili, dipinti ed oggetti, esattamente come li lasciò la marchesa Giovanna.</p>
<p>La cosa però che lo rende unico e speciale è la sua atmosfera, dove sembra di ritrovarsi in un’altra epoca in cui odori, luci e rumori sono rimasti inalterati nel tempo. Al suo interno oltre alla splendida <strong>Sala dello Zodiaco</strong>, cinquecentesca opera del Falconetto, si trova una cucina completamente allestita, la sala della musica, la biblioteca, il museo di storia naturale, la camera da letto ed i salotti della marchesa Giovanna.</p>
<h4>Un altro luogo culturalmente importante è il <strong>Teatro Bibiena.</strong></h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76723" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Teatro_Mantova_13384947483-scaled-e1608652390802.jpg" alt="" width="800" height="508" /></p>
<p>Un compiuto esempio di architettura teatrale Rococò, il teatro venne progettato per ospitare sia spettacoli che riunioni scientifiche. Il progetto fu eseguito dal parmense Antonio Galli Bibiena e, completato il 3 dicembre 1769, fu inaugurato ufficialmente.</p>
<p>Poco più di un mese dopo vi tenne un concerto il giovane Wolfgang Amadeus Mozart, al tempo solo quattordicenne, che arrivò a Mantova insieme al padre Leopold in occasione della sua prima tournée italiana.</p>
<p>Il Teatro Bibiena presenta una pianta a campana e segue una struttura con la disposizione di palchetti lignei su più ordini.Antonio Galli Bibiena affrescò personalmente gli interni dei palchetti, mentre la facciata fu realizzata da Giuseppe Piermarini, al quale è dedicato un salone al primo piano del teatro. Ancora oggi nel teatro si tengono rassegne musicali, concerti e convegni.</p>
<p>Due altri edifici possono destare l’interesse di chiunque visiti Mantova. Sono le case di Andrea Mantegna e Giulio Romano, i due grandi artisti, che con la loro creatività hanno disegnato le affascinanti linee della città.</p>
<h4>Un simbolo della genialità dell’artista, <strong>la Casa del Mantegna</strong> splende per armonia di forme e proporzioni.</h4>
<p>Un piccolo capolavoro di arte e architettura mantovana realizzata dall&#8217;artista in persona perché fosse la sua dimora. La Casa del Mantegna fu costruita nel 1476 sul terreno donato all’artista dal Marchese Ludovico II Gonzaga ed abitata dall’artista fino al 1496 che ne decorò anche gli interni.</p>
<p>Una casa semplice, dalla forma cubica all’esterno, mentre all’interno si sviluppa un cortile circolare attorno al quale si dispongono le camere ad uso abitativo, chiaramente ispirato alla struttura della domus romana.</p>
<p>La Casa del Mantegna è un attivo centro d’arte che ospita mostre temporanee e attività di documentazione e ricerca, oltre a raccogliere e conservare documenti e testimonianze riguardanti l’evoluzione dell&#8217;arte mantovana nei secoli, sia nelle stanze al piano terra sia al primo piano.</p>
<p>Giulio romano, invece, dopo essersi stabilito ed affermato a Mantova al servizio dei Gonzaga ristrutturò edifici esistenti e rielaborò una tipologia di palazzo che era stata sviluppata a Roma da Bramante e da Raffaello.</p>
<h4>Dopo averla acquistata, nel 1538, la <strong>casa di Giulio Romano</strong> fu ridisegnata dall’artista.</h4>
<p>Sull&#8217;ingresso una nicchia ospita una statua di Mercurio e sopra i timpani delle finestre vi sono dei mascheroni di tipico gusto manierista. Alcuni ambienti interni furono affrescati dallo stesso Giulio Romano con l’aiuto di alcuni dei suoi allievi, creando così uno dei primi esempi di autobiografia artistica in forma di edificio.</p>
<p>Il grande aspetto culturale di Mantova si traduce anche negli eventi organizzati in città durante l’anno. <strong>Festivaletteratura </strong>è una manifestazione culturale nata nel 1997 che ha luogo nei primi giorni di settembre, durante la quale si svolgono incontri con autori, spettacoli, concerti e installazioni artistiche.</p>
<p>Piazze, chiese, teatri e palazzi ospitano gli eventi del festival. Alcuni di questi ogni anno vengono riproposti, mentre altri vengono inseriti a rotazione. Il Festivaletteratura ha inizio di mercoledì, con l&#8217;inaugurazione alla presenza delle autorità e del comitato organizzatore, e termina la domenica successiva, con l&#8217;evento conclusivo di Piazza Castello.</p>
<h4><strong>Segni d&#8217;infanzia</strong>, a novembre, è un festival internazionale d&#8217;arte e teatro per l&#8217;infanzia.</h4>
<p>Nato nel 2006 da un&#8217;idea di Dario Moretti, è un grande evento artistico rivolto al mondo dell&#8217;infanzia, con particolare attenzione ai bambini dai 18 mesi ai 12 anni. La direzione artistica ed organizzativa del festival, promosso dal Comune di Mantova, è di Teatro all&#8217;improvviso, compagnia professionale di Teatro per ragazzi.</p>
<h4><strong>Mantova Medievale, </strong>invece, è una rievocazione storica che dal 2006 si ripete ogni anno.</h4>
<p>Una manifestazione organizzata fra il mese di agosto e il mese di settembre da La Compagnia della Rosa a.d. 1403. Nel prato di fronte al Castello di San Giorgio viene allestito un villaggio medievale e rievocatori provenienti da tutta Italia e da altri paesi europei animano l&#8217;accampamento e mostrano i loro equipaggiamenti.</p>
<p>Le attrazioni più attese sono il lancio della scure danese, il tiro con l&#8217;arco e i giochi di abilità medievali, mentre la battaglia campale inscenata davanti al Castello di San Giorgio conclude questo evento pittoresco.</p>
<h4>Un altro aspetto della cultura mantovana risiede nella sua arte culinaria, aristocratica per certi versi, semplice e rustica per altri.</h4>
<p>A partire dal <strong>sorbir d’agnoli</strong> o, il <strong>bevr&#8217;in vin</strong>, dal dialetto mantovano bevr&#8217;in ven, ovvero bere nel vino. Una minestra che costituisce l&#8217;aperitivo e l&#8217;antipasto tipico della cucina mantovana.</p>
<p>Pietanza tipicamente invernale, il bevr&#8217;in vin, sempre servito in scodella preriscaldata, viene preparato in differenti modi, con agnolini o tortelli di zucca in brodo di carne e vino. Le varianti consistono esclusivamente nelle diverse tipologie e quantità di vino utilizzate, solitamente Lambrusco, Clinto o Merlot, e nell&#8217;aggiunta facoltativa di formaggio grana grattugiato. Il sorbir rappresenta generalmente l&#8217;apertura al pranzo natalizio</p>
<p>La tradizione viene rispettata anche con gli <strong>agnolini,</strong> una tipologia di pasta all&#8217;uovo ripiena, la cui ricetta viene tramandata di generazione in generazione nelle famiglie. Da mangiare principalmente in brodo, rappresentano la minestra principale della cucina mantovana, quella delle festività e delle occasioni importanti.</p>
<h4>E poi i celebri <strong>tortelli di zucca</strong>, simbolo della cucina mantovana.</h4>
<p>Involucri di sfoglia all&#8217;uovo, di forma rettangolare, farciti con un impasto di zucca cotta al forno o bollita, amaretti, mostarda, formaggio grana e noce moscata.</p>
<p>Il condimento tradizionale dei tortelli di zucca è costituito da burro fuso in tegame, leggermente scurito ed aromatizzato con salvia, che viene versato direttamente nel piatto a cui si aggiunge abbondante grana grattugiato.</p>
<p>Un’ altra specialità tipica della cucina mantovana è il <strong>risotto alla pilota</strong>. Il riso viene cotto in acqua bollente, mentre a parte si fa soffriggere nel burro il trito di carne di maiale.  Una volta cotto il riso si aggiunge il condimento, mescolando il tutto con formaggio grana. Il nome “pilota” deriva dall&#8217; addetto alla &#8220;pila&#8221;, una sorta di mortaio in cui avviene la sbucciatura e la pulitura del riso.</p>
<h4>Una variante di questo piatto è il <strong>risotto col puntèl.</strong></h4>
<p>L’elemento che lo differenzia dal risotto alla pilota è l&#8217;aggiunta, a fine cottura, di una braciola o costina di maiale cotte ai ferri, da mangiare nello stesso piatto.</p>
<p>Un tipico prodotto della tradizione contadina mantovana, invece, sono i <strong>capunsei</strong>, detti anche “gnocchi di pane”. Un piatto molto sostanzioso dalla forma cilindrica affusolata, che può essere consumato in brodo oppure condito con burro fuso o ragù</p>
<p>Tra i secondi si presenta il <strong>luccio in salsa</strong>, piatto di pesce preparato lessando il luccio in acqua con sedano, aglio, cipolla, alloro e mezzo bicchiere di aceto. Al termine della cottura, il pesce viene spolpato, sistemato in un piatto e lasciato raffreddare.</p>
<p>In seguito, sul luccio, viene versato un condimento preparato a caldo con capperi, prezzemolo, aglio e acciughe e poi conservato in frigorifero. Il luccio viene servito il giorno dopo con fette di polenta abbrustolita.</p>
<p>La carne è protagonista con lo <strong>stracotto alla mantovana</strong> che, come suggerisce il nome, richiede un processo di cottura particolarmente lungo. In origine veniva utilizzata la carne d’asino, ma data la difficile reperibilità di questa antica materia prima, attualmente si utilizza la carne di manzo.</p>
<h4>La conclusione del pasto si caratterizza da un’ampia selezione di dolci che deliziano il palato.</h4>
<p>La <strong>sbrisolona</strong> è un altro simbolo culinario di Mantova. Un dolce a base di mandorle, una torta dura, friabile e dal sapore ricco che viene realizzata e servita proprio a pezzi grossolani. Da qui il nome sbrisolona, da &#8220;sbrisa&#8221; ovvero briciola</p>
<p>Come accompagnamento di questa torta, o anche da solo, si può gustare il <strong>sugolo d’uva</strong>, una specie di budino di origini contadine che si prepara nel periodo della vendemmia usando il mosto pigiato legato con la farina.</p>
<p>Un’altra torta golosa e tipica di Mantova è sicuramente la <strong>bignolata</strong>, composta da bignè allo zabaione, cioccolato e panna, mentre la <strong>Torta di Tagliatelle</strong> è uno dei dolci più apprezzati della tradizione locale. Dalla forma rotonda e dal colore giallo-bruno a crosta secca, la sua preparazione avviene in due tempi.</p>
<p>Prima si prepara la sfoglia che arricchisce a strati la torta a tagliatelle sottilissime, ed in seguito l&#8217;impasto di mandorle e zucchero viene inserito nella sfoglia stessa. In tempi lontani la torta veniva preparata il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, per essere consumata durante le feste di Natale</p>
<h4>In tema di festività natalizie, ma non solo, a Mantova trova grande spazio<strong> l’anello di monaco</strong>.</h4>
<p>Un dolce a pasta lievitata, dalla complessa preparazione, che nella forma ricorda una ciambella di notevole altezza, con la parte superiore leggermente sbocciata.</p>
<p>La pasta, di colore giallo intenso, viene intrecciata in lavorazione con un ripieno, generalmente di nocciole a cui vengono aggiunti marroni o composta di frutta. La parte superiore del dolce viene glassata tradizionalmente con zucchero fondente. Oggi, per non coprire la ricchezza degli aromi interni con il sapore dolciastro della glassa, alcuni artigiani preferiscono usare il cioccolato bianco.</p>
<h4>E come delizia finale la <strong>Torta Elvezia</strong>.</h4>
<p>Un dolce costituito da tre dischi rotondi di pasta di mandorle, zucchero e albumi montati, fatti cuocere nel forno e farciti con due strati di zabaione e crema al burro o con altri ingredienti come cioccolato in scaglie e panna montata.</p>
<p><strong><em>Alessandro Campa</em></strong></p>
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		<title>PERUGIA: Capitale Italiana della Cultura 2015</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2020 07:00:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[capitale italiana della cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Perugia, l’incontro tra arte e gusto in una cornice di modernità e tradizione Una città d’arte fra le più dinamiche d’Italia. Perugia, capoluogo dell’Umbria, offre in ogni angolo lo splendido fascino del suo autorevole passato e l’energia del suo vivace presente. La tradizione enogastronomica e artigianale qui convive con grandi eventi e realizzazioni artistiche innovative. Nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-75669" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/umbria-3725921_1280-e1608040914939.jpg" alt="perugia" width="800" height="533" /></h3>
<h3><strong>Perugia, l’incontro tra arte e gusto in una cornice di modernità e tradizione</strong></h3>
<p><span id="more-75665"></span></p>
<p>Una città d’arte fra le più dinamiche d’Italia. Perugia, capoluogo dell’<a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerario-di-viaggio-l-umbria/">Umbria</a>, offre in ogni angolo lo splendido fascino del suo autorevole passato e l’energia del suo vivace presente. La tradizione enogastronomica e artigianale qui convive con grandi eventi e realizzazioni artistiche innovative.</p>
<p>Nel capoluogo umbro sono conservati i resti delle antiche civiltà all’interno di un singolare contesto sociale e culturale. Monumenti che testimoniano secoli di arte e storia tra strade, passaggi sotterranei, vicoli e scalinate.</p>
<p>La scoperta della città è una preziosa esperienza, che sorprende da subito con la sua distintiva cinta muraria etrusco-romana assieme a quella medievale.</p>
<h4>Arrivati a Perugia, e precisamente in Piazza Italia, una delle cose più importanti da vedere è la <strong>Rocca Paolina</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-75666" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Rocca_Paolina_a_Perugia-e1608040388202.jpg" alt="" width="800" height="534" /></p>
<p>Un’antica fortificazione del Cinquecento, voluta da Papa Paolo III  con l’intenzione di trasformare Perugia in una cittadella fortificata per annetterla allo Stato della Chiesa. <strong>Fino all’Unità d’Italia rappresentò il simbolo del potere, anche militare, dei pontefici in terra umbra</strong>.</p>
<p>Per costruire la sua roccaforte, Papa Paolo III fece abbattere centinaia di abitazioni, chiese e monasteri, procurandosi l’<strong>avversione dei perugini</strong> che più di una volta, nel corso dei secoli, assaltarono e danneggiarono la Rocca.</p>
<p>Alla fine, dopo oltre 300 anni, la fortificazione venne distrutta nel 1860. Dell’intera rocca, oggi, sopravvivono soltanto piccoli frammenti che spesso vengono utilizzati come sedi di manifestazioni culturali e mercatini.</p>
<h4>Una particolarità di questo edificio riguarda la <strong>Porta Marzia</strong>, una delle porte più antiche della città che originariamente non si trovava nella posizione odierna.</h4>
<p>La Rocca Paolina fu progettata dall’architetto Antonio da Sangallo, che inquadrò, all’interno dei bastioni, l’antichissima Porta Marzia realizzata dagli Etruschi nel III secolo a. C. Ancora oggi, sulle sue mura, si possono osservare le decorazioni in stile italo-corinzio che testimoniano l’antico passato della città.</p>
<p>La visita a Perugia prosegue sullo splendido <strong>Corso Vannucci</strong>, via principale del centro storico, dedicata a  Pietro Vannucci, detto “il Perugino”, l’artista che fu maestro di Raffaello. Percorrendo questa strada si arriva a <strong>Piazza IV Novembre</strong>, cuore del centro cittadino, luogo simbolo di Perugia e uno degli angoli più pittoreschi della città.</p>
<p>Sulla piazza si presentano meravigliosi edifici che contraddistinguono Perugia, tra cui sicuramente una delle strutture religiose più rappresentative della città come la <strong>Cattedrale di San Lorenzo.</strong></p>
<h4>La chiesa, progettata nel Trecento, ha assunto le forme attuali nel XV secolo.</h4>
<figure id="attachment_75667" aria-describedby="caption-attachment-75667" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-75667 size-full" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Perugia_cattedrale_di_San_Lorenzo_004-e1608042051859.jpg" alt="" width="800" height="534" /><figcaption id="caption-attachment-75667" class="wp-caption-text">Foto di Gianni Careddu</figcaption></figure>
<p>L&#8217;esterno, lasciato incompiuto, presenta facciata e fiancata rivestiti con marmo rosso e bianco.  La facciata si apre su piazza Danti ed è ravvivata da un portale barocco del 1729 opera di Pietro Carattoli.</p>
<p>La fiancata, invece, è caratterizzata da un portale dell&#8217;Alessi del 1538 sopra il quale, in una nicchia, è collocato il Crocifisso ligneo che i perugini deposero nel 1540 durante la guerra del sale contro papa Paolo III.</p>
<p>Tra le opere conservate nella chiesa si ricordano il sarcofago del vescovo Giovanni Andrea Baglioni opera di Urbano da Cortona del 1451 e la grande tela di Giovanni Antonio Scaramuccia con la Vergine fra i patroni della città e i Santi Agostino, Domenico e Francesco.</p>
<h4>Ma all’interno della Cattedrale di San Lorenzo è presente un altro prezioso elemento come la <strong>reliquia dell’Anello nuziale della Vergine</strong>.</h4>
<p>L&#8217;anello, inserito in un apposito reliquiario, è racchiuso in una cassaforte con sette serrature e posto ad otto metri di altezza dentro un vano protetto da inferriata dorata.</p>
<p>Il sant&#8217;Anello viene mostrato solo due volte all&#8217;anno: tra il 29 e il 30 luglio e nella penultima domenica di gennaio, quando si celebra la festa dello Sposalizio e vengono benedetti gli anelli nuziali.</p>
<h4>Sempre su Piazza IV Novembre spicca<strong> la Fontana Maggiore</strong>, progettata da Frà Bevignate da Cingoli e realizzata tra il 1275 ed il 1277 in pietra di Assisi.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-75668" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Fontana_Maggiore_Perugia-scaled-e1608040726328.jpg" alt="" width="800" height="600" /></p>
<p>La fontana è costituita da due vasche marmoree poligonali e decorata da un gruppo bronzeo di figure femminili dal quale sgorga l&#8217;acqua.</p>
<p>La vasca inferiore, completamente in marmo bianco, è composta da 25 specchi ciascuno suddiviso in due formelle. Le cinquanta formelle si articolano in base ai principali argomenti trattati, come ad esempio la rappresentazione dei dodici mesi dell’anno con relativi segni zodiacali, le otto arti liberali, le storie del Vecchio Testamento , la storia mitica della fondazione di Roma.</p>
<p>Nella vasca superiore, agli spigoli, sono posizionate 24 statue che rappresentano santi e protagonisti mitologici e biblici del vecchio e nuovo testamento.</p>
<h4>La vasca deve essere letta come una rosa dei venti, in cui ogni punto cardinale raffigura dei personaggi fondamentali, ciascuno collegato ad altri a loro pertinenti.</h4>
<p>Al tempo della sua costruzione vi fu una grande partecipazione della cittadinanza intera, che fu anche chiamata in causa a livello finanziario. Data la spesa elevata che il comune perugino doveva sostenere, venne richiesto alla popolazione il versamento di una somma di denaro, ognuno a seconda del proprio mestiere. Il denaro, contrariamente ad ogni previsione, tra il gennaio e l&#8217;aprile del 1286, venne riconsegnato ai cittadini in base a quanto stabilito dai patti.</p>
<p>Altro edificio simbolo della città è <strong>Palazzo dei Priori</strong>, che si mostra in tutta la sua eleganza su Piazza IV Novembre e lungo un lato di Corso Vannucci. L&#8217;imponente struttura risalta subito all&#8217;occhio per la sua maestosità e rappresenta una straordinaria espressione architettonica dello spirito comunale locale.</p>
<h4>Il Palazzo dei Priori fu costruito in diverse fasi tra il XIII e il XV secolo.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-75669" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/umbria-3725921_1280-e1608040914939.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>Le asimmetrie e l&#8217;andamento irregolare della facciata si spiegano proprio attraverso la graduale realizzazione e le successive modifiche.</p>
<p>Le vicende dei suoi merli sono note ai perugini. Il perimetro merlato del tetto del palazzo, simbolo nel potere indipendente del comune, venne fatto demolire dai pontefici nel 1610 come dimostrazione della superiorità del potere della Chiesa Romana, per poi essere ricostruito solo con l&#8217;Unità d&#8217;Italia.</p>
<p>All’interno di Palazzo dei Priori è necessario soffermarsi ad ammirare alcune delle sue sale finemente decorate. Tra le più importanti la <strong>Sala dei Notari</strong>, completamente affrescata con leggende, storie bibliche e con gli stemmi delle famiglie al potere e dei capitani del popolo che governarono la città nel Trecento.</p>
<p>A questa si accede direttamente da Piazza IV Novembre, attraverso la maestosa scalinata che conduce al portone gotico sormontato dal Grifo e dal Leone, simboli della città di Perugia e dei Guelfi.</p>
<h4>La Sala dei Notari nasceva come sede per le assemblee popolari del libero comune di Perugia.</h4>
<p>Fino al 1582 era conosciuta con il nome di Sala del Popolo, ma in quella data cambiò uso e denominazione, prendendo il suo nome attuale. La grande sala rettangolare è sorretta da otto robusti archi trasversali a tutto sesto, mentre lungo il suo perimetro sono stati sistemati stalli e sedili, ricostruiti sui modelli originali del Cinquecento.</p>
<p>La visita di Palazzo dei Priori non può tralasciare la bellissima sala delle udienze del <strong>Collegio del Cambi</strong>o. Il potere dei banchieri perugini viene qui rappresentato dalle meravigliose volte affrescate dal Perugino  con l’aiuto del suo più illustre allievo Raffaello.</p>
<p>Più semplici, ma comunque affascinanti le sale del <strong>Collegio della Mercanzia</strong> che accoglievano, nel Palazzo dei Priori, le corporazioni mercantili. Le sue volte sono interamente rivestite di decorazioni in legno in un vero capolavoro del tardo gotico.</p>
<p>Il Palazzo dei Priori oggi è sede del Comune di Perugia, ma soprattutto ospita la <strong>Galleria Nazionale dell&#8217;Umbria</strong>, che costituisce un viaggio dall&#8217;arte sacra al Rinascimento. Una vera e propria immersione nelle opere che spaziano dal XIII al XIX secolo.</p>
<p>La Galleria conserva la raccolta museale più ricca e completa di tutta l&#8217;Umbria, con i pezzi più pregevoli degli artisti umbri e alcune delle più significative testimonianze artistiche dell&#8217;Italia centrale,</p>
<p>Qui, infatti, oltre ad alcune opere del Perugino, è possibile ammirare anche i lavori del Pinturicchio e di Piero della Francesca grazie ad un percorso espositivo che ha raccolto in sequenza cronologica una vasta tipologia di opere, dai dipinti su tavola o tela, agli affreschi murali fino alle sculture in legno e pietra.</p>
<p>Tra i capolavori conservati nella Galleria sono sicuramente da citare le opere del Perugino come la Pala Signorelli del 1517 e soprattutto il Polittico di Sant&#8217;Agostino, mentre tra le opere del Pinturicchio risalta l&#8217;imponente Pala di Santa Maria dei Fossi del 1498.</p>
<p>Le grandi finestre di alcune sale della Galleria si aprono proprio sul corso o sulla piazza sottostanti e permettono alla luce naturale di diffondersi all&#8217;interno, illuminando le opere esposte, offrendo così un valore aggiunto alla visita della galleria.</p>
<p>Poco distante da Palazzo dei Priori ci si imbatte in <strong>Palazzo Sorbello</strong>, residenza seicentesca nei cui sotterranei si trova la più monumentale tra le opere di ingegneria e architettura idraulica etrusca.</p>
<h4>Il <strong>Pozzo etrusco</strong>, infatti, è uno splendido esempio dell’abilità costruttrice dell’epoca.</h4>
<p>L&#8217;opera è stata realizzata nella seconda metà del III secolo a.C., sulla base delle somiglianze tecniche riscontrate con la cinta muraria della città. Una grande testimonianza dello sviluppo urbanistico raggiunto da Perugia in epoca etrusca.</p>
<p>La struttura aveva duplice funzione di pozzo e cisterna ed era alimentata da acque sorgive. Il Pozzo etrusco è caratterizzato da una cavità cilindrica che per dodici metri ha un diametro di circa sei metri ed è rivestita da grandi blocchi simili a quelli utilizzati per le mura etrusche della città.</p>
<p>Dopo un restringimento, il pozzo assume un diametro di circa tre metri e raggiunge una profondità di quasi quaranta metri, alimentato da tre sorgenti d’acqua perenni. Il pozzo presenta una copertura formata da due strutture portanti costituite da quattro grandi blocchi di travertino, due orizzontali e due obliqui, sostenute da una chiave di volta centrale.</p>
<h4>Un sistema che serviva a rinforzare una pavimentazione a lastroni di travertino da cui ricavare la bocca di attingimento dell&#8217;acqua.</h4>
<p>La capacità massima calcolata ammonta a 424.000 litri, risultando la più grande tra i vari pozzi e cisterne della città in uso fino alla costruzione del primo acquedotto pubblico del XIII secolo.</p>
<p>Proprio quest’ultimo ha rappresentato una vera e propria sfida alle difficili condizioni del terreno cittadino, caratterizzato da ampi dislivelli. L’acquedotto medievale di Perugia sfruttava esclusivamente la pendenza dei suoi vari tratti per trasportare l’acqua e approvvigionò la città fino al 1850 circa, quando vennero realizzate opere idrauliche più moderne.</p>
<p>Oggi, ciò che rimane dell’antico acquedotto è stato riconvertito in strada, fornita di balaustre di sicurezza e di una comoda pavimentazione a scale. Il tratto più affascinante si distende da Porta Sant’Angelo fin nei pressi della Fontana Maggiore, che un tempo riceveva l’acqua proprio da questo impianto. Qui è possibile fare una meravigliosa ed incantevole passeggiata tra le colorate case del centro medievale.</p>
<h4>Un’altra antica ed importante eredità è<strong> l’Arco Etrusco, </strong>che rappresenta la più integra e monumentale delle porte etrusche cittadine.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-75670" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/ARCO_ETRUSCO-scaled-e1608041100511.jpg" alt="" width="800" height="555" /></p>
<p>Di fronte ecco <strong>Palazzo Gallenga-Stuart</strong>, la sede principale dell&#8217;<strong>Università per Stranieri di Perugia</strong>.</p>
<p>La <strong>Piazza Fortebraccio</strong>, su cui affaccia il palazzo, è infatti il luogo di ritrovo dei numerosi studenti stranieri che frequentano questa università, finalizzata alla conoscenza ed alla diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo.</p>
<p>Una visita al palazzo è consigliata per ammirare la sua architettura in stile tardo-barocco, ma anche per vedere le sue sale riccamente decorate. L&#8217;interno è abbellito da affreschi del Giuli e del Carattoli, mentre in aula magna si può ammirare il dipinto dell&#8217;apoteosi di Roma del pittore futurista Gerardo Dottori.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-75671" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Perugia_Università_degli_stranieri-scaled-e1608041253764.jpg" alt="" width="800" height="532" /></p>
<p>Un’ulteriore testimonianza del passato è anche la <strong>Porta Trasimena</strong>, uno dei varchi di accesso alla Perugia etrusca che conduceva lungo la via del lago Trasimeno. Nei pressi della porta si trova la <strong>Chiesa di San Francesco al Prato</strong>, a cui si affianca a sinistra l’oratorio di San Bernardino.</p>
<p>Fondata dai francescani minori nel XIII secolo, seguendo la configurazione dell’edificio Superiore di San Francesco in Assisi, la chiesa, fin dalla sua creazione, divenne simbolo di devozione delle maggiori famiglie della città. Queste vi fecero costruire i loro sepolcri all’interno, realizzando così un vero e proprio pantheon di Perugia.</p>
<p>Questa chiesa così celebre e ricca di capolavori fu però vittima di numerosi problemi di staticità, poggiando su un terreno cedevole. Sin dal XV secolo, si resero necessari continui lavori di consolidamento e restauro fino a quando nel Settecento la chiesa venne integralmente ripristinata su progetto di Pietro Carattoli</p>
<p>L’elevato peso dei nuovi contrafforti, però, accelerò il cedimento della collina e a meno di un secolo di distanza dall’intervento del Carattoli fu necessario demolire la cupola, le volte di navata e del transetto e parte dei muri absidali.</p>
<p>La ricostruzione della facciata venne effettuata nel 1926 ad opera di Pietro Angelici. Questa fu rifatta sul modello di quella antica e si presenta con rivestimento geometrico bianco e rosa e tarsie colorate.</p>
<p>La chiesa ospitava al suo interno opere d’arte di straordinaria importanza.  Tra le più significative, la Deposizione Baglioni e l’Incoronazione della Vergine di Raffaello, oggi rispettivamente conservate nella Galleria Borghese e nella Pinacoteca Vaticana di Roma.</p>
<h4>La chiesa, attualmente sconsacrata e scoperchiata, da alcuni anni è sede dell’<strong>Accademia di Belle Arti di Perugia</strong>.</h4>
<p>A Perugia, gli appassionati di musica e gusto possono partecipare a due eventi di notevole rilevanza. Per quanto riguarda i primi, nel mese di luglio, si svolge <strong>Umbria Jazz</strong>, uno degli appuntamenti più famosi ed importanti d’Italia. In contemporanea hanno luogo anche i seminari della Berklee Summer School at Umbria Jazz Clinics, organizzati dal Berklee College of Music di Boston.</p>
<p>Per circa dieci giorni la città di Perugia accoglie ed ospita il meglio del jazz, e non solo, italiano ed internazionale, tra l&#8217;Arena Santa Giuliana, il Teatro Pavone, l&#8217;Oratorio Santa Cecilia, Piazza IV Novembre ed altri luoghi d&#8217;eccezione.</p>
<p>Il Festival nacque ufficialmente il 23 Agosto 1973 e la formula della manifestazione dei primi anni presentava alcune differenze rispetto allo svolgimento attuale. <strong>In origine, infatti, il festival era gratuito ed itinerante, svolgendosi in alcuni tra i luoghi più belli dell’Umbria</strong>.</p>
<p>Negli anni, però, una serie di problematiche logistiche hanno modificato alcune caratteristiche del festival fino ad interromperlo per un periodo.</p>
<h4>La ripartenza è avvenuta nel 1982, anno in cui Umbria Jazz ha acquisito il programma attuale.</h4>
<p>L’evento, infatti, è diventato permanente, si è stabilito nel centro storico di Perugia e ha accolto non solo jazz ortodosso, ma anche alcune parentesi musicali di pop-rock, come hanno testimoniato le partecipazioni di Elton John, Carlos Santana ed Eric Clapton.</p>
<p>Per ciò che interessa il gusto, invece, nel mese di ottobre tutta la città di Perugia si trasforma in una grande cioccolateria a cielo aperto. Durante questo periodo si svolge <strong>Eurochocolate,</strong> evento interamente dedicato al cioccolato e al suo universo, tra stand, sculture di cioccolato e gadget a tema.</p>
<h4>Perugia è nota anche per la <strong>Perugina,</strong> storico marchio di prodotti dolciari specializzato in cioccolato.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-75673" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Storia-perugina-primo-negozio-1919-min.jpg" alt="" width="960" height="420" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Storia-perugina-primo-negozio-1919-min.jpg 960w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Storia-perugina-primo-negozio-1919-min-300x131.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Storia-perugina-primo-negozio-1919-min-768x336.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>I più golosi possono fare tappa alla <strong>Casa del Cioccolato</strong> per vivere un&#8217;esperienza unica. Il percorso dedicato al cioccolato inizia nel Museo Storico, per scoprirne storia e curiosità, e prosegue nella Scuola del Cioccolato, dove è possibile cimentarsi in cucina ed imparare le arti di questo dolce mestiere.</p>
<p>Per continuare a soddisfare il palato è necessario conoscere anche la cultura gastronomica di Perugia. Ed ecco gli Strangozzi, chiamati anche <strong>stringozz</strong>i, fettuccine fatte in casa tipiche del territorio umbro, al tartufo o alla norcina.</p>
<h4>Poi la celebre <strong>Torta al testo</strong>, conosciuta anche come crescia.</h4>
<p>Un prodotto alimentare tipico della gastronomia umbra che si compone di un impasto di acqua, farina, bicarbonato e sale, a cui viene data forma piatta e rotonda.</p>
<p>La cottura avviene, da tradizione, su di una piastra rotonda in ghisa detta «testo», da cui il nome del prodotto. La si può gustare al naturale o farcita con prosciutto, salsiccia cotta, verdure lessate, porchetta, stracchino e rucola. Un buon abbinamento per questi piatti sono gli ottimi vini bianchi e rossi del territorio. Perugia, infatti, è parte della <strong>Strada dei Vini del Cantico</strong> e della <strong>Strada del Vino Colli del Trasimeno.</strong></p>
<h4>Dal salato al dolce con la <strong>Ciaramicola,</strong> tipico dolce pasquale della provincia di Perugia.</h4>
<p>Una torta a forma di ciambella, di colore rosso con glassa bianca e confettini colorati di copertura. Un dolce nato come inno alla città di Perugia che rappresenta i cinque rioni di Porta Sole, Porta Sant&#8217;Angelo, Porta Susanna, Porta Eburnea e Porta San Pietro.</p>
<p>Il <strong>Torcolo di San Costanzo</strong> ha una forma simile alla Ciaramicola, ma è composto da cedro candito, uva sultanina e pinoli. Un dolce tipico di Perugia che viene preparato il 29 gennaio, giorno della festa di san Costanzo, uno dei patroni della città.</p>
<h4>Poi il <strong>Torciglione,</strong> dolce secco a base di mandorle con una forma a spirale che ricorda un serpente attorcigliato.</h4>
<p>Originario del lago Trasimeno, un tempo veniva consumato durante le festività natalizie fino a capodanno, mentre oggi si produce durante tutto l’arco dell’anno. E per concludere <strong>le Pinoccate</strong>, bianche, alla vaniglia, oppure nere, al cioccolato, che presentano una caratteristica forma a rombo, densa di zucchero e pinoli.</p>
<p><em><strong>Alessandro Campa</strong></em></p>
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		<title>LECCE: Capitale Italiana della Cultura 2015</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2020 07:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Lecce, elegante tesoro barocco nel tacco dello stivale Il punto più a sud della Puglia ospita una piccola città piena di meraviglie artistiche e culturali. Lecce si presenta come una preziosa bomboniera che merita di essere conosciuta. Un lungo viaggio, certo, quasi fino alla fine dell’Italia. Ma una volta raggiunta la meta si resta estasiati da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_74453" aria-describedby="caption-attachment-74453" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-74453" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Piazza_Del_Duomo_Lecce_Italy_Travel_Photography_171395721-e1607342820779.jpeg" alt="lecce" width="800" height="417" /><figcaption id="caption-attachment-74453" class="wp-caption-text">If you like my pictures please support me buying a print from my shop http://www.pixael.com/en/pictures thanks!  You can follow me on https://www.facebook.com/giuseppemilophoto https://twitter.com/pixael_com https://instagram.com/pixael/</figcaption></figure>
<h3>Lecce, elegante tesoro barocco nel tacco dello stivale</h3>
<p><span id="more-74450"></span></p>
<p>Il punto più a sud della <a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerario-di-viaggio-la-puglia/">Puglia</a> ospita una <strong>piccola città piena di meraviglie artistiche e culturali</strong>. Lecce si presenta come una preziosa bomboniera che merita di essere conosciuta. Un lungo viaggio, certo, quasi fino alla fine dell’Italia. Ma una volta raggiunta la meta si resta estasiati da un luogo così seducente.</p>
<p>Lecce è una città da scoprire rigorosamente a piedi per godere della bellezza che la caratterizza e del fascino che risiede in ogni suo vicolo. La visita del capoluogo salentino può iniziare attraversando l’arco di <strong>Porta Napoli</strong> e inoltrandosi nel centro storico.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74451" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Porta_Napoli_a_Lecce-scaled.jpg" alt="" width="2000" height="1500" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Porta_Napoli_a_Lecce-scaled.jpg 2000w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Porta_Napoli_a_Lecce-300x225.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Porta_Napoli_a_Lecce-1024x768.jpg 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Porta_Napoli_a_Lecce-768x576.jpg 768w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Porta_Napoli_a_Lecce-1536x1152.jpg 1536w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Porta_Napoli_a_Lecce-2048x1536.jpg 2048w" sizes="(max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></p>
<h4>Da qui si percorre via Palmieri, in cui poter ammirare palazzi nobiliari e luoghi culturali come il <strong>Teatro Paisiello</strong>.</h4>
<p>Un omaggio al grande musicista Giovanni Paisiello, l’edificio rappresenta un tipico esempio architettonico di “teatro all’italiana” che si diffuse tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600. Progettato da Oronzo Bernardini e sorto su un precedente teatro settecentesco in legno, fu ricostruito in pietra con delle decorazioni delicatissime i cui lavori furono affidati a maestranze napoletane.</p>
<p>Nell’atrio principale del teatro sono da notare il pianoforte appartenente al grande tenore Tito Schipa e due nicchie che ospitano i busti di Giovanni Paisiello e Leonardo Leo, importante musicista salentino. Poco più di trecento posti a sedere regalano un ambiente intimo, elegante e pieno di energia, ideale per ospitare spettacoli di prosa, balletti ed eventi prestigiosi.</p>
<h4>Proseguendo la passeggiata lungo l’affascinante via Palmieri si resta di colpo incantati trovandosi di fronte a <strong>Piazza Duomo</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74452" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Piazza_Duomo-scaled.jpg" alt="" width="2000" height="1500" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Piazza_Duomo-scaled.jpg 2000w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Piazza_Duomo-300x225.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Piazza_Duomo-1024x768.jpg 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Piazza_Duomo-768x576.jpg 768w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Piazza_Duomo-1536x1152.jpg 1536w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Piazza_Duomo-2048x1536.jpg 2048w" sizes="(max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></p>
<p>Uno scenario unico in cui la vivacità dell’arte barocca risplende in tutta la piazza, valorizzata ancora di più dalla morbida e friabile <strong>pietra leccese</strong> che, in alcune ore del giorno, si tinge di rosa grazie ai giochi di luce disegnati dal sole al tramonto.</p>
<p>Una particolare piazza chiusa su tre lati. Un grande cortile, poi modificato, che risale al tempo del vescovo Gerolamo Guidano. Ad esso si accede passando sotto lo sguardo attento di Sant’Oronzo, Sant’Irene, Santa Venera e i Padri della Chiesa, posizionati sui propilei che hanno sostituito i muri originali di ingresso.</p>
<p>A sinistra della piazza si erge maestoso il campanile, mentre al centro la Cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta e, in posizione più arretrata, l&#8217;episcopio. Sulla destra, infine, si trova il seminario.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-74453" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Piazza_Del_Duomo_Lecce_Italy_Travel_Photography_171395721-e1607342820779.jpeg" alt="" width="800" height="417" /></p>
<p>Un<strong> campanile </strong>di quasi 71 metri<strong>, </strong>tra i più alti d’Europa che, una volta arrivati in cima, offre una vista sul mar Adriatico ad una decina di chilometri di distanza, ma anche sulle montagne dell’Albania se il cielo è particolarmente limpido.</p>
<p>Costruito tra il 1661 e il 1682 dall&#8217;architetto leccese Giuseppe Zimbalo, il Campanile, nella sua attuale versione, sostituì la precedente torre campanaria normanna voluta da Goffredo d’Altavilla e crollata agli inizi del Seicento.</p>
<h4>Poi la <strong>Cattedrale,</strong> gioiello di piazza Duomo, che rispetto all’ingresso della piazza, si trova collocata in modo parallelo e accoglie così chiunque la visiti.</h4>
<p>Il <strong>Duomo di Lecce</strong> venne eretto una prima volta nel 1144 per volere del conte normanno Goffredo II e la seconda nel 1230, grazie alla generosità dei leccesi e all’impegno del vescovo Roberto Volturio, che volle onorare l’antica patrona Sant’Irene.</p>
<p>A partire dal 1659 anche questo fu ricostruito dall’architetto leccese Giuseppe Zimbalo, per volontà del vescovo Luigi Pappacoda, desideroso di un Duomo più capiente per Lecce e che legò così il suo nome a uno dei capolavori dell’arte barocca. All’interno, una penombra soffusa avvolge le navate. Nella cripta a pianta quadrata, invece, realizzata nel 1517, quattro file di colonne sono arricchite da capitelli romanici.</p>
<p>La straordinaria bellezza di Piazza Duomo, già ricca del Campanile e del Duomo, continua con l’<strong>Episcopio</strong>, dimora dell’Arcivescovo e insieme sede della Curia leccese. Fu eretto una prima volta nel quindicesimo secolo, ma poi ricostruito e ampliato nei secoli successivi.</p>
<p>All&#8217;interno l’abitazione del vescovo, gli appartamenti di rappresentanza e gli uffici della Curia, a cui si aggiunge un’ampia galleria in cui si possono ammirare la statua policroma dell&#8217;Assunta e alcuni dipinti, tra cui una Vergine col Bambino del Catalano e la Crocifissione di San Pietro di Luca Giordano.</p>
<h4>Il<strong> Seminario</strong> di Piazza Duomo, invece, rappresenta un insieme di tesori artistici ed è il simbolo dell’autorità ecclesiastica e spirituale della Chiesa sulla comunità leccese.</h4>
<p>Realizzato su progetto dell’architetto Giuseppe Cino per volontà del vescovo Michele Pignatelli, i suoi lavori iniziarono nel 1694 e fu inaugurato nel 1709.</p>
<p>L’edificio, oggi, ospita sia <strong>l’Archivio diocesano</strong> e la <strong>Biblioteca innocenziana</strong> che il <strong>Museo diocesano d’arte sacra di Lecce.</strong> L&#8217;ingresso presenta, lateralmente, otto busti in pietra leccese che raffigurano i dottori della Chiesa. All&#8217;interno dell’edificio una cappella del 1696 custodisce tele di San Gregorio Taumaturgo, di San Vincenzo di Saragozza e di Santa Domenica.</p>
<p>La Biblioteca innocenziana contiene oltre diecimila volumi, anche di epoca quattrocentesca e cinquecentesca, oltre ad opere d’arte e ornamenti sacri che testimoniano la forza artistica ed economica della Curia leccese nei corso dei secoli.</p>
<p>Visitare Piazza Duomo offre la sensazione di aver potuto ammirare dal vivo un luogo dal fascino eccezionale che nel diciassettesimo secolo ospitava una fiera, detta “<strong>Spasa del Monsignore</strong>”, nella quale si vendevano prodotti della terra, giocattoli artigianali e terraglie.</p>
<h4>Una volta usciti da Piazza Duomo si prosegue per Corso Vittorio Emanuele II dove si incontra la Chiesa di <strong>Sant’Irene</strong>, precedente patrona di Lecce.</h4>
<p>ùConsiderata il capolavoro del teatino Francesco Grimaldi, fu costruita dal 1591 al 1639 da maestranze leccesi.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74454" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Lecce_Chiesa_di_SantIrene_dei_Teatini-scaled-e1607342920993.jpg" alt="" width="800" height="600" /></p>
<p>L&#8217;edificio rimanda al modello della basilica di Sant&#8217;Andrea della Valle a Roma. La facciata si compone di un impianto a doppio ordine. Le colonne risultano intervallate nell&#8217;ordine inferiore da nicchie vuote, mentre nell&#8217;ordine superiore da una grande finestra.</p>
<p>Lo spazio centrale dell&#8217;ordine inferiore accoglie il portale, sormontato dalla statua in pietra di Santa Irene, opera di Mauro Manieri del 1717, mentre la facciata è coronata da un timpano triangolare che raffigura al centro le insegne dell&#8217;ordine dei teatini.</p>
<p>A pochi metri la maestosa e splendida <strong>Chiesa di Santa Chiara</strong> rimasta incompiuta. La chiesa che si ammira ancora oggi fu ricostruita tra il 1687 e il 1691 su progetto di Giuseppe Cino, fra i più autorevoli architetti del barocco leccese. Il prospetto incompiuto è a due ordini e leggermente convesso, mostrandosi quasi in chiaroscuro per via dell’articolata decorazione.</p>
<p>La bellezza dell’esterno è accompagnata dalla magnifica ricchezza decorativa interna degli altari, che sembrano ricamati nella pietra. Ma l’elemento di maggiore attrazione è il controsoffitto, totalmente in cartapesta. Uno dei rarissimi esempi rimasti di questo genere di coperture, che venne realizzato in pannelli distinti poi montati insieme da molte botteghe che sorsero nell&#8217;area stessa della chiesa.</p>
<h4>Da qui si passa accanto all’ <strong>all’ex Monastero delle Clarisse</strong>, oggi sede del <strong>MUST- Museo Storico della Città.</strong></h4>
<p>Il bellissimo monastero attiguo alla Chiesa di Santa Chiara ospitava le suore francescane di clausura che, con ogni probabilità, lo hanno abitato fino alla fine dell’Ottocento.</p>
<p>Oggi, invece, con l’eleganza degli ambienti ristrutturati e il candore della calce e della pietra leccese, accoglie gli ospiti delle meravigliose sale espositive, nelle quali sono custoditi reperti e testimonianze di varie epoche della storia cittadina.</p>
<p>Oltre alle mostre di arte contemporanea che si organizzano al suo interno, un’esposizione permanente è dedicata alle opere di Cosimo Carlucci, donate alla città di Lecce negli anni Ottanta dallo scultore salentino apprezzato a livello internazionale.</p>
<h4>Si fa un passo indietro nella storia, perché da queste parti si incontra l’antico <strong>Teatro Romano</strong>.</h4>
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<p>Probabilmente databile all’epoca dell’Impero di Augusto, fu scoperto per caso nel 1929 durante i lavori eseguiti nei giardini di due palazzi vicini.</p>
<p>Gli scavi riportarono alla luce la cavea con diametro esterno di 40 metri e diametro interno 19 metri. Alla zona dell&#8217;orchestra, che era il luogo riservato all&#8217;evoluzione del coro, si accedeva mediante una stretta galleria coperta. Davanti all&#8217;orchestra, pavimentata a lastre rettangolari di calcare bianco, si notano tre larghi gradini che girano a semicerchio sui quali venivano, all&#8217;occorrenza, collocati seggi mobili riservati ai notabili.</p>
<p>Attualmente tutti i reperti facenti parte del teatro romano di Lecce sono custoditi nell&#8217;adiacente museo omonimo. Si presume che il teatro potesse ospitare un pubblico di oltre 5.000 spettatori, per il quale venivano rappresentate tragedie e commedie. Oggi è possibile visitarlo esternamente ed entrare all&#8217;interno grazie ai frequenti spettacoli che ancora lo animano.</p>
<h4>Sempre della stessa epoca è l’<strong>Anfiteatro Romano</strong>, nella centralissima piazza Sant&#8217;Oronzo.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74457" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Lecce-teatro-romano-scaled-e1607343113249.jpg" alt="" width="800" height="535" /></p>
<p>Entrambi rappresentano i monumenti più espressivi dell&#8217;importanza raggiunta da Lupiae, l&#8217;antenata romana di Lecce, tra il I e il II secolo d.C.</p>
<p>Augusto, ancor prima di diventare imperatore, passò da Lupiae in un momento particolarmente turbolento. Dopo l’uccisione di Giulio Cesare, cercando in qualche modo di sdebitarsi con l’ospitalità ricevuta si ricordò di Lupiae finanziando la costruzione di questi due grandi edifici da spettacolo.</p>
<p>L’Anfiteatro venne scoperto durante i lavori di costruzione del palazzo della Banca d&#8217;Italia, effettuati nei primi anni del &#8216;900.  Le operazioni di scavo per riportare alla luce i resti dell&#8217;anfiteatro iniziarono quasi subito, grazie alla volontà dell&#8217;archeologo salentino Cosimo De Giorgi e si protrassero sino al 1940.</p>
<h4>Attualmente è possibile ammirare solo un terzo dell&#8217;intera struttura, in quanto il resto rimane ancora nascosto nel sottosuolo di piazza Sant&#8217;Oronzo.</h4>
<p>L&#8217;altezza dell&#8217;arena originale era ben superiore rispetto a quella odierna. L&#8217;anfiteatro misurava all&#8217;esterno 102 x 83 metri e poteva contenere circa 25.000 spettatori.</p>
<p>Gli scavi archeologici hanno portato alla luce alcune parti della struttura, in parte scavata nella pietra e in parte costruita su arcate in opera quadrata. Intorno all’arena dalla forma ellittica si aprono le gradinate e due corridoi anulari. Il primo corre sotto le gradinate, il secondo, porticato, è esterno, con i robusti pilastri su cui poggiava l’ordine superiore scandito da archi, come nel Colosseo e nell’Arena di Verona. Oggi, l’Anfiteatro è utilizzato per manifestazioni artistiche e teatrali durante la stagione estiva.</p>
<h4>Ed ecco poi <strong>Piazza Sant’Oronzo</strong>, una delle piazze più belle della Puglia e simbolo della storia millenaria di Lecce.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74466" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/lecce-962092_1280-e1607345122534.jpg" alt="" width="800" height="600" /></p>
<p>Uno spazio in cui convivono in armonia stili e forme architettoniche di epoche diverse. Un luogo identitario, culla della vita pubblica della città e tradizionale luogo di incontro dei leccesi.</p>
<p>La piazza, nella sua forma attuale, nacque sulle ceneri del quartiere delle botteghe, raso al suolo quando Piazza Sant’Oronzo era chiamata “piazza dei mercanti”, ben distinta dalla “piazza sacra” che era Piazza Duomo. Un tempo, infatti, era il luogo in cui si svolgevano tutte le attività mercantili della città</p>
<p>La <strong>statua bronzea di Sant’Oronzo</strong>, patrono della città, realizzata a Venezia nel 1739, veglia sui cittadini dall’alto della sua colonna romana di 29 metri che un tempo segnava la fine della via Appia a Brindisi.</p>
<p>Sotto l’occhio attento del Patrono anche <strong>l’Ovale </strong>della piazza, realizzato nel 1930 da Giuseppe Nicolardi. Un mosaico che raffigura lo stemma cittadino, una lupa sotto l’albero di leccio, che i leccesi cercano di non calpestare per motivi scaramantici.</p>
<p>A pochi passi, lo splendido edificio cinquecentesco del <strong>Sedile</strong>, costruito quando la piazza era centro di scambi commerciali e la città ospitava una ricca colonia di mercanti veneziani. Il Sedile, un tempo Palazzo del Seggio, risale al 1592 e fu voluto dal sindaco di origini veneziane Pietro Mocenigo come luogo in cui i governatori davano udienza alla popolazione.</p>
<p>Il Sedile si presenta come una specie di parallelepipedo caratterizzato da due grandi archi gotici che si aprono sulle due facciate principali. Lo stemma di Filippo III di Spagna e la lupa sotto il leccio, simbolo della città, sono scolpiti sulle due chiavi di volta degli archi ogivali, mentre una loggetta rinascimentale corona l’edificio con un sistema d&#8217;archi a tutto sesto.</p>
<p>Sant’Oronzo benedice anche <strong>Palazzo Carafa</strong>, affascinante edificio in stile Rococò, testimonianza del mecenatismo del vescovo Alfonso Sozy Carafa, di cui porta il nome, che insieme all’ architetto Emanuele Manieri fu artefice del rinnovamento urbano della Lecce settecentesca.</p>
<h4>Nato dalla ristrutturazione del cinquecentesco Monastero delle Paolotte, oggi è la sede del <strong>Comune di Lecce</strong>.</h4>
<p>La sua forma definitiva, sia nella planimetria che nella facciata, è il risultato dei lavori realizzati tra la fine dell’800 e i primi del’900.</p>
<p>Oggi si può ammirare il monumentale portale principale che, costruito nel 1898, cambiò la composizione del complesso che qualche anno dopo venne definitivamente modificato con la demolizione della Chiesa delle Paolotte, per costruire nuovi ambienti per le attività del Municipio.</p>
<p>L’interno di Palazzo Carafa custodisce l’opera scultorea “Combattimento tra un gladiatore e un reziario” di Eugenio Maccagnani, premiata all’Esposizione Nazionale di Belle Arti del 1880 e il dipinto di Gioacchino Toma “O Roma o morte!” del 1863.</p>
<h4>Da Palazzo Carafa si arriva in poco tempo alla vicina <strong>Piazzetta Castromediano</strong>.</h4>
<p>Ed ecco che si resta un’altra volta con il fiato sospeso. L’incantevole e maestosa <strong>Basilica di Santa Croce</strong>, primo esempio di architettura barocca a Lecce, si presenta davanti come un colpo d’occhio inatteso.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74467" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Basilica_di_Santa_Croce_e_Celestini_Lecce-e1607345300719.jpg" alt="" width="800" height="612" /></p>
<p>Fondata dal conte di Lecce Gualtieri VI di Brienne nel 1353, regala attimi di contemplazione della sua magnifica facciata. Un grande rosone decorato con fregi floreali, grappoli di frutta e cherubini viene affiancato da altrettante decorazioni scultoree con figure simboliche, cariatidi, animali, in un esemplare unico considerato una specie di grandioso altare esterno. Una meravigliosa ricchezza ornamentale resa possibile dalla morbida pietra leccese adatta ad essere scolpita nei minimi particolari</p>
<p>L’incredibile spettacolo di stili diversi della complessa facciata si deve ai più grandi architetti della Lecce cinquecentesca e seicentesca che contribuirono alla sua realizzazione come Gabriele Riccardi, Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo.</p>
<p>Quest’ultimo rappresenta uno dei principali interpreti del barocco leccese, che qui realizza una sorta di sintesi dell’intera facciata, ovvero il trionfo della Croce che guida la vita di tutti gli uomini che cercano Dio. L’interno della Basilica, a croce latina, è diviso in tre navate da colonne con capitelli scolpiti, arricchito dall’altare di San Francesco di Paola, decorato con dodici bassorilievi raffiguranti la vita del Santo.</p>
<h4>Proprio accanto alla splendida basilica ha sede <strong>Palazzo dei Celestini</strong>, un altro monumento barocco di Lecce che per tre secoli fu sede del convento dei padri celestini.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74468" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Lecce_Palazzo_dei_Celestini.jpg" alt="" width="800" height="600" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Lecce_Palazzo_dei_Celestini.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Lecce_Palazzo_dei_Celestini-300x225.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Lecce_Palazzo_dei_Celestini-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>I lavori per la sua costruzione iniziarono nel 1549 su progetto di Gabriele Riccardi, e completati nel secolo successivo.</p>
<p>Il progetto del prospetto, invece, fu affidato a Giuseppe Zimbalo che lo volle in continuità con la facciata della Basilica di Santa Croce per costituire così un’imponente scenografia. Il Convento, caratterizzato da una straordinaria facciata barocca a bugne, divenne nel corso dei secoli un centro di cultura molto attivo per gli studi di teologia e filosofia.</p>
<p>Nel primo Ottocento, con la soppressione degli ordini monastici, il convento passò al Comune di Lecce che lo scelse come Palazzo del Governo. Per adeguarlo alla nuova funzione furono eseguiti grandi lavori sia nel cortile cinquecentesco sia negli spazi interni. Oggi ospita <strong>l&#8217;Amministrazione Provinciale e la Prefettura.</strong></p>
<p>Alle spalle di Palazzo dei Celestini si viene proiettati in un’altra sezione della città affacciandosi sulla Villa Comunale. Poco distante si presentano, in sequenza, due importanti teatri.</p>
<h4>Il primo è il <strong>Politeama Greco</strong>, monumento nazionale dal 1979 per il suo pregevole valore storico ed artistico.</h4>
<p>Il “Politeama”, come viene chiamato dai leccesi, è fra i più grandi e antichi teatri di Puglia. La sua costruzione risale all’Ottocento e fu il secondo teatro del Sud Italia, dopo il San Carlo di Napoli. Nella seconda metà dell’Ottocento, il leccese Donato Greco volle sostituire l’unico e piccolissimo teatro dove si svolgevano le prime rappresentazioni teatrali e liriche con uno più adatto ad ospitare un pubblico di appassionati che diveniva sempre più numeroso.</p>
<p>Così il Politeama prese il suo attuale nome, proprio dalla famiglia che lo ha voluto e realizzato e che tuttora ne detiene la proprietà. La struttura fu inaugurata il 15 novembre 1884 con la rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi, mentre nel 1894 fu rappresentata, per la prima volta in Italia, l’edizione riveduta del primo atto della ‘Manon Lescaut’ di Giacomo Puccini.</p>
<p>Nel 1926 l’allora direttore artistico, il celebre tenore <strong>Tito Schipa</strong>, fece realizzare il “golfo mistico”, ossia la fossa orchestrale. Negli anni successivi sono stati realizzati altri lavori che hanno consentito di conservare, ma anche di valorizzare questo splendido teatro di Lecce.  Oltre alla Stagione lirica, manifestazione storica per la città, il Teatro Politeama Greco propone un programma di Stagione Teatrale con spettacoli di prosa, musical, cabaret, balletti e concerti.</p>
<h4>Poco più avanti si incontra il <strong>Teatro Apollo</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74471" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Teatro_Apollo_di_Lecce.jpg" alt="" width="1600" height="1200" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Teatro_Apollo_di_Lecce.jpg 1600w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Teatro_Apollo_di_Lecce-300x225.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Teatro_Apollo_di_Lecce-1024x768.jpg 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Teatro_Apollo_di_Lecce-768x576.jpg 768w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Teatro_Apollo_di_Lecce-1536x1152.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>Considerato una delle più pregevoli opere architettoniche del Salento, il teatro risale ai primi anni del Novecento, come mostra lo stesso stile neoclassico della facciata esterna con colonne e capitelli.</p>
<p>Fu consegnato alla città il 15 maggio 1912, quando venne costruita solo la “Sala Apollo”, mentre per il teatro vero e proprio si dovette aspettare il 1926.  In seguito ad un lunghissimo periodo di inutilizzo, che vide la sua chiusura alla fine degli anni Ottanta, è stato riaperto di recente dopo un restauro della struttura.</p>
<p>La maestosità dell’esterno cela un ambiente interno molto elegante e moderno con marmi e parquet, che conserva ancora gli stucchi originali, recuperati insieme ai capitelli dei pilastri e agli stucchi in cartapesta dell’atrio principale. I lavori di ristrutturazione del Teatro Apollo sono stati anche un’occasione per riportare alla luce preziose testimonianze del passato, grazie al ritrovamento di diversi reperti risalenti all&#8217;età neolitica.</p>
<h4>Poco distante dal Teatro Apollo uno degli ingressi del <strong>Castello Carlo V.</strong></h4>
<p>Maestosa fortificazione di Lecce, risale all’epoca normanna, ma è noto in realtà per il nome del sovrano spagnolo che, nel Cinquecento, ne decretò l’ampliamento, il potenziamento difensivo e la ristrutturazione.</p>
<p>I lavori di riorganizzazione del Castello iniziarono, infatti, nel 1537 e furono probabilmente affidati a <strong>Gian Giacomo dell&#8217;Acaya</strong>, ingegnere generale del Regno di Napoli, e si conclusero già nel 1553, donando alla fortezza l’assetto odierno.</p>
<p>La struttura conserva l’originale impianto trapezoidale con quattro imponenti bastioni angolari a punta di lancia. Il corpo centrale all’interno dell’edificio risale al XII secolo, mentre la cosiddetta Torre Quadrata, il mastio quadrangolare inglobato nella costruzione cinquecentesca, è probabilmente angioina.</p>
<p>L&#8217;unica porta che consentiva l&#8217;accesso dalla città era la cosiddetta Porta Reale, ma un altro ingresso si trovava sul lato opposto e su entrambi era presente lo stemma imperiale asburgico. Le numerose mostre d’arte e gli eventi culturali ospitati nel Castello offrono l’occasione di apprezzare il rigore architettonico degli esterni, tipico delle strutture difensive cinquecentesche</p>
<h4>Ma il Castello Carlo V ospita anche un museo dedicato all’antica arte salentina della cartapesta.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74472" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Castello_di_Carlo_V_Lecce-scaled.jpg" alt="" width="2000" height="930" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Castello_di_Carlo_V_Lecce-scaled.jpg 2000w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Castello_di_Carlo_V_Lecce-300x139.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Castello_di_Carlo_V_Lecce-1024x476.jpg 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Castello_di_Carlo_V_Lecce-768x357.jpg 768w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Castello_di_Carlo_V_Lecce-1536x714.jpg 1536w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Castello_di_Carlo_V_Lecce-2048x952.jpg 2048w" sizes="(max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></p>
<p><strong>Il Museo della Cartapesta</strong> rappresenta la prima raccolta organica di opere e modelli figurativi dei più importanti cartapestai di Terra d’Otranto. La lunga storia della produzione di cartapesta leccese è raccontata nelle sale del castello in una combinazione di tradizione e sperimentazione.</p>
<p>Carta, paglia, stracci, colla e malta, questi i materiali poveri che hanno dato vita alla carta pesta leccese. L’arte di modellare la cartapesta guadagnò popolarità e furono così creati numerosi laboratori d’artigianato. Questi produssero molte statue di Madonne e santi tra il XVII e XVIII secolo che venivano mostrate durante le processioni religiose.</p>
<h4>Un altro simbolo dell’antica fortificazione leccese si trova dalla parte opposta della città.</h4>
<p>Le <strong>Mura Urbiche</strong> rappresentano un elemento unico ed imprescindibile dell’identità storico-culturale della città di Lecce. Queste, insieme al Castello Carlo V, costituiscono la parte più rappresentativa della cinta muraria di età spagnola che per oltre tre secoli, da metà del 1500 fino alla fine del 1800, ha circondato Lecce</p>
<p>Entrambe rappresentano il risultato dell’abilità architettonica del regio ingegnere militare Giangiacomo dell’Acaja, che progettandoli prese decisioni innovative per rendere più sicura la fortificazione della città di fronte ad eventuali attacchi da parte dell’Impero Ottomano.</p>
<p>Il <strong>Parco delle Mura Urbiche</strong>, invece, è uno spazio pubblico estremamente ricco di segni che raccontano le stratificazioni di oltre 2000 anni della storia della città di Lecce. Il parco si presenta come un affascinante paesaggio di pietra, un luogo dove scoprire visuali finora inedite sulla città di Lecce muovendosi agevolmente a piedi o in bicicletta in una serie di percorsi che connettono il parco ad altri ambiti della città.</p>
<p>Nel parco è stata introdotta una passerella in acciaio dalla quale si accede tra le mura del giardino del cinquecentesco Palazzo Giaconia. Un nuovo collegamento che dal Parco delle Mura porta nel centro storico della città.</p>
<h4>Nelle vicinanze il <strong>Convento degli Agostiniani</strong>, probabilmente il più antico della Puglia, che ancora oggi riesce ad affascinare con la sua bellezza mistica.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-74473" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Convento_degli_Agostiniani_Melpignano.jpg" alt="" width="1600" height="1200" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Convento_degli_Agostiniani_Melpignano.jpg 1600w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Convento_degli_Agostiniani_Melpignano-300x225.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Convento_degli_Agostiniani_Melpignano-1024x768.jpg 1024w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Convento_degli_Agostiniani_Melpignano-768x576.jpg 768w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Convento_degli_Agostiniani_Melpignano-1536x1152.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>Il complesso conventuale conserva nel suo insieme le caratteristiche tipologiche e distributive proprie dell’impianto originario.</p>
<p>A due piani, il convento si sviluppa attorno ad una corte quadrangolare. Le facciate sono caratterizzate da una grande semplicità, quasi un simbolo della povertà dei monaci che lo hanno edificato, presentando decorazioni murarie lisce scandite da modeste aperture per le finestre e per gli ingressi, in pochi casi nobilitate dalla decorazione di una cornice.</p>
<h4>L&#8217;intero complesso architettonico è stato restaurato ed aperto al pubblico di recente con il completamento degli spazi esterni e del <strong>Giardino d‘Ognibene</strong>.</h4>
<p>Un giardino produttivo con frutteto, caratterizzato da specie arboree autoctone e tipiche del paesaggio agrario salentino tra cui querce, cipressi e specie da frutto ed orti ornamentali.</p>
<p>Per restare in tema religioso, a Lecce, si svolge un evento di particolare importanza molto caro ai cittadini. Si tratta della <strong>festa patronale di Sant’Oronzo, protettore della città, insieme a Giusto e Fortunato</strong>.</p>
<p>Lecce festeggia Sant&#8217;Oronzo il 24, 25 e 26 agosto, in ricordo del suo martirio. La festa risale al 1600, periodo in cui la leggenda devozionale vuole Sant&#8217;Oronzo liberatore dei leccesi dalla peste. Fu così che Sant&#8217;Oronzo divenne ufficialmente patrono della città al posto di Santa Irene e nello stesso anno si aggiunse il patronato di San Fortunato.</p>
<p>Nel più classico dei canoni salentini, la ricorrenza comprende la lunga e partecipata processione con i simulacri dei santi, le esibizioni delle bande musicali e le tradizionali passeggiate tra le bancarelle, a cui fanno da cornice le luminarie in un’atmosfera di colori e profumi che anima il centro storico.</p>
<h4>Proprio durante festività tradizionali come quella del Santo Patrono si possono scoprire prelibatezze particolari.</h4>
<p>Tra le bancarelle di Sant’Oronzo, infatti, non mancano mai due specialità. La prima è la <strong>scapece</strong>, piccoli pesci come “ope” e “pupiddhri”, fritti e amalgamati in un composto di mollica di pane, zafferano e aceto. La seconda è la <strong>cupeta</strong>, particolare tipo di torrone croccante fatto di mandorle e zucchero.</p>
<p>Semplicità degli ingredienti ed unicità dei sapori caratterizzano anche la cultura gastronomica salentina. Lecce offre prodotti e ricette gustose che risalgono alla tradizione contadina e che spesso rivelano origini antichissime.</p>
<p>Bontà per tutti i gusti che si abbinano alle fasi della giornata. A partire dalla colazione che vede protagonista il <strong>pasticciotto</strong>, cofanetto di pastafrolla che racchiude un cuore morbido di crema pasticcera. Una delizia da accompagnare con un <strong>espressino</strong>, una specie di piccolo cappuccino servito in tazza di vetro, oppure in estate con un caffè in ghiaccio, semplice o con latte di mandorla.</p>
<p>Uno spuntino ottimo a qualsiasi ora è il <strong>rustico,</strong> prodotto di rosticceria fatto di pasta sfoglia e ripieno di besciamella, mozzarella, pomodoro e un pizzico di pepe. A questo segue il <strong>calzone fritto</strong> o altri prodotti da forno come <strong>pucce</strong> e <strong>pizzi</strong>.</p>
<h4>A tavola c’è l’imbarazzo della scelta tra ristoranti, trattorie e locali di ogni tipo che propongono, in maniera classica o rivisitata, alcuni piatti della tradizione.</h4>
<p>Antipasti come le <strong>“pittule</strong>”, palline di impasto di pizza fritte, da gustare semplici o farcite con olive nere, pomodoro e capperi.</p>
<p>Primi piatti che valorizzano in maniera egregia ortaggi e legumi, come “<strong>ciceri e tria</strong>”, minestra di ceci e pasta fresca, in parte lessa e in parte fritta. <strong>Fave e cicorie</strong>, una morbida purea di fave con cicorie spontanee innaffiate di olio extravergine d’oliva a crudo e accompagnata da pezzi di pane fritto. E ancora i <strong>“muersi</strong>”, piatto povero, ma ricco di gusto con piselli secchi, verdure e pezzi di pane di grano fritto.</p>
<p>Seguono due altri simboli della cucina tipica locale: le <strong>sagne ncannulate</strong>, tipo di pasta fresca ricamata e arrotolata con un ferretto da gustare con sugo di pomodoro, e i <strong>pezzetti di carne di cavallo al sugo</strong>, gustosissimo spezzatino un tempo preparato nelle “<strong>pignate”</strong> di terracotta. Più difficili da trovare, invece, i <strong>“triddhi”,</strong> pasta fresca all’uovo di minuscole dimensioni con formaggio e prezzemolo che si ottiene sbriciolando l’impasto per poi cuocerla in brodo.</p>
<p>Da non dimenticare la <strong>cotognata leccese</strong>, una specie di confettura solida di mele cotogne che ricorda ancora oggi l’abilità contadina di trasformare in prelibatezze i prodotti più poveri. Poi lo <strong>spumone salentino</strong>, un gelato di gusti misti, di solito nocciola, cioccolato e stracciatella, con all&#8217;interno mandorle tritate, cioccolato fondente a pezzi, canditi e caramello.</p>
<p>Una volta preparato viene fatto solidificare in ciotole rotonde che gli donano forma di una semisfera. E per concludere, i dolci di pasta di mandorla che, a Natale e Pasqua, difficilmente possono mancare sulle tavole dei leccesi.</p>
<p>La passeggiata potrebbe continuare lasciandosi andare al richiamo di vicoli e piazzette Città di architetti, scalpellini e artisti, <strong>Lecce è la città del barocco e dei ricami di pietra</strong>, il capoluogo del Salento, a soli 12 km dal mare Adriatico. Dalle forti radici messapiche e chiamata Lupiae sotto il dominio romano, la città accoglie con il fasto del suo barocco che fa capolino nei portali dei palazzi e dalle facciate delle tantissime chiese che si snodano lungo le vie racchiuse dalle tre antiche porte di accesso alla città, Porta Rudiae, Porta San Biagio e Porta Napoli.</p>
<p><em><strong>Alessandro Campa</strong></em></p>
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		<title>RAVENNA: Capitale Italiana della Cultura 2015</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 07:00:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ravenna, la città del mosaico dal fascino mistico Una regione dalle autentiche tradizioni come l’Emilia Romagna presenta un luogo di particolare importanza. Ravenna, la città del mosaico a due passi dal mare Adriatico, è un centro antico colmo d’arte e cultura. Il considerevole valore storico ne caratterizza i suoi aspetti. Una città che per ben tre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-73524" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/mosaics-1669527_1280-e1606824436535.jpg" alt="ravenna" width="800" height="600" /></h3>
<h3>Ravenna, la città del mosaico dal fascino mistico</h3>
<p><span id="more-73517"></span></p>
<p>Una regione dalle autentiche tradizioni come l’<a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerari-di-viaggio-tra-le-regioni-della-penisola-l-emilia-romagna/">Emilia Romagna</a> presenta un luogo di particolare importanza. <strong>Ravenna</strong>, la città del mosaico a due passi dal mare Adriatico, è un centro antico colmo d’arte e cultura.</p>
<p>Il considerevole valore storico ne caratterizza i suoi aspetti. Una città che per ben tre volte è stata eletta capitale, prima dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Occidente, poi del Regno ostrogoto sotto Teodorico, ed infine dell&#8217;Impero bizantino in Europa.</p>
<p>La magnificenza di quei periodi ha lasciato una grande eredità di monumenti e testimonianze culturali, diventati in seguito patrimoni dell’umanità, che vale sicuramente la pena visitare per la loro incredibile bellezza e unicità.</p>
<h4>A partire dalla <strong>Basilica di San Vitale</strong>, uno dei monumenti più importanti dell&#8217;arte paleocristiana in Italia, in particolar modo per i suoi incantevoli mosaici.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-73519" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/basilica-1949089_1280-e1606823064136.jpg" alt="" width="800" height="600" /></p>
<p>Una basilica a pianta ottagonale che fu finanziata da Giuliano Argentario su ordine del vescovo Ecclesio e consacrata nel 548 d.C. dall&#8217;arcivescovo Massimiano.</p>
<p>L&#8217;influenza orientale assume qui un ruolo dominante sia da un punto di vista architettonico, perché unisce elementi della tradizione orientale e occidentale, sia della decorazione musiva che illustra in modo chiaro l&#8217;ideologia e la religiosità del periodo imperiale di Giustiniano.</p>
<p>Appena entrati nella basilica di San Vitale si viene conquistati dagli alti spazi, dalle stupende decorazioni musive dell&#8217;abside e dagli affreschi barocchi della cupola. Nel presbiterio, su un lato del pavimento ottagonale, è rappresentato un labirinto. Le piccole frecce partono dal centro e attraversoun precorso tortuoso si dirigono verso il nucleo centrale della Basilica.</p>
<p>Il labirinto, nei primi anni della cristianità, era spesso usato come simbolo del peccato e del percorso da intraprendere verso la purificazione. Trovare la via d&#8217;uscita dal labirinto rappresentava un atto di rinascita. Una volta completato il percorso del labirinto del pavimento di San Vitale si possono alzare gli occhi verso l&#8217;altare e ammirare i mosaici, tra i più belli della cristianità.</p>
<h4>Una menzione importante merita la <strong>Basilica di Sant’Apollinare Nuovo</strong>, fatta costruire da Teodorico, re degli Ostrogoti, accanto al suo palazzo tra il 493 e il 526 d.C.</h4>
<p>In origine fu adibita a Chiesa palatina di culto ariano, ma dopo la riconquista bizantina e la consacrazione al culto ortodosso, a metà del VI secolo, fu intitolata a San Martino, vescovo di Tours.</p>
<p>Secondo la tradizione, la basilica assunse il suo nome attuale solo intorno al IX secolo dopo che vi furono traferite le reliquie di sant&#8217;Apollinare, primo vescovo di Ravenna, dall&#8217;omonima basilica di Classe per sottrarle al pericolo delle scorrerie dei pirati. In quell&#8217;occasione ricevette la sua intitolazione a Sant&#8217;Apollinare, detta &#8220;Nuovo&#8221; per distinguerla da un&#8217;altra chiesa dallo stesso nome presente in città.</p>
<p>La Basilica presenta una facciata timpanata, contornata da lesene e ricamata da una grande e larga bifora in marmo, sormontata da altre due piccolissime aperture, l&#8217;una a fianco dell&#8217;altra. In origine era racchiusa da un quadriportico, ma attualmente è preceduta da un semplice e armonioso portico di marmo del XVI secolo. Sul lato destro il bel campanile cilindrico in mattoni, caratteristico delle costruzioni ravennati, che risale al IX-X secolo.</p>
<p>Al suo interno si può ancora notare la meravigliosa decorazione musiva dell&#8217;antica costruzione che, dal punto vista stilistico, iconografico e ideologico consente di seguire l&#8217;evoluzione del mosaico parietale bizantino dall&#8217;età di Teodorico a quella di Giustiniano. Le 26 scene sulla natura e la vita di Cristo, risalenti al periodo di Teodorico, rappresentano il più grande ciclo monumentale del Nuovo Testamento e il più antico fra quelli realizzati a mosaico.</p>
<h4>La <strong>Basilica di Sant’Apollinare in Classe</strong>, invece, si presenta maestosa e solenne a pochi chilometri dal centro di Ravenna.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-73520" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/SantApollinare_in_Classe_Ravenna-scaled-e1606823185473.jpg" alt="" width="800" height="476" /></p>
<p>Costruita e finanziata, nella prima metà del VI secolo, dal banchiere Giuliano Argentario per il volere del vescovo Ursicino,  fu consacrata nel 549 d.C. e  dedicata a Sant&#8217;Apollinare, primo vescovo di Ravenna, sul luogo del suo martirio e dove erano presenti i resti di alcune parti delle sue spoglie.</p>
<p>La chiesa è stata definita il più grande esempio di basilica paleocristiana. Nonostante le spoliazioni subite nel corso dei secoli, la basilica conserva ancora la bellezza della struttura originaria e sono da ammirare, al suo interno, sia gli splendidi mosaici policromi presenti nell’abside che gli antichi sarcofagi marmorei degli arcivescovi disposti lungo le navate laterali.</p>
<p>Tra le altre bellezze monumentali di Ravenna si annovera il <strong>Mausoleo di Galla Placidia</strong>, dedicato alla sorella dell&#8217;imperatore Onorio, responsabile, quest’ultimo, del trasferimento della capitale dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Occidente da Milano a Ravenna nel 402 d.C.</p>
<p>Lo stesso imperatore fece costruire questo piccolo mausoleo a croce latina per sé tra il 425 e il 450 d.C., ma non fu mai utilizzato in tal senso perché l&#8217;imperatrice, morta a Roma nel 450 d.C., fu seppellita in questa città.</p>
<p>All’esterno il mausoleo si presenta molto semplice e modesto, soprattutto se confrontato con la ricchezza della decorazione musiva interna, che splende ancora di più grazie alla luce che si diffonde attraverso le finestre di alabastro.</p>
<p>La parte inferiore delle pareti interne è rivestita da marmi, mentre la zona superiore è interamente decorata da mosaici che ricoprono pareti, archi e cupola. Nel corso dei secoli le innumerevoli stelle della cupola hanno stimolato la sensibilità e la fantasia di ogni visitatore.</p>
<p>I temi illustrati all’interno dell’edificio, che rispecchiano sia la tradizione artistica ellenistico-romana che quella cristiana, sviluppano a più livelli interpretativi il tema della vittoria della vita eterna sulla morte.</p>
<h4>A questo segue l’imponente <strong>Mausoleo di Teodorico</strong>, fatto costruire dallo stesso re ostrogoto nel 520 d.C. come propri luogo di sepoltura.</h4>
<p>Il mausoleo, interamente realizzato in blocchi di pietra d&#8217;Istria, si suddivide in due ordini sovrapposti.</p>
<p>Al di sopra del mausoleo domina una grande cupola monolitica, dal diametro di 10,76 metri e dall’altezza di 3,09 metri, coronata da dodici anse che mostrano i nomi di otto Apostoli e di quattro Evangelisti.</p>
<p>Da una nicchia si accede al livello inferiore la cui destinazione, si presume, fosse quella di una cappella con pianta a croce, usata in origine per servizi liturgici. Al piano superiore, invece, si entra attraverso una piccola scala esterna.</p>
<p>Qui è collocata una vasca di porfido in cui probabilmente fu sepolto lo stesso Teodorico, le cui spoglie furono rimosse durante il dominio bizantino, in seguito dell&#8217;editto di Giustiniano del 561 d. C. quando il mausoleo venne trasformato in oratorio e consacrato al culto ortodosso.</p>
<h4>Un importante edificio di culto di Ravenna è sicuramente il suo <strong>Duomo.</strong></h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-73521" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Veduta_Duomo_di_ravenna_e_Battistero_Neoniano-scaled-e1606823302864.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>Una chiesa completamente ricostruita tra il 1734-45 su disegno di Giovanni Francesco Buonamici nel luogo in cui, alla fine del IV secolo, il vescovo Urso aveva edificato la chiesa cattedrale della città, definita appunto Basilica Ursiana.</p>
<p>Attraverso l&#8217;attuale facciata si accede all&#8217;interno della chiesa, disegnata a tre navate e tre campate. La cupola, con i suoi quasi cinquanta metri, completamente affrescata da Giovan Battista e Andrea Barbiani, poggia su un alto tamburo sormontato da una lanterna ed elegantemente diviso da otto finestroni. Il campanile di forma circolare, posizionato a lato del Duomo, è invece databile al X secolo, mentre della prima costruzione rimane qualche frammento conservato al <strong>Museo Arcivescovile.</strong></p>
<p>Proprio quest’ultimo si trova al primo e secondo piano dell&#8217;antico e vasto Palazzo dell&#8217;Arcivescovado di Ravenna. Un museo che accoglie numerose opere d&#8217;arte provenienti dall&#8217;antica cattedrale e da altre costruzioni ora distrutte. In particolare, la struttura ospita la famosa <strong>cattedra di Massimiano</strong>, una delle più celebri opere in avorio eseguita da artisti bizantini nel VI secolo d.C.</p>
<h4>Ma all’interno del Museo Arcivescovile è presente anche un altro elemento di grande pregio come la <strong>Cappella di Sant’Andrea</strong>.</h4>
<p>Unico esempio di cappella arcivescovile paleocristiana giunta intatta fino ai giorni nostri, fu costruita dal vescovo Pietro II tra il 494 e il 519 d. C. come oratorio privato dei vescovi cattolici durante il regno di Teodorico, quando il culto dominante era quello ariano.</p>
<p>Un oratorio paleocristiano a croce greca decorato con splendidi mosaici e dedicato originariamente a Cristo. La cappella, in seguito, fu intitolata a Sant&#8217;Andrea, le cui reliquie vennero trasportate da Costantinopoli a Ravenna attorno alla metà del VI secolo.</p>
<p>Tutte le decorazioni interne tendono a glorificare la figura del Cristo in un&#8217;interpretazione chiaramente anti-ariana che rappresenta il Cristo Guerriero, con la Croce sulla spalla, nell&#8217;atto di schiacciare le belve dell&#8217;eresia.</p>
<p>Un atto di rivendicazione ideologica contro l&#8217;allora dominante governo politico di Teodorico. Le immagini dei Martiri, degli Apostoli e degli Evangelisti contribuiscono anch&#8217;essi a sottolineare il concetto di glorificazione di Cristo, come evidente affermazione dell&#8217;ortodossia cattolica.</p>
<h4>A nord del Duomo di Ravenna si posiziona il <strong>Battistero Neoniano.</strong></h4>
<p>Uno dei più antichi monumenti ravennati probabilmente edificato attorno agli inizi del V secolo su iniziativa del Vescovo Urso. Al tempo del vescovo Neone, invece, tra il 450 e il 475 d. C., fu oggetto di importanti lavori di restauro che portarono al rifacimento della cupola, ma soprattutto alla realizzazione della decorazione interna che si può contemplare attualmente.</p>
<p>Il battistero, dalla forma ottagonale, presenta lati alternativamente rettilinei e absidati, ricamati in alto da una finestra con arco a tutto sesto e porte interrate. L&#8217;interno, organizzato in due ordini di arcate sovrapposte, presenta marmi nella parte inferiore, stucchi nell&#8217;area mediana e mosaici di evidente influenza ellenistico-romana nella zona superiore.</p>
<p>Al centro della cupola un grande medaglione illustra la scena del battesimo di Cristo, raffigurato immerso sino alla vita nelle acque del fiume Giordano. Questa rappresentazione, ad oggi, costituisce la più antica testimonianza di una scena del battesimo di Cristo eseguita a mosaico in un edificio monumentale. Attorno al medaglione, in una prima fascia su fondo blu, spiccano le figure dei dodici apostoli, suddivisi in due schieramenti e capeggiati da San Pietro e San Paolo.</p>
<p>Un altro notevole edificio di culto è <strong>il Battistero degli Ariani.</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-73522" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Battistero_degli_ariani_int_mosaico_della_cupola_07_apostoli-e1606823607160.jpg" alt="" width="800" height="446" /></p>
<p>L&#8217;unico battistero conosciuto ad essere stato costruito propriamente per il culto ariano in Italia ed retto verso al fine del V secolo quando ormai Teodorico aveva consolidato il suo dominio. Il re ostrogoto decise di far convivere pacificamente i Goti di culto ariano e i latini di culto ortodosso, questi ultimi seguaci della dottrina canonica riconosciuta dalla Chiesa e dall&#8217;Impero romano d&#8217;Oriente, mantenendo le due popolazioni separate, creando così una distinzione tra i rispettivi quartieri e la costruzione dei corrispondenti edifici di culto in città.</p>
<p>Vicino all&#8217; attuale via Diaz, a Ravenna, Teodorico fece costruire una basilica per gli ariani, l&#8217;attuale chiesa dello Spirito Santo, che fu modificata nelle epoche seguenti, ed un battistero ad essa anticamente collegato, oggi detto &#8220;degli Ariani&#8221; per distinguerlo dal più antico Battistero Neoniano &#8220;degli Ortodossi&#8221;.</p>
<h4>L&#8217;edificio, interrato per circa due metri, ha forma ottagonale e presenta quattro piccole absidi all&#8217;esterno.</h4>
<p>Al suo interno non resta nulla degli stucchi e ornamenti che sicuramente rivestivano le pareti. L&#8217;unica parte decorata è rappresentata dalla cupola, rivestita da mosaici raffiguranti il corteo dei dodici apostoli e, nel tratto centrale, il battesimo di Cristo immerso nell&#8217;acqua fino ai fianchi.</p>
<p>Pur essendoci similitudini con le rappresentazioni presenti nel Battistero Neoniano, da cui trae ispirazione, il mosaico degli Ariani testimonia il culto della corte di Teodorico, fondato sulla figura di Cristo allo stesso tempo divina e terrena.</p>
<p>Nel Battistero degli Ariani, infatti, gli stessi apostoli rendono omaggio al grande trono gemmato sormontato dalla croce, dai cui bracci pende un drappo dal colore rosso intenso, espressione della fisicità del Cristo e della sua umana sofferenza.</p>
<h4>All’interno dell’Abbazia camaldolese, invece, è ospitato un altro spazio di grande interesse culturale come la storica <strong>Biblioteca Classense</strong>, istituita nel 1512.</h4>
<p>Per tre secoli l&#8217;Abbazia è stata oggetto di continui ampliamenti, divenendo nel corso del tempo uno dei più grandi e maestosi monumenti dell&#8217;Ordine Camaldolese.</p>
<p>All’interno delle sale e lungo i corridoi della biblioteca sono ancora visibili opere di numerosi artisti eseguite fra il XVI e il XVIII secolo. L’Aula Magna o Libreria è una sala affascinante, realizzata a cavallo fra Seicento e Settecento dall&#8217;abate Pietro Canneti, abbellita da statue, stucchi ed opere lignee finemente intagliate e decorata con affreschi e dipinti di Francesco Mancini.</p>
<p>L’intero complesso della biblioteca è un vero e proprio gioiello architettonico e artistico, con i suoi chiostri monumentali, il grande refettorio cinquecentesco, dal 1921 Sala Dantesca, e l’antica sacrestia della chiesa di San Romualdo, tutti spazi riccamente decorati.</p>
<p>La biblioteca ospita una grande raccolta di volumi appartenenti a varie tipologie documentarie, tra cui opere a stampa antiche e moderne, manoscritti, incisioni, mappe, documenti d&#8217;archivio e materiale multimediale. Il patrimonio librario a stampa della Biblioteca Classense si stima complessivamente in circa 800.000 unità bibliografiche.</p>
<p>La maggior parte delle collezioni è di ambito umanistico, alle quali si affianca un consistente nucleo di opere di argomento scientifico. La sezione dedicata ai Fondi Antichi riveste un’importanza considerevole per la presenza di volumi databili tra il XV e il XVIII secolo e circa settecento manoscritti, di cui la metà si può collocare tra il X ed il XVI secolo.</p>
<h4>A Ravenna, una tappa quasi obbligatoria è la <strong>Domus dei Tappeti di Pietra</strong>, uno dei più importanti siti archeologici italiani scoperti negli ultimi decenni.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-73523" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/800px-Domus_dei_Tappeti_di_Pietra_Ravenna.png" alt="" width="800" height="403" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/800px-Domus_dei_Tappeti_di_Pietra_Ravenna.png 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/800px-Domus_dei_Tappeti_di_Pietra_Ravenna-300x151.png 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/800px-Domus_dei_Tappeti_di_Pietra_Ravenna-768x387.png 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Un complesso di strutture edilizie riconducibili all&#8217;età romana repubblicana e al periodo bizantino.</p>
<p>Molto interessante un palazzetto di cui sono stati individuati quattordici ambienti e tre cortili. Tutte le stanze dell&#8217;edificio erano pavimentate in tarsia di marmo o a mosaico con eleganti geometrie e inserti figurati in tessere policrome. I &#8220;tappeti di pietra&#8221;, dopo il loro restauro, sono stati ricollocati nel luogo dove sono stati scoperti, un ambiente sotterraneo appositamente realizzato al quale si accede dalla chiesa di Sant&#8217;Eufemia.</p>
<p>La Chiesa settecentesca e l&#8217;annesso Oratorio dei Cento Preti del XV secolo sono stati oggetto di un progetto di recupero degli spazi edilizi esistenti e della creazione del collegamento con lo scavo archeologico dei mosaici bizantini. L&#8217;opera è stata realizzata dall&#8217;Arcidiocesi nel programma degli interventi finanziati dalla legge per il Giubileo.</p>
<p>Un&#8217;operazione culturale che, nel suo complesso, va oltre la semplice conservazione del monumento e diventa esperienza unica ed esemplare, al fine di beneficiare di una parte della città dal grande significato storico-religioso.</p>
<p>La cultura, a Ravenna, non si esaurisce con i suoi monumenti, ma viene ampliata dalla presenza di una grande offerta di musei di notevole importanza.</p>
<h4>A sottolineare la caratteristica principale della città,  il più particolare è sicuramente il <strong>Museo TAMO- Tutta l’avventura del Mosaico</strong>, ospitato nel Complesso di San Nicolò.</h4>
<p>Una mostra permanente, interattiva e multimediale, dedicata all’arte del mosaico in tutte le sue forme espressive, che ogni anno rinnova e accresce le proprie collezioni. L’affascinante percorso museale conduce tra gli eccezionali reperti del patrimonio musivo di Ravenna e del suo territorio dall&#8217;età antica fino a giungere, attraverso il periodo tardoantico e medievale, alle produzioni di artisti moderni e contemporanei e a saggi di mosaico industriale.</p>
<p>Tamo non è un museo nel senso classico del termine, ma una cittadella del mosaico, un viaggio affascinante per ammirare, scoprire, conoscere e sperimentare quest&#8217;arte antica. L&#8217;esposizione presenta un impianto fortemente innovativo, caratterizzato da allestimenti interattivi e multimediali, da strumenti di lavoro, materiali, ricostruzioni animate e soluzioni tecnologiche avanzate.</p>
<h4>Dal 2012 TAMO. Mosaici tra Inferno e Paradiso rappresenta la nuova sezione del museo dedicata a opere a soggetto dantesco.</h4>
<p>Oltre venti pannelli di grande pregio, alcuni anche di grande formato, commissionate nel 1965 dal Comune di Ravenna a grandi artisti italiani del ‘900 per celebrare il VII centenario della nascita di Dante.</p>
<p>Un altro importante spazio è il <strong>MAR &#8211; Museo d&#8217;Arte della Città di Ravenna, </strong>che si trova all&#8217;interno del complesso monumentale della Loggetta Lombardesca, il monastero cinquecentesco dell&#8217;adiacente Abbazia di Santa Maria in Porto.</p>
<p>Dell’ originario edificio cinquecentesco resta solo il chiostro dalle proporzioni rinascimentali, l’impianto degli spazi e l’elegante loggia a cinque archi, divenuta l&#8217;emblema dell’intero complesso. Il museo, oltre ad essere sede di numerose e importanti mostre d&#8217;arte temporanee, ospita tre collezioni permanenti all&#8217;interno dei suoi spazi architettonici e della sua Pinacoteca.</p>
<p>Queste riguardano dipinti e sculture, databili tra il XIV e il XIX secolo, tra cui spicca la statua di Guidarello Guidarelli di Tullio Lombardo del 1525, una raccolta moderna di opere riconducibili al  XIX secolo, in cui merita un&#8217;attenzione particolare un bellissimo disegno di Gustav Klimt, ed infine una collezione di mosaici contemporanei con opere comprese tra la metà del &#8216;900 e oggi.</p>
<h4>Il <strong>Museo Nazionale di Ravenna</strong>, invece, è situato nel complesso monumentale di San Vitale e raccoglie importanti reperti archeologici da scavi di epoca romana e bizantina.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-73525" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Ravenna_Museo_nazionale_03.jpg" alt="" width="800" height="533" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Ravenna_Museo_nazionale_03.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Ravenna_Museo_nazionale_03-300x200.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Ravenna_Museo_nazionale_03-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Il nucleo originario del patrimonio museale fu costituito nel Settecento dalla paziente ricerca e cura dagli eruditi monaci delle grandi abbazie cittadine.</p>
<p>Al primo piano sono esposti, nell’ordinata architettura benedettina, i leggiadri bronzetti rinascimentali, una pregevole raccolta di avori, una sezione dedicata alle ceramiche e un&#8217;affascinante collezione di armi antiche.</p>
<p>Tra i reperti di maggior prestigio sono esposti capitelli in marmo orientale, sarcofagi decorati e altri manufatti di V e VI secolo. I più noti sono quelli provenienti dai monumenti paleocristiani e bizantini, tra cui la croce da San Vitale e il disegno preparatorio al mosaico di Sant’Apollinare in Classe.</p>
<h4>Ma Ravenna è anche celebre perché ospita la <strong>Tomba di Dante.</strong></h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-73526" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Tomba_di_Dante_Ravenna_3.jpg" alt="" width="800" height="531" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Tomba_di_Dante_Ravenna_3.jpg 800w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Tomba_di_Dante_Ravenna_3-300x199.jpg 300w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/12/Tomba_di_Dante_Ravenna_3-768x510.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Costruita tra il 1780 e il 1782 per volontà del cardinal legato Luigi Valenti Gonzaga e su progetto dell&#8217;architetto ravennate Camillo Morigia. Le spoglie del sommo poeta, dopo essere state a lungo nascoste dai frati francescani, per essere sottratte ai Fiorentini che le avevano richieste, furono rinvenute nel 1865 e da quel momento riposano nella Tomba.</p>
<p>Una struttura edificata secondo i contemporanei dettami neoclassici, con l’intenzione di restituire nobiltà e decoro alla sepoltura del sommo poeta, fino ad allora ospitata all&#8217;interno di una semplice cappellina. L&#8217;interno fu rivestito di marmi policromi per il Centenario dantesco del 1921, mentre sulla parete di fronte all&#8217;entrata è posizionato il lo splendido bassorilievo con il ritratto di Dante, scolpito da Pietro Lombardo nel 1483.</p>
<p>A fianco del mausoleo dantesco si trova il giardino con il <strong>Quadrarco di Braccioforte,</strong> antico oratorio, che prende nome da una leggenda secondo la quale due fedeli prestarono un giuramento invocando il “braccio forte” di Cristo, la cui immagine era posta in quel luogo. Nel Quadrarco sono presenti due sarcofagi del V secolo, poi riutilizzati dalle famiglie ravennati dei Pignata e dei Traversari, mentre al centro del giardino, un dosso verdeggiante ricorda il luogo in cui furono conservate le spoglie dantesche durante la Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p>La Tomba di Dante, il giardino con il Quadrarco e i chiostri francescani, nei quali ha sede il Museo Dantesco, fanno parte della cosiddetta “Zona del Silenzio”, l&#8217;area di rispetto che circonda il luogo della sepoltura del poeta e che assunse l&#8217;aspetto attuale nel 1936, con il progetto dell&#8217;architetto Giorgio Rosi.</p>
<h4>Durante tutto il mese di settembre in questi luoghi si svolgono celebrazioni ed eventi spettacolari in onore del Sommo Poeta.</h4>
<p>Settembre, infatti, è il mese che la città dedica interamente a Dante Alighieri con appuntamenti culturali e letture internazionali della Divina Commedia.</p>
<p>L’offerta culturale di Ravenna, però, è ricca e diversificata in ogni stagione. Tra gli appuntamenti da non perdere sicuramente trova spazio il <strong>Ravenna Festival</strong>. Un evento che a giugno e luglio di ogni anno ogni anno vede esibirsi i migliori artisti e direttori d’orchestra a livello internazionale. A seguire, nel mese di luglio e agosto, Mosaico di Notte, che propone l’apertura dei monumenti fino alle 23.00 e rassegne collaterali.</p>
<p>Il secondo fine settimana di ottobre Ravenna si illumina con la Notte d&#8217;Oro, la notte bianca della città, in cui poesia, musica, mosaico e mistero si succedono fino all’alba.  A cadenza biennale, da ottobre a novembre, ha luogo Ravenna Mosaico, il primo Festival Internazionale dedicato al mosaico contemporaneo.</p>
<h4>Un’altra caratteristica di Ravenna riguarda sicuramente anche la sua <strong>cultura gastronomica</strong>.</h4>
<p>Piadina romagnola, cappelletti con il ragù, passatelli in brodo, fichi caramellati con il morbido formaggio squacquerone. Ecco alcuni dei piatti tipici di Ravenna realizzati con pasta fatta in casa a cui si aggiungono le minestre asciutte e in brodo che occupano comunque un ruolo importante nei menù tipici locali.</p>
<p>Grigliate di carne e pesce sono presenti in tutti i migliori ristoranti della città. A tutti questi piatti si abbinano perfettamente vini locali come Sangiovese e Trebbiano e i dolci, genuini e tradizionali, come i tortelli ripieni di marmellate, le ciambelle e le crostate, da inzuppare in vini amabili come il bianco Albana o come la rossa Cagnina.</p>
<p>Un altro dolce tipico sono le <strong>Caterine</strong>, biscotti a forma di bambolina, di gallina o di galletto, ricoperti di cioccolata e rifiniti con decorazioni di zucchero colorato. Non si conosce la loro origine, ma il 25 novembre di ogni anno, nel giorno di Santa Caterina, vengono sfornati e regalati a bambini e bambine.</p>
<p>La <strong>Torta Teodora</strong>, invece, nata nel 2002, deve il suo nome all’imperatrice di Bisanzio, moglie del grande Giustiniano I, rappresentata nel mosaico dell’area absidale della Chiesa di San Vitale. Gli ingredienti della torta sono principalmente prodotti tipici locali come pinoli, farina gialla di mais, burro, uova, zucchero a velo, ma anche mandorle tritate e cannella, visti i legami di Ravenna con l&#8217;Oriente.</p>
<p><em><strong>Alessandro Campa</strong></em></p>
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		<title>Siena: Capitale Italiana della Cultura 2015</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 07:00:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[capitale italiana della cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Siena, atmosfere uniche in una città senza tempo Un fascino medievale che risplende da lontano. Siena, inalterata per secoli, si mostra ancora oggi in buona parte come appariva nel 1300. La conservazione di un patrimonio architettonico medievale così unico rappresenta una delle ragioni principali per visitare questa città nel cuore della Toscana. Chiunque arrivi a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-72784" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/italy-3602993_1280-e1606210091832.jpg" alt="" width="800" height="533" /></h3>
<h3>Siena, atmosfere uniche in una città senza tempo</h3>
<p><span id="more-72775"></span></p>
<p>Un fascino medievale che risplende da lontano. <strong>Siena, inalterata per secoli, si mostra ancora oggi in buona parte come appariva nel 1300</strong>. La conservazione di un patrimonio architettonico medievale così unico rappresenta una delle ragioni principali per visitare questa città nel cuore della <a href="https://www.ecoseven.net/viaggiare/itinerari/ricomincio-da-te-italia-itinerari-di-viaggio-tra-le-regioni-della-penisola-la-toscana/">Toscana</a>.</p>
<h4>Chiunque arrivi a Siena viene accolto da un luogo emblematico come <strong>Piazza del Campo</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-72778" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/siena-3718304_1280-e1606209011270.jpg" alt="" width="800" height="451" /></p>
<p>In origine uno spazio verde che ospitava il mercato, trasformato successivamente in una delle più belle piazze al mondo e fulcro del centro storico cittadino.</p>
<p>La caratteristica <strong>forma a conchiglia</strong> stupisce per la sua eleganza ed è divisa in nove sezioni in ricordo dei Nove Signori che governarono la città alla fine del Duecento. Sul “Campo”, dove nel Medioevo il popolo si riuniva per discutere le questioni della città, si presentano alcuni dei più importanti monumenti senesi.</p>
<h4>Proprio qui sorge <strong>Palazzo Pubblico</strong>, al cui interno si sono succeduti i governi della città a partire dagli ultimi anni del Duecento.</h4>
<p>Costruito tra il 1297 e il 1310 per volontà del Governo dei Nove della Repubblica di Siena, fu la residenza della Signoria e del Podestà. Oggi è la sede del Comune e rappresenta ancora il simbolo del potere politico della città.</p>
<p>La facciata rispecchia diversi periodi di costruzione, mentre la sommità del palazzo è decorata da merli guelfi e al centro si trova il monogramma di Cristo su un grande disco di marmo bianco. Al primo piano di Palazzo Pubblico ha sede il <strong>Museo Civico</strong> che, con le sue diverse sale, conduce in un viaggio nella storia della città e ospita grandi opere d’arte realizzate nei secoli.</p>
<h4>Nella <strong>Sala dei Nove</strong> si trova il ciclo di Ambrogio Lorenzetti con le allegorie e gli effetti del Buono e del Cattivo Governo.</h4>
<p>Questi meravigliosi affreschi dovevano ispirare i governanti di Siena perché mettevano a confronto le scene dove la città, ben guidata, vive in pace e serenità rispetto a quelle in cui, a causa di un’amministrazione corrotta, tutto va in rovina e perdizione.</p>
<p>Nella <strong>Sala del Mappamondo</strong>, detta anche Sala del Consiglio, si può ammirare, invece, la splendida Maestà di Simone Martini, una delle opere più importanti del Trecento in Italia, che raffigura la Madonna col bambino circondata dagli angeli e dai santi che proteggono la città. Sempre al primo piano si trova il <strong>Teatro dei Rinnovati</strong>, uno dei più importanti teatri storici dell&#8217;intera Toscana.</p>
<p>Al secondo piano ha sede la <strong>Sala del Consiglio comunale</strong> e la <strong>Loggia dei Nove</strong>, affacciata su piazza del Mercato, in direzione opposta a Piazza del Campo, da cui si gode uno splendido panorama fino all’<strong>Orto de’ Pecci</strong>, dove si nasconde un angolo verde di pura campagna.</p>
<h4>Ma su Piazza del Campo svetta anche <strong>la Torre del Mangia</strong>, un altro simbolo della grandezza di Siena.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-72779" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/Torre_del_Mangia_Siena.jpg" alt="" width="530" height="397" srcset="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/Torre_del_Mangia_Siena.jpg 530w, https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/Torre_del_Mangia_Siena-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 530px) 100vw, 530px" /></p>
<p>Si tratta della torre civica di Palazzo Pubblico, una delle più famose della Toscana che, <strong>con i suoi 102 metri, è la terza più alta torre antica italiana</strong>. Proprio la sua altezza doveva simboleggiare le libertà comunali e l’emancipazione dal potere feudale.</p>
<p>La torre fu costruita a partire dal 1338 e fu realizzata in laterizio con coronamento in pietra e con un’architettura leggera ed elegante che prese il nome da Giovanni di Balduccio, suo primo campanaro. Questi, infatti, era noto perché sperperava il denaro, soprattutto per la buona cucina. Così fu soprannominato Mangiaguadagni, poi abbreviato in Mangia e, anche se il suo compito durò poco, questo nomignolo rimase legato alla Torre.</p>
<p>La Torre del Mangia è anche un luogo perfetto per godere di un panorama unico su tutta la città di Siena, basta solo affrontare gli oltre 300 scalini che conducono in cima alla torre dove si resta affascinati da  una vista indimenticabile.</p>
<h4>Nella parte alta di Piazza del Campo splende un altro gioiello come la <strong>Fonte Gaia</strong>.</h4>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-72780" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/Siena_-_Fonte_Gaia_-_panoramio-e1606209241207.jpg" alt="" width="800" height="600" /></p>
<p>Realizzata intorno al 1419 da Jacopo della Quercia che la concepì ispirandosi alla tradizionale struttura delle fontane pubbliche senesi del Medioevo. Una struttura che presenta le sembianze di un grande altare in marmo ed è costituita da un bacino rettangolare circondato da tre parti e da un alto parapetto, in cui, sui lati corti, si possono ammirare in bassorilievo la Creazione di Adamo e la Cacciata dall’Eden.</p>
<p>Il nome Fonte Gaia le fu dato per ricordare i grandi festeggiamenti nella comunità senese quando, per la prima volta, videro arrivare l’acqua in quel luogo. A metà del XIX secolo, le condizioni della fonte erano compromesse. Si decise, quindi, di sostituire l’opera originale con una copia, affidando l’incarico nel 1858 a Tito Sarrocchi che la completò nel 1869.</p>
<h4>Passeggiare per le stradine di Siena significa essere avvolti dalle sue singolari atmosfere senza tempo.</h4>
<p>Percorrendo queste viuzze si incontra il <strong>Duomo di Santa Maria Assunta</strong>, la Cattedrale di Siena, una delle più maestose e importanti chiese romanico-gotiche d’Italia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-72781" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/Duomo_di_Siena-9635-scaled-e1606209343646.jpg" alt="" width="800" height="692" /></p>
<p>Fu consacrato nel 1179 alla presenza del papa senese Alessandro II, ma i lavori continuarono per circa due secoli. Alla facciata lavorò anche Giovanni Pisano a fine Duecento, mentre nel 1313 fu terminato il campanile e nel 1317 iniziò l’ampliamento. Siena era al massimo della sua potenza in quel periodo e voleva un Duomo ancora più grande, ma il sogno svanì a causa della peste del 1348.</p>
<p>Oggi si possono ancora intravedere le tracce di quell’ambizioso progetto nei resti delle colonne e del grande Facciatone incompiuto. La facciata, in marmo bianco con qualche decorazione in rosso di Siena e serpentino di Prato, si divide in due metà.</p>
<p>La parte inferiore, realizzata da Giovanni Pisano in stile romanico-gotico, e la parte superiore, in stile gotico fiorentino, con un bellissimo rosone incorniciato da nicchie con i busti di Apostoli e Profeti che rendono omaggio alla Madonna col Bambino.</p>
<p>Tutta la struttura interna è dominata dalla riproduzione a due colori del bianco e del nero, in riferimento ai colori dello stemma di Siena.</p>
<h4>L’interno del Duomo accoglie una serie di capolavori dell’arte.</h4>
<p>Uno dei più importanti è il pulpito di Nicola Pisano del 1265, tra opere scultoree più notevoli del Duecento italiano, mentre nell’altare Piccolomini si possono ammirare le sculture di San Pietro, San Paolo, San Pio e Sant’Agostino, opere giovanili di Michelangelo.</p>
<p>Subito dopo l’altare si trova la <strong>Libreria Piccolomini</strong>, edificata nel 1492 per custodire il ricchissimo patrimonio librario raccolto da Papa Pio II. L’interno venne affrescato dal Pinturicchio, mentre nella cappella sinistra si può ammirare il celebre San Giovanni Battista di Donatello del 1455.</p>
<p>Le otto statue bronzee che decorano i pilastri del coro sono opera di Domenico Beccafumi, mentre sopra queste si ammira una copia della celebre vetrata di Duccio di Buoninsegna, la più antica vetrata istoriata di manifattura italiana, realizzata nel 1288</p>
<h4>Ma l’opera più incredibile custodita all’interno del Duomo di Siena è il <strong>Pavimento a commesso marmoreo, </strong>eterno emblema di 500 anni di espressione artistica, dal ‘300 all’800.</h4>
<p>Un esemplare unico nell’arte italiana per potenza creativa e importanza dei collaboratori che, diviso in 56 riquadri, mostra rappresentazioni che rispondono al disegno tematico omogeneo della Rivelazione.</p>
<p>Davanti allo splendido Duomo ecco <strong>Santa Maria della Scala</strong>, che da antico ospedale per i pellegrini è diventato nel tempo un imponente museo che raccoglie tutto il passato di Siena.  Santa Maria della Scala è una tappa imperdibile per chi visita la città. Qui sono straordinariamente conservate le testimonianze di mille anni di storia, con un percorso che parte dall’età etrusca e romana, attraversa il Medioevo, fino ad arrivare al periodo rinascimentale.</p>
<p>Il grande complesso museale si sviluppa attraverso vari livelli. Al piano terra si possono ammirare le vestigia dell’epoca d’oro del Santa Maria della Scala, quando era il più antico e grande ospedale sulla Via Francigena che dava ospitalità e cure ai pellegrini in viaggio fino a Roma e sosteneva i poveri e i bambini abbandonati.</p>
<p>Qui si trova la straordinaria <strong>Sala del Pellegrinaio</strong>, con gli affreschi del Quattrocento a cui ha lavorato anche Domenico di Bartolo che raffigurano le missioni dell’ospedale e la vita quotidiana dell’epoca, come la distribuzione dell’elemosina e il matrimonio di un’orfana cresciuta nell’ospedale.</p>
<p>Altri ambienti da visitare all’interno di Santa Maria della Scala sono la Sagrestia Vecchia con i dipinti di Lorenzo Vecchietta, la Cappella del Manto con la lunetta di Domenico Beccafumi e la chiesa della Santissima Annunziata.</p>
<p>Scendendo al piano inferiore si arriva alla Corticella, vera e propria articolazione dei percorsi del Santa Maria, sulla quale si affaccia il Fienile medievale, dove sono conservate le statue originali scolpite da Jacopo della Quercia per Fonte Gaia, la fontana di Piazza del Campo.</p>
<p>Su questo piano sono presenti anche il granaio medievale e i magazzini della Corticella, dove è esposto il Tesoro di Santa Maria della Scala, un gruppo di reliquie proveniente dalla cappella imperiale di Costantinopoli.</p>
<p>Dalla Corticella si scende quindi ai cunicoli, labirinti molto suggestivi scavati nell&#8217;arenaria e costruiti a mattoni, dove ha sede il Museo Archeologico Nazionale e la sezione &#8220;Siena. Racconto della città dalle origini al Medioevo&#8221;.</p>
<h4>Un altro importante aspetto culturale di Siena risiede nei suoi eventi tradizionali.</h4>
<p>Primo fra tutti il celebre Palio, una delle rievocazioni folkloristiche più conosciute in Italia, frutto di misteriose e spettacolari usanze tramandate nei secoli.</p>
<p>Il <strong>Palio di Siena </strong>è la corsa di cavalli storica più famosa d&#8217;Italia. Una tradizione che dura in totale quattro giorni, dalla mattina del 29 giugno fino alle gare del 2 luglio per il Palio della Madonna di Provenzano e, ancora, dal 13 al 16 agosto per il Palio dell&#8217;Assunta.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-72782" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/Il_Palio_di_Siena_luglio_2008_4-scaled-e1606209535976.jpg" alt="" width="800" height="532" /></p>
<p>Per l’occasione Piazza del Campo viene ricoperta da uno strato di terra, composta da una miscela di tufo e sabbia, e i cavalli delle contrade si sfidano. La gara consiste in tre giri di piazza del Campo. Il punto di partenza è la Mossa, formata da due funi in cui i dieci cavalli e fantini partecipanti devono attendere in ordine. Vince il cavallo, con o senza fantino, che completa per primo i tre giri.</p>
<h4>Dal 1633, anno in cui fu gestito il primo Palio, l&#8217;evento è stato per secoli una competizione tra i quartieri della città, chiamati &#8220;contrade&#8221;.</h4>
<p>Ma più che una gara, è una passione per i senesi e parte della loro vita. A Siena, infatti, ogni persona appartiene a una Contrada e partecipa tutto l&#8217;anno all&#8217;organizzazione dell&#8217;evento.</p>
<p>Ogni contrada ha il proprio stemma e dei santi protettori. Il cosiddetto Drappellone è il premio per la contrada vincitrice del Palio e consiste in una grande tela di seta creata e dipinta ogni anno da un artista diverso.</p>
<p>Tra le altre tradizioni di questa antica e splendida città non potevano mancare quelle culinarie. Il primo piatto della gastronomia senese, molto particolare e appetitoso, è rappresentato dai <strong>pici</strong>, dei grossi spaghetti che erano il tipico piatto povero dei contadini, dati ingredienti semplici e limitati ad acqua, sale olio extravergine di oliva e farina di grano tenero tipo 00. Possono essere fatti a mano, dall&#8217;aspetto grossolano ed irregolare, oppure a macchina, con un diametro costante di 3-4 mm.</p>
<p>Per quanto riguarda il condimento, i contadini si accontentavano di un po’ di olio ed un trito di cipolla, ma si gustano meglio con il ragù di nana, l&#8217;appellativo toscano dell&#8217;anatra, con sugo di salciccia e funghi, con briciole di pane oppure con sugo all&#8217;aglione, fatto con pomodoro, carote, sedano, cipolla e tanto, tanto aglio.</p>
<h4>Siena, inoltre, vanta la più vasta e gustosa tradizione dolciaria di tutta la Toscana.</h4>
<p>A partire dai <strong>ricciarelli</strong>, fatti con una pasta di tipo marzapane, a grana grossa, molto lavorata e arricchita da un impasto di canditi e vaniglia. Vengono lavorati tradizionalmente con la macina e lasciati riposare due giorni prima di essere cuicinati.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-72783" src="https://www.ecoseven.net/wp-content/uploads/2020/11/ricciarelli-2520372_1280-e1606209733192.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>La pasta così ottenuta viene cotta in forno per poi prendere piccole forme romboidali, leggermente arricciate all&#8217;estremità che poggiano su una foglia di ostia, mentre la superficie rugosa e screpolata viene poi rivestita di zucchero a velo La leggenda narra che fu il cavaliere Ricciardetto Della Gherardesca, di ritorno dalle crociate, a introdurre questi dolci nel suo castello vicino a Volterra.</p>
<p>Nel marzo 2010, la denominazione Ricciarelli di Siena è stata riconosciuta come indicazione geografica protetta. Attualmente sono apprezzati soprattutto come dolce natalizio e si consumano con vini da dessert, in particolare con Moscadello di Montalcino Vendemmia Tardiva e con Vin santo toscano.</p>
<h4>A questi segue il <strong>panforte</strong>, antica ricetta tipica senese le cui prime testimonianze risalgono all&#8217;anno Mille.</h4>
<p>In origine era più una sorta di focaccia a base di miele e prendeva il nome di pan mielato. Solo in seguito venne aggiunta la frutta che, a causa del caldo, fermentava e donava al dolce un gusto più acidulo.</p>
<p>Da qui il nome cambiò in panforte e, per evitare la fermentazione della frutta fresca, con il passare del tempo gli ingredienti cambiarono e si iniziò a prepararlo solo nei giorni più freddi, divenendo un dolce tipico della stagione invernale.</p>
<p>Ad oggi sono presenti tantissime varianti di questo dolce toscano, ma le più famose sono quella bianca e il <strong>panforte nero chiamato anche pan pepato</strong>. Entrambe le ricette hanno in comune ingredienti quali mandorle, canditi e spezie, ma nella seconda versione è obbligatorio aggiungere pepe dolce e melone candito.</p>
<p><em><strong>Alessandro Campa</strong></em></p>
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