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Scelte radicali per gestire il dibattito sui social media

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Tassare WhatsApp e Facebook oppure bloccare i social creando un’alternativa nazionale: sono queste le controverse azioni di alcuni governi per non alimentare l’odio online

Fake news, odio, profili falsi, induzione a comportamenti sbagliati, manipolazione dei dati: queste sono solo alcune delle problematiche create da questo nostro nuovo mondo, in larga parte giocato davanti agli schermi del computer. Per questo, non solo gli scienziati (qui si potrebbe linkare l’articolo Un algoritmo per filtrare gli insulti), ma anche i governatori stanno cercando dei nuovi metodi per gestire tutto questo odio.

In Papua Nuova Guinea, la decisione è radicale: il governo intende impedire all’intero paese di accedere a Facebook, progettando un proprio social network come alternativa. Hanno annunciato che bloccheranno Facebook per un mese in conformità con il Cyber Crime Act del 2016, sperando di saperne di più su come questo social viene utilizzato per diffondere informazioni fuorvianti, account falsi e porno – che è assolutamente vietato importare legalmente nel paese.

Come era ovvio, la reazione è stata forte: le persone non sono d’accordo sul fatto che sbarazzarsi di Facebook sia il modo migliore per gestire questi problemi, alcuni hanno detto che è una violazione della loro libertà di espressione visto che in molti sentono che i social media sono l’unico mezzo attraverso il quale esprimere opinioni oneste senza subire l’influenza dello stato, altri hanno detto che è una perdita di tempo perché la quantità delle persone che fanno un uso improprio di Facebook è piccola rispetto al numero di persone che utilizzano il sito in modo responsabile.

Non è chiaro come agirà questo divieto, visto che solo il 12% delle persone in Papua Nuova Guinea usa Facebook, e che strumenti come le VPN potrebbero aggirare il divieto comunque, ma rimane un segnale forte.

Come quello, meno radicale, ma comunque d’impatto, che ha scelto l’Uganda, il cui governo ha approvato una legge che impone una tassa giornaliera di 200 scellini ugandesi (circa 5 centesimi) a chi usa WhatsApp e Facebook – e ha anche intenzione di chiedere una commissione dell’1% per ogni transazione di denaro mobile per l’e-commerce, ovunque sul territorio africano. I motivi denunciati sono sempre gli stessi: difesa dall’odio, dalla violenza verbale e dalle notizie false; motivi che inducono anche le medesime critiche: «Dove finisce la nostra libertà di espressione?».

Il dibattito è forte su questo tema e di certo repressione, inibizione e tassazione non sono soluzioni, anzi. Non ha mai funzionato combattere l’odio così e non funzionerà stavolta – soprattutto se, come dicono in molti, non è veramente l’odio che si sta combattendo, ma il dissenso.

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facebook, odio, social, Social Media, tassa, tassazione

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