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Cancun. Al via tra poche speranze il vertice mondiale sull’ambiente

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A un anno dal deludente vertice di Copenhagen sull’ambiente, la comunità internazionale si riunisce di nuovo, questa volta a Cancun, per tentare di ridare slancio e credibilità ai negoziati per affrontare i cambiamenti del clima. Su più di 190 Paesi invitati, solo 132 erano rappresentati alla cerimonia d’apertura ieri 29 novembre. “Il cambiamento climatico è già una realtà per noi” ha detto il presidente messicano Felipe Calderon, citando le piogge anormalmente intense e gli uragani che hanno colpito il suo Paese, dopo la grande siccità del 2009. E ha aggiunto: “In queste due settimane il mondo intero avrà gli occhi rivolti a voi…sarebbe una tragedia non riuscire a superare gli interessi nazionali”. Il vertice si chiuderà il 10 dicembre 2010. A partire dal 7 dicembre le delegazioni dei negoziatori saranno raggiunte dai ministri degli Esteri e dell’Energia dei rispettivi Paesi.

Nella peggiore delle ipotesi prospettate, la temperatura globale potrebbe crescere  di quattro gradi centigradi da qui fino al 2060, e sono necessari 270 miliardi di dollari Usa all’anno solo per combattere l’innalzamento del livello del mare. Questo è quanto affermano studi recenti sul cambio di clima. Un cambiamento del genere, nel corso della vita di molti che adesso sono giovani, rappresenta il doppio del limite fissato da 140 Paesi al summit organizzato dalle Nazioni Unite l’anno scorso a Copenhagen, e provocherebbe conseguenze disastrose sulle risorse di acqua e cibo in molte zone del globo. Questo studio, pubblicato il 28 novembre 2010, alla vigilia del summit di Cancun, sostiene che pochi ricercatori hanno preso in considerazione l’impatto di una crescita di quattro gradi centigradi su economie pre-industriali.  “In molti settori – città costiere, agricoltura, risorse idriche, ecosistemi e migrazioni l’impatto sarà molto più grande” di quello previsto a Copenhagen, scrive Mark New, dell’università di Oxford. Altri studi definiscono “una stima pragmatica” la previsione di un innalzamento del livello del mare da mezzo metro a due metri nel secolo che si è iniziato se la temperatura cresce di quattro gradi. Altre conseguenze potrebbero essere la scomparsa dei ghiacci dall’Artico in estate, e il progressivo prosciugamento della foreste amazzonica. La costruzione di dighe, stile olandese, per difendere le coste costerebbe 270 miliardi di dollari Usa all’anno, secondo uno studio. Le popolazioni più a rischio sono quelle che vivono sulle isole e nei grandi delta dell’Asia e dell’Africa.

A Cancun però non sembra che l’obiettivo sia quello di cercare di ottenere un accordo globale impegnativo per il periodo che seguirà al 2012, anno limite dell’accordo di Kyoto, che fissava dei paletti precisi in materia di riduzione di gas a effetto serra ai Paesi industrializzati (salvo gli Usa). Le ambizioni sono più modeste: “un gioco di decisioni equilibrate che potrebbe servire di base a altri accordi”, l’ha definito la responsabile Onu del clima, Christiana Figueres.

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