Accordi sul clima salteranno con Trump? L’analisi dell’ex ministro dell’ambiente Clini

Il rapporto tra emissioni e crescita globale è uno dei grandi temi del prossimo futuro

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“Non penso che il presidente Trump abbia intenzione di mettere in discussione i dati delle agenzie governative del suo Paese. Invece, dobbiamo aspettarci che contesti gli effetti sull’economia Usa degli accordi internazionali per la riduzione dell’uso dei combustibili fossili”. Lo ha spiegato all'AdnKronos l’ex ministro all’Ambiente Corrado Clini, commentando le posizioni del neoeletto presidente degli Stati uniti Donald Trump in merito ai cambiamenti climatici.

Secondo l’ex-ministro, la posizione del futuro presidente USA è la stessa già espressa dal Senato Usa nel 2015, ed è molto simile alle motivazioni che nel 1999, durante la presidenza Clinton, portarono al voto unanime contro la ratifica del Protocollo di Kyoto. E tutti sanno che se Obama avesse sottoposto l’accordo di Parigi al Senato, gli Usa non lo avrebbero ratificato”. Per questo, “Trump è più il bambino della favola di Andersen ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’ che non il genio del male che fa saltare l’impegno globale sul clima perché si concentra sugli effetti economici dell’accordo".

Secondo l’accordo di Parigi, il peso del carbone nel portafoglio energetico globale dovrebbe passare dall’attuale 30% al 12%, quello dell’olio combustibile dal 32% al 22%, quello del gas naturale dal 24% al 15%. E negli stessi anni, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, alcune aree del mondo potrebbero aver bisogno di molta energia. Si stima infatti una crescita della domanda mondiale del 35%, spinta soprattutto dalle necessità di India, Cina, Sud est Asiatico, Sud America e Medio Oriente.

Trump, spiega Clini, pone un quesito: come evitare che, nell’ambito del “pacchetto” globale della riduzione dei combustibili fossili, l’aumento dei consumi energetici nelle economie emergenti e in via di sviluppo non abbia come contrappeso l’impoverimento delle economie più sviluppate?

Sarebbe utile, nota Clini, “che i negoziatori che discutono l’attuazione dell’accordo di Parigi prendessero atto che è urgente l’accordo per un’agenda sull’economia e la geopolitica dei cambiamenti climatici che va gestita al più alto livello dei governi, delle istituzioni finanziarie internazionali e delle grandi imprese multinazionali dell’energia e dell’industria. Questo è l’unico modo per affrontare l’intricato puzzle del cambiamento climatico, incluse le difficili e magari spiacevoli domande che emergono dagli Usa”.

“Spero che non si voglia utilizzare il presidente Trump per trovare un colpevole del fallimento dell’accordo di Parigi, così come con Bush nel 2001 per il Protocollo di Kyoto. Ma il Protocollo di Kyoto è fallito – conclude Clini - perché sono mancati gli strumenti per orientare in modo bilanciato l’economia globale verso la decarbonizzazione, non diversamente da quello che già si vede per l’accordo di Parigi”.