Quello che l'alcol provoca nei feti

Negli Stati Uniti è aumentato il numero dei bambini con disturbi neurologici legati al consumo di alcol da parte delle madri durante la gravidanza

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Non è così scontato che una donna incinta smetta di bere, anzi: negli Stati Uniti, questa problematica è talmente diffusa che il National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism ha deciso di sovvenzionare uno studio per cercare di capire la connessione tra questa pratica e la salute dei feti, soprattutto riguardo ai danni neurologici.

Lo studio, pubblicato sulla rivista «JAMA», innanzitutto, ha stimato che le problematiche legate al consumo di alcol da parte delle madri sono altrettanto comuni, a livello numerico, di sindromi come l'autismo, e sono legate a problemi cognitivi, comportamentali e fisici che danneggiano lo sviluppo e la capacità di apprendimento dei bambini.
I ricercatori hanno valutato circa 3.000 bambini nelle scuole di quattro comunità degli Stati Uniti e hanno intervistato molte delle loro madri. Sulla base delle loro scoperte, hanno stimato che i disturbi dello spettro alcolico fetale influenzano dall'1,1 al 5% dei bambini nel paese, molto più di quello che dicevano le stime precedenti – praticamente cinque volte di più. Numeri molto importanti se si pensa che solo circa all'1,5% dei bambini è stato invece diagnosticato l'autismo, appunto.

La sindrome alcolico fetale (FASD), oltre alle difficoltà cognitive, comportamentali e fisiche, può anche provocare, nei casi più gravi, anomalie fisiche, ovvero una condizione per cui i bambini hanno teste e corpi più piccoli del normale e altre particolari caratteristiche.

I ricercatori stanno analizzando le risposte dello studio anche per cercare di identificare le relazioni tra il momento in cui si è bevuto, la quantità che si è bevuta durante la gravidanza e il tipo e la gravità della menomazione dei bambini. Ovviamente non è facile, sia perché molte conseguenze di questa sindrome sono anche riconducibili ad altre malattie e sia perché spesso le madri sono riluttanti ad ammettere la verità.

Ovviamente i dati raccolti sono parziali, ma sono comunque un inizio per tentare di comprendere meglio le dinamiche di innesco di questa malattia e le modalità per combatterla.